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L'ARTE DEL MOVIMENTO LIBERO

Lo slego secondo Matt Bush (di Elena Corriero)

15 Novembre 2012

di Elena Corriero

 Ha scalato in slego fino all‘8a+ e con la corda fino all‘8c. Matt Bush, 28 anni, sudafricano, è uno di quei pochi arrampicatori che, nell’epoca dell’arrampicata sportiva, praticano lo slego per amore della libertà di movimento. Matt, che ha iniziato a scalare dieci anni fa e che da cinque esplora le proprie capacità fisiche e mentali salendo senza corda vie sportive, ci spiega che lo slego richiede grande preparazione e lucidità, e che la mente può essere allenata per superare le proprie paure. Mettendo l’ego da parte per non dimenticare i propri limiti e per apprezzare l’esperienza in sé e per sé.

Matt, quando hai iniziato ad arrampicare?
Già da piccolo arrampicavo sugli alberi, come quasi tutti i bambini. L’inclinazione a salire l’ho avuta da sempre. Ho iniziato ad arrampicare su roccia quando avevo diciotto anni, ormai sono 10 anni che scalo.

Quando hai iniziato a scalare in slego?
Cinque anni fa.

Che cosa ti ha portato allo slego?
Vivevo in un piccolo villaggio chiamato Montagu, attorniato dalle montagne, nel Western Cape. È conosciuto per il vino e per le sue magiche formazioni rocciose. Non sempre trovavo un compagno per arrampicare e quindi partivo a scalare in solitaria e mi ritrovavo in alto, lontano dal suolo. All’inizio l’idea di arrampicare così mi spaventava davvero molto, ma dopo avere scalato parecchie vie in questo stile mi sono reso conto che poteva esserci molta differenza fra l’idea e la realtà dell’arrampicata in solitaria. Direi che la spinta a scalare in solitaria sia un istinto interiore, una scelta motivata dalla libertà del movimento.

Chi è il tuo riferimento per questo approccio?
Siccome lo slego è un’esperienza molto personale non prendo a modello nessuno degli altri artisti del solo, anche se conosco Alain Robert, l’uomo ragno francese, e le sue salite in slego su vie lunghe fino all’8b sono per me una grande ispirazione.

Che cos’è che ti piace esattamente, nel solo?
La libertà di muovermi senza vincoli o lacci.

Ti interessa di più la purezza dello slego da un punto di vista estetico o il rischio intrinseco in questo stile?
Non pratico il solo alla ricerca del brivido o per avere una scarica di adrenalina. Per me il solo è l’arte del movimento libero. Lo slego implica un processo di auto-condizionamento mentale che porta alla fiducia completa in me stesso e nella linea. È un’esperienza calma, serena. Scalo sempre al meglio quando scalo in slego, ma non scalo solo in slego. Fa parte delle esperienze legate all’arrampicata, ed è forse la più magica. Il mio materiale sono le mie braccia e le mie gambe. Imparo a usarlo in sicurezza.

Non pensi che potresti essere di “cattivo esempio” per altri giovani arrampicatori?
Anche se osservo estasiato gli skydiver non significa che poi io mi butti giù da una montagna con una tuta alare. Sono consapevole degli anni di allenamento e delle capacità necessarie per lanciarsi in skydive. Ci sono dei passi necessari nel processo di apprendimento. Lo stesso vale per lo slego, il processo che porta alle grandi salite in solo è incrementale e io non credo che le mie azioni determinino quelle di altri giovani arrampicatori.
Ciò che ogni persona decide di fare, consapevolmente o inconsciamente, è una scelta personale, di cui sol quella persona può essere chiamata a rispondere. Questa è libertà esistenziale. Non posso essere responsabile delle decisioni altrui, ma solo delle mie, le mie decisioni sono mia responsabilità, quando scalo in slego e nella vita.

Qual è il tuo approccio a una salita in slego? La provi prima con la corda? Come fai a decidere che è arrivato il momento giusto?
Lo slego è un viaggio che parte con la scelta di una linea che ti colpisce e che porta a una conoscenza intima della linea, dello stile dei movimenti, del ritmo; la sequenza viene decifrata così da potere essere svolta in maniera automatica, non premeditata. La corda fa quasi sempre parte di questo processo, tranne che nelle salite a vista. La corda mi permette di imparare la sequenza alla perfezione, così che se decido di salire in slego, posso eseguire i movimenti in automatico.

Ti è mai capitato di tornare indietro durante un solo, perché ti sei accorto che il momento non era giusto?
Qualcosa di simile, su una via che si chiama Point Break (7c). Ho iniziato a scalare, e circa a metà ho iniziato a incasinare la sequenza. Allora mi sono fermato, ho respirato a fondo e mi sono concentrato per incanalare la mia attenzione. Ho ripreso a scalare e sono arrivato in catena.

Qual è la cosa più pericolosa dal punto di vista mentale, nello slego?
La paralisi mentale. Capita quando il corpo reagisce al contenuto della mente (il pensiero di cadere, la paura che un appiglio si stacchi) come se quel pensiero fosse realtà. Può succedere in qualsiasi momento della scalata, e diffondere una paura paralizzante in tutto il corpo. Gran parte del mio allenamento riguarda lo sviluppo di un controllo mentale che permetta di “disattivare” questo tipo di situazione. La paralisi mentale ti prende quando sei lassù in alto. L’importante è come la paura viene gestita nel momento in cui si presenta. Agire con calma nonostante la paura è lo scopo del mio allenamento per la scalata in slego.

Hai mai scalato a vista, in slego?
Sì, una via lunga di 7a.

Che cosa pensano i tuoi amici del tuo stile di arrampicata?
I miei amici hanno un atteggiamento molto positivo. Nessuno mi ha mai detto che non dovrei farlo, o robe simili. Sono ragazzi con i piedi per terra. Ci vogliamo bene, ma rispettiamo la libertà di scelta di ciascuno. Capiscono i miei motivi.

Scali in slego anche se c’è gente in giro?
Sì, a volte in presenza di un amico, a volte di qualche estraneo. Una volta è capitato che uno vedesse una mia salita in slego e che io lo venissi a sapere solo per caso, leggendo i suoi commenti in un forum. Comunque dipende dalle situazioni.

In base a cosa scegli le vie da fare in slego?
Di solito per la bellezza della linea. Si tratta quindi di una scelta basata sulla mia percezione estetica, che ovviamente cambia nel tempo. Prima mi piacevano le vie nelle grotte, adesso mi attraggono le pareti più grandi. Più spesso la scelta dipende dal luogo, dall’ambiente circostante, dalle sensazioni che ne traggo. Il contesto naturale è una fonte d’ispirazione.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto andando alla scoperta delle grandi pareti del Western Cape. Alcune linee sono vie lunghe dure, altre sono tiri singoli. Al momento, un mio grande progetto è il corso di skydiving. È davvero motivante, come aprire una scatola senza fondo da cui tirare fuori una sorpresa dopo l’altra. L’avventura totale per me dovrebbe comprendere il volo e l’arrampicata. Il prossimo progetto in solo… solo il tempo può dirlo.

 

 

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