Tra Big Wall e cineprese
Intervista di Maurizio Oviglia per UP2011 Fotografie di David Kaszlikowski
È una delle migliori arrampicatrici polacche, una delle poche donne al mondo che apre, lavora e libera vie lunghe e big wall. Inoltre è diplomata in regia presso l’Accademia di Belle Arti. Le sue opere sono state esposte alla Galleria Nazionale Polacca. Dalle sue esperienze come atleta professionista – è stata campionessa nazionale giovanile di velocità – è giunta ad appassionarsi all’esplorazione e alle big wall. Le sue spedizioni l’hanno portata in molte regioni del mondo, come il Mali, la Groenlandia, la Giordania, il Messico, il Marocco e il Karakorum.
Una volta mi hai raccontato della tua infanzia in Polonia durante gli anni difficili del periodo di Solidarnosc. Com’è che hai finito per dedicarti a questo tipo di sport?
Quando avevo quattro anni in Polonia è stato dichiarato lo stato di guerra. Degli anni Ottanta ricordo solo file su file: tutti noi, intendo, tutte le famiglie, con bambini e genitori, passavamo praticamente tutto il tempo in coda, davanti ai negozi, per comprare qualsiasi cosa. Giornate intere trascorse in piedi, al freddo, per avere, per esempio, soltanto dello zucchero. E dovevano essere presenti tutti i membri della famiglia, perché c’era un limite all’acquisto: si poteva comprare soltanto un chilo a testa.
Tutto era grigio e triste. Non capivo molto il perché, ma avevo la sensazione che stesse succedendo qualcosa di sbagliato.
Purtroppo, tutti quegli anni sotto il regime comunista hanno lasciato cicatrici, stigmate nel nostro modo di pensare. Limitazioni che è difficile, se non impossibile, superare. Ai tempi, viaggiare era pressoché impossibile. Tutti sognavamo la libertà. Noi bambini, e i giovani, non pensavamo minimamente alla politica. Sognavamo una libertà puramente fisica, fatta di montagne, di paesi esotici, diversi.
Penso che la nostra storia, così travagliata, abbia avuto un impatto determinante sulla mia irrefrenabile voglia di viaggiare e di scalare il più possibile, in ogni parte del mondo.
Come hai iniziato ad arrampicare? Quali sono state le tue prime esperienze?
Sono nata nel centro della Polonia, nella città di Lodz, nel bel mezzo della pianura. Nella mia famiglia non c’era una tradizione di arrampicata, non sono stata avviata da nessuno. Cercavo la libertà, in una vita vincolata da così tanti problemi. Una volta sono andata a curiosare in una piccola palestra, una delle primissime in Polonia, e dopo cinque minuti ho capito che faceva per me.
Era qualcosa che dava un senso alla vita, anche se ovviamente non sapevo, all’inizio, che mi avrebbe permesso di visitare così tanti posti in tutto il mondo.
Ma i miei esordi non sono stati affatto straordinari: appena una settimana dopo aver finito il corso di arrampicata mi sono quasi ammazzata. Ho fatto una caduta di venti metri: mi stavo calando su una corda troppo corta, senza aver fatto il nodo ai capi.
Sono sopravvissuta grazie a un albero che mi ha evitato di schiantarmi al suolo. Purtroppo, nella caduta, mi sono letteralmente spaccata la faccia, perché ho sbattuto la testa su delle rocce aggettanti.
Sono stata ricoverata in ospedale per diverse settimane, e il giorno dopo le dimissioni sono tornata dritta in palestra – mi mancava ancora qualche dente…
Credo che niente possa tenermi lontana dall’arrampicata.
Condividi le tue avventure con David, un grande climber, fotografo e viaggiatore. Come vi siete conosciuti?
Beh, dov’è che una climber può incontrare un altro climber? ;-)
Avevo vent’anni, ero completamente calva: mi ero rasata i capelli dall’entusiasmo per aver passato l’esame di ammissione all’Accademia di Belle Arti.
Avevo trascorso tutte le vacanze nel Jura Polacco, dedicandomi all’headpoint e al lavorato su alcune placche disperatamente precarie e scivolose.
Lo vidi la prima volta sotto la “Cima Grande”, una placca molto famosa. Era seduto a terra, dopo aver ripetuto da primo qualche tiro, e sorrideva rilassato. Era di Varsavia, dove io sarei andata a stare poco dopo per frequentare l’Accademia.
