La creatività e l’esplorazione si dissolvono…

... E la scimmia nuda arrampica

19 luglio 2017
Tecnologia e innovazione al servizio dell’arrampicata, terabyte di dati e video on-line, ricette preconfezionate e standardizzate per salite di successo, volumi, nastri colorati e righe di magnesite ovunque, lucine colorate. Tanti strumenti potenzialmente utili ma utilizzati solo per spegnere la mente e la fantasia

L’arrampicata non ha ragione di esistere senza la creatività. Una mente creativa è ciò che ci permette di visualizzare una via, un boulder, un itinerario su qualunque pezzo di roccia che va dai 3 metri al chilometro di sviluppo (e oltre), di immaginare e prevedere i movimenti richiesti nell’ascesa, di essere pronti nel trovare soluzioni originali e fuori dagli schemi. Forse sono queste implicite caratteristiche dell’arrampicata, la fantasia e il bisogno di esplorazione, che hanno portato gli arrampicatori ad essere visionari nel loro approccio a questa disciplina e alla vita stessa. Soprattutto, la creatività è quella molla che ha sempre generato il desiderio di ricerca, di trovare e creare le proprie linee, di essere artisti che non si accontentano di ripetere ciò che altri hanno già creato ma che vogliono dire la loro, lasciare la propria traccia, nobilitare un pezzo di roccia in una linea, trovare anche strade nuove ma sempre connesse allo spirito dell’arrampicata. Questo impulso è sempre stato un istinto ineliminabile per chi, fino a pochi anni fa, diventava arrampicatore e prima o poi si è sempre manifestato.

Ora come ora, le potenzialità creative sono cresciute a dismisura, iniziando dagli strumenti anche tecnologici che gli arrampicatori hanno a disposizione. Un’infinita gamma di prese, volume, pannelli, sale, nuove gestualità importate da discipline come il parkour o la ginnastica, allenamenti innovativi e variegati, allenatori, preparatori, fisioterapisti, informazioni multimediali in tempo reale su aree, realizzazioni, possibilità di sviluppo etc. Questi strumenti hanno davvero ampliato enormemente gli orizzonti che potrebbero essere esplorati in arrampicata e quindi anche le possibilità per esplorare nuovi cammini.

Tuttavia questa creatività sembra essere uguale alla ricchezza: forse c’è, ma è sempre più concentrata nelle mani di pochi.

Diamo uno sguardo innanzitutto al mondo che più ha visto una crescita e infiniti impulsi innovativi al suo interno, cioè il mondo delle palestre indoor e delle competizioni.
Se osserviamo le gare di qualunque livello non si può che constatare la fantasia, spesso anche eccessiva, dei problemi che vengono proposti. I tracciatori sono coloro che rappresentano le grandi potentialità creative dell’arrampicata (indoor) attuale e che hanno spinto molto in là i confini entro i quali il corpo, la mente, la coordinazione e la fisicità possono vagare. Nel bene o nel male, tra innovazione e esasperazione e al di là di qualunque, ennesima, discussione in merito, la tracciatura indoor attuale dimostra come l’evoluzione in tecniche e strumenti abbia portato all’arricchimento delle potenzialità creative.

Tuttavia, al di là dei pochi e (fin troppo) fantasiosi tracciatori, quale è il livello di creatività attuale dell’arrampicatore medio? Ha ancora senso considerare l’arrampicatore medio come visionario, creativo e un po’ sognatore?

Ripartiamo ancora dalle palestre, tanto ormai questo è il luogo in cui il 90% delle persone inizia a scalare e arrampica la maggior parte del tempo. Un tempo le primordiali sale di arrampicata erano pannelli stracolmi di prese dove, oltre a qualche circuito o passaggio già tracciato, erano spesso gli utenti stessi ad inventarsi i propri itinerari, acquisendo la capacità di “vedere” un movimento, creare una sequenza, imparare dagli altri e dagli errori fatti nella tracciatura stessa. Un apprendimento fantasioso che insegnava e dava molto, oltre ad essere un grande stimolo di aggregazione e condivisione.

Ora nelle maggior parte delle palestre di nuova generazione troviamo circuiti e boulder tracciati rigorosamente con prese dello stesso colore, con nastri se non addirittura lucine colorate che mostrano le prese da utilizzare in modo più preciso delle istruzioni dell’Ikea e con limitate possibilità di personalizzazione e tracciatura di nuovi passaggi. Poi, diamine!, non mettiamo un blocco con prese nere vicino ad uno con prese blu perchè se poi il cliente si confonde rischiamo un brutto commento su facebook. L’utente medio spesso non è altro che una scimmia che segue le istruzioni dell’ammaestratore: piede qui, mano là, lancia, bravo, ecco il premietto.

