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INTEERVISTA ALL'ALPINISTA ANDY KIRKPATRICK

autore di Psychovertical, vincitore dei premi Boardman Tasker e Gambrinus

26 Novembre 2012

Intervista di Lorenzo Scandroglio

D: Andy Kirkpatrick è appena arrivato a Treviso per ricevere uno dei più importanti premi per la letteratura di montagna in Italia, il Gambrinus - Giuseppe Mazzotti. Proprio due giorni fa, appena prima di ricevere questo premio, ha annunciato quella che è una notizia per noi incredibile, e cioè la sua intenzione di smettere di scrivere. Questo è il primo argomento di cui ti chiediamo di parlare, perché per il piccolo mondo della letteratura di montagna è una notizia di enorme portata.

R: Beh, nell'istante in cui ho deciso di smettere di scrivere mi sono sentito liberato di un peso enorme dalle spalle. Passavo praticamente tutto il tempo a cercare di scrivere, a pensare cosa scrivere, quando, e al perché non riuscivo a concludere quello che avrei dovuto scrivere. Quando mi sono detto, non lo dovrò più fare, mi sono sentito come appena uscito di prigione.

Posso iniziare a pensare a fare qualcosa d'altro, ma allo stesso tempo ho capito, tutto d'un colpo, di essere uno scrittore. Mi sono accorto di considerare tutto quello che faccio, che penso, che dico, come se fosse materiale per un racconto.

Due anni fa stavo passeggiando sotto El Capitan, in Yosemite, e ho trovato un pezzo di legno per terra. Un cuneo, di quelli che si usano per salire in fessura, martellandoli dentro la fessura. L'ho portato con me in Inghilterra. La testata del mio letto si era rotta, e avevo bisogno di un pezzo di legno. Avevo a portata di mano quel cuneo, con attaccato uno spezzone di corda, e l'ho avvitato alla testata. Ogni volta che lo vedevo, pensavo, "Devo scrivere una storia su questo pezzo di legno. Su come è strana la vita. A qualcuno cade un cuneo mentre scala El Cap, io lo trovo e lo avvito al letto. E quando il letto cadrà a pezzi, lo sviterò e me lo porterò dietro, per farne qualcos'altro - magari per il prossimo letto!"

Insomma, ogni volta che lo vedevo pensavo che dovevo scriverci qualcosa, che poteva venirne fuori una storia interessante. L'altra sera, quando ho pensato di nuovo che avrei dovuto scriverne la storia, mi sono fermato e mi sono detto, "Ehi! Non serve più, non stai più scrivendo!"

Mentre gli americani ci farebbero un film, su un pezzo di legno così.

Penso si tratti comunque di essere creativi, indipendentemente dal fatto di scrivere qualcosa, girare un film, dipingere un quadro, recitare su un palco, raccontare una storia… Finché si riesce a essere creativi va tutto bene, ma per quanto mi riguarda credo che per me sia sempre stato molto difficile scrivere.

 

D: Hai anche sollevato un argomento che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: i soldi. Hai scritto che una volta Andy Cave ti ha avvisato: Non si campa, facendo gli scrittori, ma tu non gli credevi…

R: Sì, una volta Andy Cave mi ha detto che non si fanno i soldi, scrivendo. Beh, se vivi in un castello e hai delle proprietà, non c'è problema… io pensavo che fosse possibile, e del resto ho sempre scritto per finanziarmi le spedizioni. Scrivevo per le riviste, e i soldi che mi davano li spendevo per andare a scalare. A un certo punto invece sono arrivato a pensare, sto scalando perché così posso scriverci qualcosa sopra, e a volte mi sono trovato a sperare di trovarmi in situazioni molto difficili, pensando a come le avrei raccontate. Non si tratta di scrivere di una relazione illegittima tra un ricercatore universitario e una studentessa, o di inventarsi altro materiale buono per una storia. Insomma, lentamente ho capito che era la mia arrampicata a sostenere la mia scrittura, e non viceversa. Mi dedicavo ad arrampicate brevi, e tornavo indietro subito per scriverne, oppure facevo serate per sostenermi economicamente come scrittore. Ho venduto un po' di miei libri, anche in altri paesi; in Germania, per esempio, sono andati bene, ma poi per i diritti mi hanno una assegno di poche centinaia di euro, e ci resti un po' interdetto…

Allo stesso tempo, quando ho annunciato che avrei smesso, ho ricevuto un sacco di email e messaggi su Facebook, su Twitter, sul mio blog… centinaia e centinaia, che mi incoraggiavano a non smettere.