Riusciva a fare diverse trazioni monobraccio, ed era uno dei climber più forti del suo giro… quindi rispondeva perfettamente ai primi requisiti per essere il mio ragazzo, no? ;-)
Allora è stato amore a prima vista!
Sì, sicuramente, almeno da parte mia. Perché David di solito lo racconta in maniera abbastanza diversa, dice cose come: “Ho visto questa ragazza calva alla base della placca, una tizia assolutamente arrogante, con la puzza sotto il naso…”
Beh, almeno mi aveva notato! Il problema è che a lui piacciono le ragazze con i capelli lunghi, e quindi… da allora me li sto facendo crescere!
Come riuscite a far fronte alle spese dei fantastici viaggi che fate assieme? Non dev’essere così facile, in Polonia!
Credo che una delle parole-chiave di questi tempi sia “convergenza”. Ogni giorno, e con tutte le nostre energie, cerchiamo di coordinare e connettere tra loro tutte le nostre attività, realizzare progetti, organizzare scalate, spedizioni, film, reportage fotografici.
Come hai detto anche tu, David è fotografo e scrittore, e io regista, soprattutto di documentari e di avventura.
Nelle nostre spedizioni, oltre ovviamente all’arrampicata, ci dedichiamo ai reportage: scattiamo foto, realizziamo riprese, e, ultimamente, ci guardiamo attorno in cerca di spunti interessanti per i documentari e i progetti futuri.
Una volta a casa David lavora sulle sue fotografie, con la post-produzione, e scrive articoli per diverse pubblicazioni da tutto il mondo: si va dalle riviste di arrampicata ai giganti come il National Geographic.
Parlando di spedizioni, invece, di solito riusciamo a ottenere qualche sponsorizzazione. E anche se in Polonia non è affatto facile, grazie alla nostra reputazione e all’esperienza pluriennale in termini di esplorazione, in un modo o nell’altro ce la facciamo.
Pensando a noi stessi, soprattutto a livello mondiale, non crediamo di essere eccezionali, ma fino a oggi siamo riusciti a scalare e ad aprire nuove vie in posti davvero incredibili, come per esempio in Groenlandia, Mali, Vietnam, Borneo, Messico, Malesia... posti dove siamo sempre andati con l’idea di realizzare qualcosa di inedito.
E, in tema di film, ho appena completato il montaggio del mio lavoro più importante, almeno fino a oggi: racconta la nostra spedizione alla parete sul mare più alta del mondo, si intitola “What happened on Pam Island” (letteralmente, “Cos’è successo a Pam Island” (NdT). Il documentario, uscito nel 2009, racconta della spedizione di Eliza e David all’isola di Pam, situata in un fiordo della Groenlandia meridionale. La parete verticale, a picco sull’oceano, è raggiungibile soltanto via mare, ed è la più alta parete al mondo che affaccia direttamente sull’acqua. Nonostante l’equipaggiamento minimale e il fatto di essere soltanto in due, Eliza e David hanno raggiunto l’isola su dei kayak da mare, affrontando tempeste in acque gelide, con tutti i rischi connessi. NdT), e spero che l’anno prossimo possa avere una distribuzione anche in Italia.
Tornando a te, come hai fatto a raggiungere l’ottavo grado, nell’arrampicata? Immagino che non basti solo viaggiare, ma che si debba scalare un sacco di vie sportive e allenarsi parecchio… o sei un talento di natura?
In effetti dicono che lo sia, e forse è anche vero, perché mi alleno davvero poco. All’inizio sono migliorata molto velocemente, arrivando al 7c+ e all’8a. si tratta di diversi anni fa, quando il livello generale era molto più basso di oggi. Ma poi abbiamo iniziato a dedicarci soprattutto alle spedizioni…
E sopra un certo livello è quasi impossibile progredire senza un programma di allenamento specifico. Durante le spedizioni un sacco di tempo se ne va via in attese in tenda, o nell’avvicinamento, e non si scala mai abbastanza da poter mantenere il livello.
Credo che tutto stia nella motivazione, e nello scegliere i progetti giusti. In un certo senso sono una persona competitiva, sportiva, e vivo le mie esperienze sempre al massimo, dandomi obiettivi ambiziosi.
Da qualche anno a questa parte scalo un sacco su pareti più grandi, mi dedico di più al multipitch, ma cerco sempre di mantenere il mio livello a vista almeno al 7c.
