Pillole di storia del boulder italiano: il Nipote di Goldrake

Un breve viaggio nel cuore del Sassismo e del boulder italiano, per conoscerne le origini e i valori.

18 maggio 2017
Intervistato da Alberto “Albertaccia” Milani,  Giuseppe “Popi” Miotti ci parla di uno dei più blocchi più significativi della Val Masino e del contesto in cui è nato.

E’ appena terminato il Melloblocco e nei quattro giorni di raduno diverse centinaia, se non migliaia di arrampicatori sono transitati davanti a questo muro leggermente strapiombante, dove il masso di Goldrake si adagia nel fianco della montagna e dove, anni fa, sono stati scritti capitoli importanti del boulder italiano.

Goldrake, i suoi “parenti” ed il Nipote di Goldrake in particolare qui, sono le linee scolpite su questo muro, tecniche, esigenti e mai banali. Qualcuno, pochi per la verità, le ha provate durante il raduno e probabilmente sono ancora meno quelli a conoscenza della storia che vi sta dietro.

Eh sì che Il Melloblocco è denominato “Raduno internazionale dei Sassisti”, sebbene anche in questo caso, sia nella Valle che soprattutto al di fuori, quasi nessuno delle ultime generazioni di arrampicatori sanno di preciso cosa sia il Sassismo né quali siano stati i valori e gli ideali che lo animavano.

L’arrampicata su sassi fu solo una delle forme in cui il Sassismo vedeva la sua manifestazione, in quello che era un movimento ben più ampio sia come attività verticale ma soprattutto nella cultura provocatoria, creativa, innovativa che lo caratterizzava e che rappresentava il gemello lombardo del Nuovo Mattino, nato invece in terra piemontese grazie a Gian Piero Motti e compagni.

Goldrake e il Nipote di Goldrake sono stati due emblemi del lato boulderistico del Sassismo e del suo principale interprete, Giuseppe “Popi” Miotti.  Nell’articolo pubblicato sull’Annuario UP 2017, edito da Versante Sud potete trovare la descrizione completa della storia e del contesto in cui queste gemme sono nate, oltre a qualche riflessione tra l’amaro e il sarcastico sul come si sia trasformato l’approccio al boulder nei tempi moderni.

Riproponiamo qui un estratto di questo articolo, con la breve intervista in cui il “Popi” ci parla del Nipote di Goldrake e del suo significato

Buona lettura

Alberto “Albertaccia” Milani

 

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Bene Popi, parliamo del Nipote di Goldrake e del suo significato. Innanzitutto, chi ha scoperto e ha iniziato a provare questa bellissima linea?

Chi l’ha scoperto…probabilmente l’abbiamo scoperto io e il Kima (Pierangelo Marchetti). Sai ti metti lì e dici “Dai vediamo se si riesce a passare su di qui”, la linea è evidente. Siccome in quel periodo eravamo rimasti soltanto io, il Kima e forse il Chicco Fanchi a salire i sassi, penso proprio che eravamo noi che l’abbiamo scoperto e ci siamo messi a provarlo.

Tra Goldrake e il Nipote sono passati circa 7/8 anni. Come è cambiato il vostro spirito in relazione al bouldering e come è evoluta la vostra visione di questa disciplina?

La differenza secondo me è che Goldrake è stato emotivamente più intenso. Un po’ per l’episodio legato ai Ragni con i quali c’era inevitabilmente, in quel momento, una rivalità non dichiarata. Noi eravamo il nuovo ed eravamo mal visti e poco tenuti in considerazione. Loro erano i “Classici” che avevano salito il Cerro Torre e le più grandi vie delle Alpi e si sentivano sicuramente molto più bravi di noi, nonostante noi stessi ci mettessimo in gioco ripetendo le loro vie in Medale, spesso senza troppa difficoltà. Emotivamente è stato intenso un po’ per questo e un po’ perché forse davvero Goldrake era qualcosa di nuovo, cioè era un qualcosa che andava oltre quello che si faceva di solito. Il Nipote di Goldrake invece era già scontato per un certo verso, nel senso che sapevamo che se ci fossimo allenati, se ce l’avessimo messa tutta ecc. ecc. , insomma si vede che si fa. Invece Goldrake allora era veramente qualcosa che dicevi “Mah, chissà se si fa”. C’era più incognita rispetto che nel Nipote di Goldrake, dove invece era predominante una visione un po’ più sportiva oltre che di ricerca della linea. Anche perché dico sempre che da un certo punto in poi, bellezza della linea e difficoltà vanno a braccetto per cui…