Forse per queste persone sono stato un emblema, un portabandiera delle loro aspirazioni. Persone che devono rinunciare a scalare a tempo pieno, perché hanno un lavoro in ufficio, o rinunciare a scrivere, a inseguire i propri sogni.

Finché c'è qualcuno che lo fa, però, le persone si sentono sollevate, come se si dicessero, allora c'è speranza. E invece sentire una notizia come quella che ho dato può essere deprimente. Magari queste persone si dicono, oddio, anche lui ha dovuto fare i conti con aspetti molto più pratici.

Ma insomma, non ho detto che ora andrò a cercarmi un posto in banca, o che smetterò di essere creativo, o di scalare.

Penso che sarò felice di questa scelta, almeno per un po'.

Da quando ho imparato a tenere in mano una matita, ho disegnato ogni singolo giorno. Mi ricordo che stavo sdraiato sul pavimento, con davanti a me una distesa di fogli, e disegnavo in continuazione.

A diciannove anni ho smesso di disegnare, di punto in bianco. Non l'ho mai più fatto, con l'eccezione di qualche piccola illustrazione per i miei libri.

 

D: hai smesso quando sei stato respinto all'Accademia, giusto?

R:Giusto, ho smesso quando non mi hanno accettato all'Accademia di Belle Arti.

 

D: Quindi, forse è una cosa temporanea?

R: Forse! Penso che anche se smettessi di arrampicare sarei sempre un climber, perché comunque penserei spesso all'arrampicata. Sono cose che resteranno sempre con me; da ragazzino mi ero innamorato dell'arrampicata, e ci penso sempre. In un certo senso questi pensieri ritornano sempre, seguono i percorsi oscuri e sconosciuti dell'ossessione, e ne sarai sempre stregato. E se è vero che continuo a pensare come un climber, non ho nemmeno smesso, né smetterò, di pensare come uno scrittore.

 

D: In Italia diciamo che ci sono troppi scrittori che non hanno niente da dire. Scrivere non è soltanto questione di stile, o di abilità nell'emozionare le persone. E' soprattutto avere qualcosa da dire. L'impressione che abbiamo noi è che tu abbia effettivamente molte cose da dire; non solo nei tuoi libri, anche nel tuo sito, anche quando parli di cose molto pratiche; non sono soltanto utili, ma pure piacevoli e divertenti da leggere

R: Penso di avere una certa vena comica, in effetti. Un comico non vuole essere preso troppo sul serio, anche quando parla di argomenti seri. E così, anche se parto da argomenti come l'attrezzatura, o questioni tecniche, finisco per parlare della mia famiglia, dei miei bambini, del cane, delle peripezie che comporta essere un climber, ma anche un padre, nel ventunesimo secolo. Certo, magari parlo di attrezzature, o di calze tecniche… ma cerco di capire come parlarne in maniera interessante. Di recente stavo scrivendo un pezzo sulle cerniere lampo, e mi sono chiesto come avrei potuto farlo in modo che fosse divertente. E' facile descrivere con toni emozionanti o drammatici l'esplosione di un'autobomba, per esempio. Ma se stai scrivendo di un pezzo di legno, come quello del mio letto, devi infondergli un po' di magia.

 

D: Cambiamo argomento… sappiamo cosa ne pensi dell'himalaysmo. Per esempio, delle spedizioni commerciali sull'Everest hai detto che equivalgono a delle passeggiati su una massa di cadaveri. Pensi che ci siano nuove frontiere da esplorare, per esempio nell'himalaysmo invernale. Nessuno degli Ottomila del Karakorum è mai stato scalato in invernale.