Una domanda scontata… visto che hai provato un po’ di tutto, in cosa ti senti più a tuo agio? In alta montagna, su una big wall, sui monotiri, magari in meravigliose località esotiche?
Adoro le vie lunghe, le grandi pareti. In cordate piccole, al massimo due o tre persone. Bisogna affrontare tutto contando solo sulle proprie risorse, ma in questo modo l’esperienza si fa più intensa, e i processi decisionali sono molto più semplici che non in una spedizione numerosa.
Apparteniamo sicuramente a una nuova generazione di climber che condividono quest’approccio moderno – ci piace scalare veloce, in cordate “leggere”.
A oggi, la mia spedizione più consistente in termini numerici è stata quella alle Torri del Trango, nel 2008. Eravamo in sei, quindi sempre un gruppo piccolo, ma avevamo quasi cento portatori. Al campo base c’erano due cuochi pakistani e una guida, Sherbaz. Un pasto caldo è sempre una gran cosa, ma se lo paragoni a una solitaria in Groenlandia, ti rendi conto che tutte le spedizioni di grosse dimensioni perdono qualcosa… Le esperienze profonde delle piccole spedizioni ti danno delle sensazioni incredibili.
Durante l’apertura di una nuova via a Taghia (Marocco), se non sbaglio, hai scalato da prima i tiri più duri. Cosa ha significato per te contribuire in questo modo alla prima salita di una nuova via?
L’ho semplicemente adorato! A David piace paragonare l’apertura di nuove vie ad altre forme d’arte, e io sono d’accordo con lui. È un momento creativo, devi trovare e tracciare la tua linea in parete, nello stesso modo in cui realizzi un nuovo film o una scultura.
La linea potenziale ti aspetta, nascosta da qualche parte sulla parete da migliaia di anni, ma senza una visione creativa si tratta soltanto di un gigantesco e freddo ammasso di rocce. Una nuova via è quasi come un figlio. Poi magari qualcuno la ripete, e ne lascia commenti lusinghieri. Siamo contenti che alcune delle nostre vie stiano diventando lentamente dei classici. Per esempio, Fantasia, a Taghia, attira ogni anno molti climber in cerca di una ripetizione.
E la consapevolezza che siamo stati noi a trovarla, a forgiarla, è una sensazione stupenda.
A proposito di nuove vie, il nostro spiritus movens a dire il vero è David. Quando apre una nuova linea ha attorno a lui un’aura assolutamente creativa. È completamente immerso nella sua visione.
Io ho iniziato a aprire tiri completamene miei proprio su Fantasia (700m, 7b+/c). È stata la mia prima esperienza di apertura dal basso con tanto di trapano pesante collegato all’imbrago. Ora però lo posso confessare: i primi spit che ho piazzato non erano esattamente solidi…
Dalle splendide foto dei vostri viaggi ci si potrebbe immaginare che tutto sia fantastico, meraviglioso: i colori, gli animali, i luoghi… ma capita anche spesso di affrontare momenti duri, no? Se non sbaglio a Taghia sei quasi morta di sete!
I nostri viaggi sono davvero fantastici: paesaggi mozzafiato, incontri interessanti… a volte ci si sente come gli esploratori di un tempo.
Ma hai ragione: ogni tanto ci sono momenti molto difficili, in cui non fai altro che ripeterti la stessa domanda: Come diavolo mi è venuto in mente di cacciarmi in una cosa così stupida?
A Taghia tutto sommato non è andata così male, si è trattato più che altro di una pianificazione imprecisa, che non aveva tenuto conto di quanto sia faticoso ed estenuante aprire e chiodare una via dal basso.
Avevamo stimato che saremmo riusciti a salire la via in redpoint in un giorno, e quindi avevamo portato appena un litro e mezzo d’acqua. Avevamo lasciato un’altra bottiglia più in alto, su una cengia, e niente più.
Ma quel giorno faceva molto caldo, e continuava a soffiare un vento caldo e sostenuto. E poi ci siamo accorti che alcuni tiri erano più difficili di quanto pensassimo.
Siamo caduti un paio di volte, e abbiamo dovuto ripetere alcuni tiri, poi abbiamo dovuto pulire nuovamente la roccia in qualche altro tratto. Alla fine del secondo giorno eravamo ancora in parete, sebbene piuttosto in alto, totalmente disidratati. Anche se non sembra un’esperienza così drammatica, vi garantisco che lo è stata eccome!