La salita del Nipote di Goldrake, insieme a Per Voi Giovani e Nosferatu, ha stabilito anche un traguardo particolare nella tua carriera di boulderista.

Sì, in quell’anno ho fatto quei tre blocchi e ho mancato per un soffio la prima salita del Sogno di Tarzan dopo essere riuscito a tenere il piatto del passaggio chiave ma cadendo poi il passaggio successivo. Però ho anche sentito che avevo dato tutto quello che mi interessava dare. Forse ho anche capito che avrei dovuto allenarmi molto più in modo specifico per andare oltre, cosa che non mi interessava assolutamente perché avevo altri interessi, altre cose da fare in montagna e in alpinismo e non mi interessava più dedicarmi così assiduamente…e gradualmente ho lasciato andare l’impegno in quella che stava per diventare “arrampicata sportiva” un po’ più spinta. Anche se comunque non era spinta più di tanto perché la nostra arrampicata non era poi così sportiva.

In questa seconda fase del bouldering in valle un pochino più sportiva mi dicevi che eravate rimasti in pochi ad arrampicare sui sassi.

Sì, sì se ricordo bene eravamo io, il Kima, Chicco Fanchi, forse qualche volta Paolo Cucchi e Roberto Bianchini, di noi della zona. Perché forse già allora Sergio Panzeri e Dinoia si erano già defilati e poi non c’era più nessun altro. Poi alla fine credo che mi sono trovato proprio solo io e Kima…insomma c’è stato proprio un calo. A parte qualche visita occasionale, come Marco Bernardi che è uno dei pochi che ha tentato il Nipote, e l’avrebbe fatto se avesse avuto qualche giorno in più, ma era venuto per fare altre cose con me.

Non sai quindi chi abbia poi salito il Nipote o l’abbia provato dopo la tua salita.

No…presumibilmente l’ha salito il Kima, però non lo so. Anche perché poi, in conseguenza al fatto che io mi sono disinteressato, mi sono disinteressato completamente e non mi informavo più su chi faceva cosa. Sono quindi tutte voci che mi sono state riportate e che posso anche non ricordare correttamente.

Da un certo punto di vista si potrebbe dire che il trittico di blocchi che hai menzionato, tra i quali il Nipote, hanno rappresentato la fine del periodo che ha visto nascere il boulder in Italia, prima della sua riscoperta in chiave moderna alla fine degli anni novanta.  

Sì, in effetti possiamo dire che questi passaggi hanno racchiuso un periodo storico. Se possiamo dire che Goldrake lo apre, in un certo senso il Nipote lo finisce.

Hai da aggiungere qualche aneddoto o curiosità sul Nipote di Goldrake?

Penso di aver salito il Nipote tre o quattro volte e ricordo benissimo che per riuscire a farlo dovevo arcuare la schiena in un certo modo e quando lo facevo, se lo facevo bene, sapevo che veniva sennò no. Cioè era proprio una questione sottilissima a livello motorio…quando azzeccavo l’ingresso, bam!, veniva, altrimenti no.

Ma ti eri allenato in modo specifico oppure no?

No, no…semplicemente provavamo. Mentre invece per Goldrake, mi preparavo quando ero a Milano: sullo stipite di una porta avevo riportato la misura esatta tra l’appoggio e l’appiglio bello del blocco e c’era un listello in modo che potevo continuare a pompare-mettere il piede-tirarmi su in continuazione e alla fine l’ho un po’ meccanizzato.

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Tratto da: “Robot, nipoti e mattini tramontati – Il nipote di Goldrake” di Alberto “Albertaccia” Milani – Annuario UP 2017 – Versante Sud.

 

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