I falliti reloaded

Qualche riflessione su noi arrampicatori, nel mondo dei post e delle facce da libro

09 marzo 2017
Una decina di giorni fa il popolo degli arrampicatori virtuali è stato sconvolto dall'ennesima bufera mediatica che ha imperversato scuotendo centinaia, migliaia di climbers rifiugiati al sicuro dietro schermo e tastiera, pronti a rivoltarsi dall'indignazione.

A scatenare il putiferio è stata un'intervista rilasciata da Federica Mingolla al giornalista Fabrizio Goria. Per chi non lo sapesse, Federica è una giovane arrampicatrice/alpinista italiana che da qualche anno fa parlare di sè, a partire dai risultati che da tempo ha ottenuto in falesia per poi approdare all'alpinismo con alcune salite degne di nota, come ad esempio Digital Crack, nel gruppo del Bianco, e la prima femminile del Pesce in Marmolada tra le più note. Partendo da questo singolo episodio, su cui si è già detto tanto e anche troppo, vorrei solo proporre delle considerazioni, molto più generali, sul nostro controverso mondo di climbers.

Cos'è successo quindi? Cosa ha scatenato l'inferno?

Facciamola breve, analizzando le motivazioni che animano la sua attuale attività e facendo un po' il punto sul passato, Federica ha toccato l'annosa questione dell'ossessione per il grado, per la prestazione a tutti i costi. Nel farlo ha menzionato tutti i sacrifici spesso necessari per raggiungere questi numeri, inclusi un regime alimentare ed una forma fisica a volte esasperati. Trattando questa spinosa problematica Mingolla ha preso in considerazione alcune top climber mondiali, con menzione particolare a Margo Hayes, autrice del primo 9a+ femminile della storia.

Apriti cielo! Fioccano così le reazioni del pubblico, arrivando quasi alle offese. Le accuse di essere invidiosa, l'indignazione, hanno condotto Mingolla sulla gogna mediatica, tanto da convincere l'atleta a scusarsi pubblicamente per la maldestria e l'azzardo con cui si è espressa, nel solo intento di fare il punto della sua esperienza personale.

Stop. Non serve altro.

Sì, sicuramente le risposte sono state maldestre e contestabili e, a mio parere, una sola cosa è davvero discutibile: la scelta degli esempi.

In qualunque sport gli atleti professionisti devono necessariamente fare sacrifici, sono vincolati ad allenamenti preparati sistematicamente e obbligati ad impostare la loro vita interamente sull'attività sportiva, incluso l'adottare una dieta adeguata, ottenere ana forma fisica migliore per massimizzare le prestazioni ed inseguire quei numeri, quei risultati, quegli exploit che gli rendono possibile il restare appunto tra i professionisti.

Cosa si vuole pretendere? Di essere considerati tra i migliori arrampicatori senza primeggiare nelle competizioni, senza salire gradi difficili, senza insomma ottenere risultati materiali che attirino l'attenzione nostra e soprattutto degli sponsor?

Mettersi in condizione di raggiungere questi risultati è il loro lavoro, sono le loro garanzie per mantenerlo, e quando i risultati arrivano sono la dimostrazione di essere non solo dei grandi atleti ma anche dei professionisti seri. Bene o male che sia, volenti o nolenti, l'arrampicata, come molti altri sport, non sfugge ai ritmi e alle regole che condizionano ogni aspetto della nostra attuale società, dove, purtroppo, ormai a contare è solo il risultato, il punteggio, il numero, prima che aspetti probabilmente molto più importanti e profondi. Inutile dire altro per descrivere ulteriormente la fossa che ci siamo scavati tutti con le nostre mani. Condannare quindi top climbers, che non fanno altro che fare il loro lavoro meglio che possono, significa non comprendere assolutamente il contesto nel quale questi atleti lavorano e vivono. Però, forse, ciò che si voleva dire è altro, ed è stata errata solo la scelta del target.

Cosa potrebbero suggerire le parole di Federica Mingolla? E quali implicazioni hanno nel momento in cui analizziamo il mondo dell'arrampicata nella globalità dei suoi membri?