Eravamo vicini allo svenimento, sulla soglia delle allucinazioni. Ma siamo riusciti a salire in redpoint, per fortuna – anche perché il giorno dopo dovevamo ripartire, i muli dei portatori ci stavano già aspettando…
A Taghia l’acqua è un problema rilevante, e molta gente, se beve dal fiume, sta parecchio male. In generale anche noi abbiamo cercato di evitare di bere acqua non purificata, ma quando abbiamo raggiunto la cascatella che c’è alla base delle calate in doppia ci siamo precipitati in acqua e abbiamo iniziato a bere, bere, bere… credo di averlo fatto per venti minuti!
In Messico invece ti sei ammalata gravemente, giusto? Hai voglia di raccontarcelo? Siamo stati tutti in pensiero per te!
Ho preso la malaria. E i medici, a Monterrey, ci hanno messo ben tre settimane, a diagnosticarla! Quando mi hanno somministrato la mia prima dose di clorochina ero già in condizioni piuttosto serie. Era una situazione strana, e credo ci fossero anche delle implicazioni politiche: i medici e il personale sanitario non volevano ammettere che ci fosse un caso di malaria in Messico.
David è stato tutto il tempo al mio fianco, ha scandagliato ogni angolo di Internet in cerca di indizi. Quando ha capito che la situazione si faceva molto grave, e che i medici non stavano facendo niente, ha avvisato il mondo intero. Abbiamo ricevuto telefonate dalla Francia (dal Dottor Pierre Muller) e dalla Polonia (Dr. Bartek Gmaj), e subito dopo due strani tizi, vestiti con una specie di tuta da astronauta, sono entrati nella mia stanza, mi hanno fatto un prelievo di sangue e hanno spedito la provetta mille chilometri più a sud, a Città del Messico. È stato un frangente davvero difficile, alternavo momenti in cui mi sentivo ghiacciare ad altri in cui mi bolliva il cervello dalla febbre ben oltre i 40° C. Ho passato tutte quelle tre settimane sulla soglia dell’incoscienza… ma sono stata fortunata, a sopravvivere.
Quando mi sono ristabilita, abbiamo attraversato tutto il paese, dal Chihuahua fino al Chiapas, dove abbiamo aperto qualche multipitch e ne abbiamo ripetuti altri.
Un anno e mezzo dopo, ad appena un mese dalla partenza per una spedizione alle Torri del Trango, la malattia si è ripresentata. Ora, ogni volta che parto, mi porto dietro un po’ di Malarone [medicinale specifico per il trattamento della malaria, NdR]. A pensarci è davvero tremendo: ogni anno, in tutto il pianeta, un milione e mezzo di persone muore di malaria semplicemente perché non ha accesso ai medicinali.
Sono rimasto molto impressionato da una presentazione di David che mostrava le foto della vostra ultima avventura in Groenlandia. Quanto tempo siete rimasti lì, soltanto voi due, in una tenda, lontano dalla civiltà? Non hai mai dubitato che non fosse esattamente quello che volevi fare nella vita?
La nostra spedizione in Groenlandia, nel 2007, è stata una tappa molto significativa del nostro percorso. Un giorno David mi ha mostrato la fotografia di una montagna: “Questa è la parete a picco sul mare più alta del mondo. Finora ci sono salite appena due persone”, mi ha detto.
“E quanto è alta?” è stata la mia domanda. “Un chilometro e mezzo… ma ci sono altri problemi. La parete parte direttamente dall’acqua, e il mare è gelido, appena al di sopra dello zero. Ci andiamo?”
La sua visione era chiara: ispirati da un’etica pulita e da uno spirito di essenzialità, e limitati da un budget ridotto, abbiamo deciso di usare dei kayak da mare per l’avvicinamento.
Ed era folle: di solito, a quelle latitudini, le spedizioni in kayak contano almeno sei persone, perché possano aiutarsi in caso di necessità. Noi eravamo solo in due, e senza una preparazione specifica. Abbiamo trascorso trenta giorni esplorando la Pam (Pammialluk) Island, un’isola disabitata. Per scalare dovevamo attraversare ogni volta dei fiordi, e soltanto per raggiungere l’attacco della parete si doveva pagaiare per almeno due chilometri in acque turbolente. Durante tutto quel mese non abbiamo incontrato anima viva.