R: Penso che l'alpinismo invernale riservi un sacco di cose interessanti e di sorprese, per chi ci si vuole dedicare. La tecnologia delle attrezzature, poi, è migliorata moltissimo… oggi puoi ragionevolmente pensare di tornare a casa senza perdere tutte le dita per un congelamento. Qualcuno una volta ha detto a Messner, "Per noi alpinisti la situazione è tremenda. Non è rimasto niente da scalare, l'Everest è stato rovinato…" Messner, che stava bevendo, ha appoggiato il bicchiere e ha risposto, secco, "Everest, parete Sud Ovest, in invernale e in stile alpino", senza aggiungere niente. L'interlocutore è rimasto di sasso. Ci sono ancora tantissime vie, tante linee da salire in stile alpino sugli Ottomila, soprattutto in invernale. Molte delle vie in invernale vengono salite facendo ricorso alle corde fisse, ma in fondo ci sta. Insomma, quando vai a scalare non è che lo fai pensando, "che bello, oggi vado ad ammazzarmi…", e imbarcarsi in un tentativo suicida in invernale non è il massimo.

In realtà credo che si possano trovare sfide in ogni cosa. Penso che sia sufficiente cambiare prospettiva, non ha senso pensare solo a una sfida come a qualcosa di gigantesco e titanico. Quando ero un ragazzino, qualcuno mi aveva detto che si poteva definire wilderness solo un'area di almeno ventimila chilometri quadrati senza alcuna infrastruttura, ma io credo invece che sia dentro di noi, e che la si possa trovare dappertutto. Anche per esempio in città, o in una zona post-industriale, come quella dove sono cresciuto. Tantissime persone dicevano esattamente questo, che l'avventura si può trovare a due passi da casa. Noi giocavamo nella zona dei dock, dove ormeggiavano e venivano riparate le navi da carico, ci arrampicavamo su queste strane infrastrutture dall'architettura vittoriana. Ponti, torri, tralicci… L'avventura sta soprattutto nell'esplorazione interiore. Magari non ci sono più le cime degli Ottomila, da scoprire, ma l'esplorazione interiore è illimitata.

 

D: Quali alpinisti e climber resteranno nella storia, secondo te? Non tanto per le prestazioni o per le ascensioni, ma per il significato di quello che facevano, per come interpretavano la scalata.

R: Forse Bonatti, che per alcuni era una specie di enigma. Non è morto durante le sue ascensioni, era capace di rinunciare a un tentativo. Secondo me era il più grande della sua generazione, e ha fatto cose straordinarie, di portata enorme, l'equivalente di andare sulla Luna. Ma a me, più che quello che ha fatto, colpisce quello che non ha fatto. Ha avuto la forza di rinunciare. Insomma, mi piace di più uno così, di uno che per orgoglio finisce per l'ammazzarsi.

 

D: Cosa intendeva tua madre, quando diceva che "Il mondo è la tua ostrica"?

R: Non ho mai capito esattamente cosa intendesse, in quel caso.

 

D: Dal tuo libro vien fuori un bel ritratto di tua madre. Il romanzo è un omaggio a lei, alcuni passi sono commoventi.

R: Secondo me ha fatto qualcosa di eroico. Molto più, per esempio, di scalare con una bombola d'ossigeno sull'Everest, o di attraversare in canoa un mare in tempesta. Crescere tre figli, senza soldi, questo è eroico. E succede tutti i giorni, in ogni parte del mondo. Non ha niente a che vedere con quelle persone egocentriche, centrate esclusivamente su sfide che si sono dati, come arrivare in sci al Polo Sud. Credo che mia madre si meriti tutta la mia ammirazione. Forse quando cerchi di fare tutte le cose assieme, per esempio, cercare di essere un buon padre, di far bene il tuo lavoro, di tenere assieme ogni aspetto della tua vita, ecco, è molto facile che qualcosa vada storto. E' facile essere un pessimo padre, o un pessimo professionista. Certo, uno può anche smettere di punto in bianco di fare qualcosa… per esempio, potrei smettere di scalare o di cercare l'avventura, se mi accorgessi di trascurare altre cose. Ma cercare di tenere tutte queste cose assieme, a volte è un incubo totale. Spero sempre di farcela, ma a volte mi sembra quasi di essere avido, quando non voglio rinunciare a niente.

 

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