Innanzitutto, per i motivi sopra menzionati, lasciamo perdere quei pochi fortunati che di arrampicata ci vivono. Sull'altro fronte, ci siamo noi altri, arrampicatori della domenica e dilettanti. Sì noi, che siamo tutti persone centratissime e viviamo l'arrampicata con felicità, passione, disinteresse verso gradi, immersi nel puro piacere di scalare. Per fortuna siamo liberi da qualunque vincoli professionale e viviamo l'arrampicata nella sua essenza autentica! Ma per piacere, cerchiamo di essere onesti, con noi stessi innanzitutto. Arrampico da 25 anni, e se dovessi descrivere ciò che ho visto di persona in tutto questo tempo potrei scrivere diversi libri, oltre che laurearmi in psicologia, sociologia, psichiatria e chissà cos'altro ancora.

Ho visto molti nutrirsi solo di barrette energetiche o pastiglie, bere esclusivamente un bicchiere d'acqua al giorno e litri di caffè per chiudere vie, 8a nel migliore dei casi. Ho visto molti dar fuori di matto in preda a crisi isteriche per non aver chiuso un tiro/blocco, o considerare una giornata a scalare come “di merda” per gli stessi motivi, perennemente depressi oppure incazzati neri. Ho visto gente esultare neanche avesse vinto al lotto per aver guadagnato una posizione nel ranking di 8a.nu. Ho visto gente con il fisico deformato, che a 30 anni hanno già la schiena rotta per aver caricato chili e chili di ghisa al trave o gente che si è strappata i tendini o i muscoli pompando al massimo l'elettrostimolatore. Ho incontrato moltissima gente che non ti saluta se non fai un certo grado, convinta che il rispetto è dovuto solo a gente considerata “forte”. Fermiamoci qui anche se l'elenco delle psicosi arrampicatorie è molto più lungo.

Tutti noi abbiamo fatto molte di queste cazzate in passato, me incluso. In cerca di un numero, ho buttato via l'entusiasmo e la felicità di godermi giornate con gli amici in mezzo alla natura, senza apprezzare veramente ciò che stavo facendo, incazzato, deluso, sempre alla ricerca di un risultato che il più delle volte non arriva. E quando arriva da una soddisfazione che dura poche ore lasciando subito lo spazio all'insoddisfazione.

Mark Twight ha scritto in Confessioni di un serial climber nient'altro che la verità:

Capisco che il mio stile di vita può finire per uccidermi. Non è diverso dallo stile di vita ad alto rischio dell’agente di polizia o del soldato, del pompiere, dello spacciatore e del boss malavitoso, o del politico rivoluzionario. Non posso saziare la fame che provo. Voglio avere sempre di più, e poi ancora. Ogni scalata coronata dal successo porta con sé il germe dell’insoddisfazione. Puoi anche averne passate troppe, ma non sono mai abbastanza. Alcuni uomini hanno ideali elevati, per i quali sono disposti a morire. Altri sono disposti a tentare di vivere per quegli ideali. La fame che provo mi aiuta a rimanere vivo. C’è sempre qualcosa di più da ottenere”.

Voi cosa potete dire? Forse non siete mai stati spettatori delle scene che ho descritto? Tutti voi che arrampicate da poco o da una vita e che non vi fate problemi a fare i facili moralizzatori quando siete dietro a una tastiera, cosa dite se vi guardate dentro e analizzate il vostro cammino di arrampicatori? Siete davvero convinti che il nostro sia l'Eden fatato di superuomini felici e centrati, che vivono in armonia e in equilibrio con se stessi e con gli altri nella gratuità del loro arrampicare? O forse ricadiamo nelle discutibili dinamiche che condizionano molti altri sport e tutta la società alla quale ci sentiamo tanto superiori? Ognuno faccia i conti innanzitutto con se stesso.

Detto questo, arriviamo al titolo di questo contributo, infatti tutto quello che ho scritto non è che la scoperta dell'acqua calda. Lasciamo che siano le parole di Gian Piero Motti a interpretare e descrivere, molto meglio, il contesto in cui tuttora viviamo. Era il 1972 quando Motti scrisse I falliti, pubblicato poi sulla Rivista mensile del CAI a settembre. Un articolo storico, profondo, ancora fonte di dibattiti e discussioni, amato o odiato che sia. Non importa. Fatevi la vostra idea. Prendetevi dieci minuti e leggetelo. Sono passati 45 anni da allora, 45!!! Eppure nulla sembra essere cambiato, se non in peggio.

Riflettiamo, soprattutto prima di scatenarci in rete.

Buona lettura

Albertaccia

 

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