La spedizione è stata pericolosa, e richiedeva un impegno totale, per via di una serie di fattori: l’acqua gelida, le continue tempeste, i kayak poco stabili, la logistica – ogni volta dovevamo issare i kayak sulla parete, e appenderli a una certa altezza, e poi incominciavamo a scalare. Il nostro telefono satellitare è morto appena prima delle sezioni chiave della parete. Eravamo completamente isolati dal mondo.
Lo ammetto, durante quella spedizione David ha faticato, con me, perché a un certo punto mi sono fatta totalmente prendere dal panico, e mi rifiutavo categoricamente anche solo di avvicinarmi di nuovo a quella parete.
Temevo che ci saremmo ribaltati in acqua, e che saremmo morti di ipotermia nel giro di un quarto d’ora. E in effetti un esploratore e campione di kayak spagnolo era morto in quel fiordo, e proprio in quel modo, appena prima della nostra partenza.
Inoltre il meteo era decisamente avverso, con continue tempeste: difatti, a nessuno viene in mente di scalare in Groenlandia, in quella stagione. Ma David è riuscito a essere determinato e persuasivo, e alla fine sono ritornata alla calma, supportandolo in tutto il resto. È così che siamo riusciti a salire la parete, e a sopravvivere!
Abbiamo girato molto materiale: al ritorno, sapevo di avere una buona storia per un film, e sapevo che non sarebbe stato il solito cliché che si ripete nei video di arrampicata, ma qualcosa che parla di emozioni, e anche un po’ di amore.
(What happened on Pam Island“, 2009)
Una persona che si trovi in una relazione con un partner “assolutamente normale” potrebbe essere invidiosa della vostra esperienza, del fatto di vivere assieme in uno dei posti più isolati del mondo facendo ciò che si ama di più. Vi è mai capitato di sperimentare momenti più simili a una “ordinaria” quotidianità? Litigi, screzi, tutto quel genere di cose che fanno sembrare una relazione un po’ meno perfetta…
Certo. Viviamo assieme ormai da dodici anni… e questo significa che la nostra relazione è sempre in cambiamento, si sviluppa in continuazione.
Il momento peggiore è quello del ritorno da una lunga spedizione. Vieni catapultato nel mondo della gente “normale”, dove tutto risulta essere molto più complicato che non in una spedizione.
Il 2010, per esempio, è stato un anno splendido da un punto di vista dei viaggi, ma direi tragico sul fronte dei rientri… siamo stati in giro quasi otto mesi, scalando in Marocco, Asia, Australia… alla fine dell’anno siamo andati in Giordania.
Purtroppo, anno dopo anno, il ritorno è sempre più difficile: e così siamo giunti a una conclusione: tornare il meno possibile!
Temo che, in un certo senso, siamo intrappolati dal nostro stile di vita. Non che sia una trappola da cui vogliamo sfuggire, però! È una vita piena di bellezza, di ispirazione, e ci fa sentire completi. Ma il ritorno alla normalità della vita cittadina… quello è un prezzo alto, da pagare.
Quando rientriamo in città riorganizziamo il nostro materiale video e fotografico, e subito dopo ci mettiamo in cerca di nuovi progetti.
Ma il ritorno è sempre molto deprimente, per noi.
Com’è la scena dell’arrampicata femminile in Polonia? Che rapporti hai, con le altre climber? Ti sei posta obiettivi particolari?
Oggi le ragazze sono davvero forti! Allenarmi con climber di quel livello mi dà un sacco di motivazioni.
Tuttavia ho un’esperienza abbastanza limitata, in questo senso, a eccezion fatta di qualche viaggio con altre ragazze che arrampicavano. Non ho mai incontrato altre ragazze disponibili a partecipare a esplorazioni impegnative, e a cimentarsi su grandi pareti, ed è una cosa che rimpiango. Credo che sia piuttosto raro, e penso che una spedizione al femminile sarebbe completamente diversa. Un giorno mi piacerebbe provarlo.
Cosa ricevi dai tuoi viaggi? Riesci a costruire delle relazioni con le persone che vivono nei posti che esplori, o preferisci un posto disabitato e isolato come la Groenlandia?
Mi piacciono sia i luoghi incontaminati che il rapporto con la popolazione locale.
Mi affascina il loro stile di vita, che in genere è semplice, la loro modestia, i loro sorrisi.