Ora che l’arrampicata è di moda, buona parte degli utenti cittadini cerca proprio questo, un modo fico di tenersi in forma senza doversi spremere le meningi. Un’alternativa all’aerobica, allo spinning e allo spostare dischi ghisa su e giù con in più quel fascino da sport ancora visto come “estremo” che attira più “mi piace” sul proprio profilo.
Vabbè, dai, cosa si pretende. Questo è il mondo delle nuove palestre, molto spesso situate tra il cemento delle città o nelle pianure lontano dalla roccia. In questi contesti si trovano mischiate miriadi di realtà diverse e non necessariamente legate all’arrampicata nel suo spirito originario.

Lasciando quindi perdere l’indoor, come siamo messi su roccia? A fronte del potenziale da valorizzare nel boulder (ma anche in falesia) di cui si viene continuamente a conoscenza, vediamo forse sorgere come funghi nuove aree boulder, nuove falesie, esplorazioni e ricerche in luoghi più o meno lontani? O anche solo qualche idea nuova? Direi proprio che questi aspetti sono ben lontani dal concetto attuale di arrampicata.

Anche su roccia gli arrampicatori non sono altro che clan di bonobo eccitati che corrono dietro alle ultime banane alla moda. “Frate, ho visto un video di un blocco figo di 8A che XXX ha ripetuto!” E via alla transumanza sotto il blocco armati di tutta l’armamentario cinematografico. “Raga, a Kalimnos si chiudono tiri duri facilmente…” oppure “Bro, andiamo a comandare a Rocklands”. E via a prenotare aerei e traghetti. “Bella zio, c’è un tipo francese che chiude gli 8C a piedi nudi”. E via tutti a squartarsi gli alluci scalando “barefoot”. E molto molto altro. Questi sono i nuovi “arrampicatori”, i quali, spesso, senza tracce di magnesite, linee di spit o video su youtube, nemmeno sanno individuare una linea o comprenderne i movimenti. E nemmeno si pongono il problema o si fanno delle domande.

Ad imbracciare trapani e spazzole, a cercare nuove possibilità, rincorrere nuove idee, a rivelare nuove prospettive sono quasi sempre i soliti climber che da trentanni o più, oltre alla sportività, sentono la necessità di dare anche un contributo veramente creativo ed esplorativo a questa disciplina. A loro si affiancano quei pochissimi esponenti della nuova generazione che costituiscono la classica “eccezione che conferma la regola”, troppo pochi a fronte dell’esorbitante numero di nuovi praticanti.

L’arrampicata “consumistica” finalizzata all’exploit fine a se stesso, all’essere “visibili”, al seguire le mode e tutto il circo mediatico dei social networks che vi gravita intorno è ormai lo standard e il modello unico che si sta imponendo. Nessuna poesia, nessuna arte, nessuna cultura, nessuna visione o creazione. Una semplice battaglia che si gioca a colpi di numeri e lettere, post, filmati e numeri di like. Finchè non ci si stancherà e non si avrà più il livello, o semplicemente si avranno altri impegni a cui dedicarsi e dell’arrampicata ci si dimenticherà.

In questo contesto non è in gioco solo l’approccio del singolo praticante ma inevitabilmente viene completamente condizionata la disciplina stessa e tutta la comunità che ne fa parte.

La superficialità, la mentalità “usa e getta”, l’essere solo dei consumatori e non anche degli innovatori e degli esploratori vanno di pari passo con una perdita di valori che sta stravolgendo i principi etici che stanno alla base dell’arrampicata, il suo rapporto con la roccia e la natura e che ha portato a dimenticare le origini stesse di questa attività.

Personalmente mi convinco sempre di più che il processo sia inarrestrabile e incurabile e in assenza di cura, sono costretto a dire che forse è molto meglio così, in contrasto con l’ideale di condivisione in cui credo.

Infatti, allo stato attuale, le mandrie di bonobo sbraiteranno nelle loro sale high-tech per correre nei weekend solo nelle falesie e aree boulder famose, dove mettersi in mostra in una gara a chi è più fotogenico e veloce a scrivere un post sull’ennesima inflazionata realizzazione.

I pochi superstiti potranno invece vagare nel silenzio dei tanti boschi incontaminati che ancora attendono, alla ricerca di pochi metri di roccia su cui esprimere loro stessi e la loro visione, per lasciare un segno che il tempo, forse, potrà cancellare ma che, almeno per un po’, gli ha permesso di sognare, e arrampicare liberi.

Alberto “Albertaccia” Milani

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