Il significato di una spedizione nelle regioni più remote del Karakorum o in Groenlandia ovviamente risiede maggiormente nel contatto con una natura selvaggia, ma come in tutti i viaggi “seri”, è anche un’occasione per capire sé stessi, per riconoscere la propria natura.
Ma al termine di ogni viaggio in territori sconosciuti mi piace un sacco fermarmi a contatto con le popolazioni locali.
In Groenlandia, dopo un mese passato da soli, abbiamo pagaiato fino a un villaggio Inuit – avevamo fame e freddo, ma quando abbiamo raggiunto il pontile dei bambini sono sbucati ad accoglierci.
Ci guardavano con un’espressione di pietà, e si sono immediatamente preoccupati di darci del cibo: i loro snack, il loro cioccolato… abbiamo passato delle splendide giornate, con loro. In Mali la scena è stata molto simile, a parte il periodo trascorso con l’etnia Peul, una delle più povere al mondo. Diversi di loro stavano letteralmente morendo di fame. Abbiamo cercato di aiutarli con quello che avevamo, dando loro cibo e medicinali.
In definitiva, trovo molto più importanti le esperienze vissute con le persone del posto.
Su Facebook ho visto una tua foto molto divertente: eri su un ring e annunciavi che mollavi l’arrampicata per darti alla boxe… si trattava di uno scherzo, o l’arrampicata è semplicemente una delle molte cose che fai?
Beh, sai, l’arrampicata è un’amante estremamente gelosa… ;-)
Mi piacerebbe provare qualche altro sport, ma si tratta sempre della stessa questione: finirei per compromettere quello che faccio in arrampicata. E non è una cosa che intendo sacrificare. In questo senso mi sento molto limitata. Per fortuna, l’arrampicata è così affascinante – ho iniziato dall’arrampicata sportiva e dalle competizioni, per poi approdare alle montagne, alle big wall, a un’infarinatura di invernali e di dry-tooling… di una cosa sono certa, non mi annoio affatto!
Tu e David siete professionisti, e quindi è importante che le vostre foto circolino e siano pubblicate il più possibile su Internet e sulla stampa. Questo significa che non avete assolutamente privacy! Può essere fonte di imbarazzo, a volte?
Non credo che possa compromettere più di tanto la nostra privacy, anche perché non siamo troppo famosi… ma capisco quello che vuoi dire.
Come sai, inoltre, sono un’artista, e fin dai miei primi anni all’Accademia mi sono dovuta abituare, in un certo senso, a quello che potrei definire un certo tipo di esibizionismo. Il ruolo dell’artista è pensare, agire ed esibire, semplicemente per poter raccontare la sua storia.
Credo che sia lo stesso per l’arrampicata da professionisti e per il viaggio. Ci piace molto condividere le nostre avventure con il pubblico. Nel nostro paese riceviamo un sacco di riscontri, un mucchio di persone ci scrive dicendo che abbiamo ispirato le loro avventure.
Altri ci ringraziano perché abbiamo rappresentato un stimolo per una vita più ricca. Beh, se i frutti sono questi, allora questo “esibizionismo” vale davvero la pena.
Non penso, però, che il semplice fatto di scalare o di viaggiare possa avere un’immensa influenza sulla vita delle persone: succede soltanto nel momento in cui inizi a raccontare, assieme ai resoconti di viaggio, una storia. La tua storia – a volte anche difficile e faticosa.
Vorresti dare un messaggio, con i tuoi viaggi, con l’arrampicata, con le tue foto, alle persone che, per esempio, fanno una vita scandita dai ritmi dell’ufficio, o della fabbrica, o che non sono mai uscite dai confini del proprio paese?
Uhm… è una cosa che ho capito solo un po’ di tempo fa, anche se mi ci è voluto un bel pezzo!
Beh, non tutti hanno bisogno di viaggiare, o scalare, per essere felici.
Ho anche capito che devi essere pronto a pagare per ogni sogno che si avvera. E che, anche nella vita più ricca mai concepibile, non potrai mai fare tutto quello che vorresti.
Ci sono alcune cose che invidio alle altre persone. Le cosiddette “persone normali” hanno dei valori che vorrei fare miei, ma mi accorgo che mi è semplicemente impossibile far quadrare alcuni elementi.
Invidio la loro regolarità, le abitudini. Io non so quel che farò domani! Puoi chiamarlo spirito d’avventura, ti dà un sacco di emozioni intense, certo, ma a volte è un po’ troppo.
Non mi sento a mio agio nel caos, poi, e questo è uno dei motivi per cui la mia vita in città mi risulta lontana, non mia.
Il mondo è così vario. Splendido e crudele, allo stesso tempo. Così come, allo stesso tempo, le persone sanno essere meravigliose e spietate.
Credo che comunque vivere questo mondo attraverso l’esperienza, e cercare di comprenderlo, sia straordinario.
Una volta mi hai detto che molti tuoi connazionali riuscivano a uscire dal paese solo in occasioni particolari, tra cui quelle legate all’alpinismo. È ancora così, o le cose sono cambiate?
I climber polacchi scalano un po’ in tutto il mondo già da tempo: durante il regime comunista ci furono molte spedizioni himalayane, anche perché erano le uniche a ricevere stanziamenti e supporto dal governo e dagli organismi ufficiali. Negli ultimi vent’anni c’è stato il boom dell’arrampicata sportiva, e di recente si vedono un sacco di giovanissimi climber che scalano un po’ dappertutto. Inizialmente in Europa, poi in Marocco, in Thailandia, negli Stati Uniti…
Viaggiare, oggi, è indubbiamente molto più facile che non durante il comunismo. Ed è più facile anche di quanto non fosse dieci anni fa, quando David e i suoi amici si ritrovavano immancabilmente a essere i primi polacchi a mettere mani, e piedi, su così tante falesie e pareti d’Europa…
In effetti è tutto molto più semplice ed economico, anche grazie a tutti i voli low-cost: mi è capitato di incontrare giovani talenti polacchi che passano più tempo sulle falesie spagnole che non su quelle di casa!
Eliza, vista da fuori la tua è una vita da sogno. Meravigliose avventure, tu e David da soli nei posti più belli della Terra, a scalare pareti e montagne di ogni genere, senza preoccupazioni legate a case, bambini, parenti, un impiego… ma questa è davvero la vita che sognavi di vivere?
Assolutamente sì! Perché me lo chiedi?
In effetti non ho mai avuto alcun dubbio – immagino che quelli ti vengano quando invecchi…– ma ho la sensazione che l’arrampicata, unita al viaggio e alla creatività, rappresenti uno scopo nella vita.
Sai, non mi considero affatto una veterana, anche se scalo da un po’, e abbiamo iniziato le nostre esplorazioni una decina di anni fa. Ma tutto questo ci ha fatto vivere un sacco di esperienze intense.
Sulle Torri del Trango, per esempio, nonostante tutti i nostri sforzi non siamo riusciti a raggiungere i nostri obiettivi – anche perché in parete c’erano qualcosa come trenta gradi sottozero! – ma abbiamo passato dei giorni meravigliosi con amici inglesi e francesi, e con Sherbaz, la nostra guida pakistana.
I ragazzi non facevano altro che parlare di donne, tutto il tempo, e il povero Sherbaz, musulmano osservante, era sconvolto! Alla fine della spedizione mi confessò che per lui era assolutamente inusuale, parlare con una ragazza che lo guardava dritto negli occhi.
In Giordania siamo stati ospiti di una famiglia di nomadi beduini, nella loro tenda. Eid, il nostro ospite, aveva due mogli e dieci figli. Un giorno chiese a David: “Dimmi, ma con chi è che scali, davvero?”.
Non mi considerava minimamente come climber: si rese conto di come stavano le cose quando una sera vide la luce delle nostre due frontali mentre ci calavamo dal Jebel Rum.
Del Mali ricordo Manya, moglie del climber catalano Salvador Campillo. Manya è di etnia Peul, e una sera mi invitò a un raduno tribale di donne. A un certo punto tutte le donne iniziarono a confrontare le tette… finché non è venuto il mio turno!
Mi vengono in mente storie interessanti per ogni posto: a Singapore, l’anno scorso, dopo una gara che si è rivelata interessante, abbiamo scalato un grattacielo di duecento metri, in Vietnam, a Ha-Long, abbiamo dovuto nasconderci dai pirati… la storia va avanti, e si dipana ininterrotta…
E se qualcuno mi chiedesse che prezzo pago, beh. Direi che a volte è alto, ma non è una questione di prezzo: con questo stile di vita so di stare vivendo tutto al massimo.
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