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Free Rider (ph. Arnaud Petit)
Free Rider (ph. Arnaud Petit)

STEPHANIE BODET

.... e sogna la California

26 Settembre 2008

Intervista di Maurizio Oviglia pubblicata su UP2007

Stéphanie Bodet è nata il 14 marzo 1976 a Gap, nel dipartimento delle Hautes-Alpes francesi. Forse nascere sotto Céüse, la falesia più bella del mondo, doveva essere interpretato fin da subito come un segno premonitore per quella che sarebbe diventata una delle più forti arrampicatrici del mondo. Come molti suoi coetanei, Stéphanie ha avuto una carriera che si è spostata gradatamente dallo sport all’avventura, dalle gare di arrampicata sportiva alle big wall e alle grandi pareti del pianeta, pur senza però rinnegare il suo passato di competizioni. Certamente l’unione sentimentale con Arnaud Petit, uno dei più talentuosi arrampicatori francesi, nonchè guida di alta montagna, deve aver indirizzato le sue scelte e spostato la sua attenzione verso i viaggi avventurosi. Tuttavia Stéphanie ha fatto proprio tutta da sola, i gradini del successo li ha risaliti uno a uno, e Arnaud assicura scherzosamente che non è “una donna gri-gri”... Non l’abbiamo pensato neanche per un attimo, d’altra parte l’incredibile curriculum di Stéphanie parla chiaro: campione di Francia nel 1999, terza alla Coppa del Mondo del 1998, vincitrice nel 1999 alla Coppa del Mondo di boulder... finalmente nel 2000 raggiunge il gradino più alto nella prova di difficoltà di Coppa del Mondo a Chamonix. Capace di superare l’8a+ a vista e l’8b+ lavorato in falesia, il 1998 è l’anno in cui prende contatto con le grandi pareti, un amore a prima vista.
Così parte in Madacascar dove con Arnaud ripete “Gondwanaland” di Helmut Gargitter e soci, 800 metri sino al 7b+ e un bivacco imprevisto che rende il tutto più eccitante per i due fidanzati. Ma non è la luna di miele, ma solo il battesimo delle big wall... Stéphanie ha solo 22 anni ed è una bella ragazza dagli occhi chiari che sembra proprio intenzionata a fare dell’arrampicata e dell’alpinismo la sua ragione di vita. Ci riprova quasi subito in Giordania ripetendo “Raid Mit the Camel”, 450 metri di 7a, e poi supera in Mali, l’anno dopo, il suo primo 8a+ al primo tentativo. La parola d’ordine, per chi intende dedicarsi alle big wall in libera, è consolidare il proprio livello in falesia e questo Arnaud e Stéphanie lo sanno molto bene: così poco dopo arriva il suo primo 8a a vista a Roquevaire, poi l’8a+ a St. Léger con “Dis moi qui je hais” e l’8b+ lavorato nella stessa falesia, nel 2000. Nello stesso anno il bouldering è di gran moda e Stéph dimostra di non saper fare solo una cosa bene, raggiungendo il 7c+ a Bishop (USA) e il 7c in Sud Africa.
Nel 2001 è tempo di tornare alle grandi pareti e sbarca a Yosemite, dove scala “Astroman” e “Rostrum”, scelta che tradisce la sua chiara vocazione per la libera. Nello stesso anno è in India, ad Hampi, a visitare il nuovo spot di bouldering, poi prende contatto con l’universo fessure a Indian Creek, la Mecca, dove si rende conto che per una falesista europea la strada è lunga... Nel 2002 scopre Taghia, Marocco, e si innamora a prima vista per quel luogo così affascinante e fuori dal tempo, tanto da farvi ritorno più volte.
Nel 2003, la stesura di una collana di guide sulle più belle vie del mondo, “Parois en legende”, è l’occasione per scoprire l’alpinismo vero è proprio. La Hasse alla Lavaredo in libera, Il Pesce in Marmolada, la Walker alle Jorasses e altre grandi classiche. Poi la Lotus Flower in Canada, passando per l’ascensione del Nose in giornata. Ma Stéphanie non trascura gli studi e diventa professoressa di francese e proprio nel 2003 entra nel mondo del lavoro, nonostante resti sulla carta una delle poche arrampicatrici professioniste.
Nel 2004 torna in Marocco e partecipa all’apertura di “Axe du mal” (7c) con Piola e Robert, poi l’anno dopo è in Pakistan sulla Torre del Trango dove ripete la mitica “Eternal Flame” in soli tre giorni e in stile alpino. Quindi una dura esperienza in Venezuela, sul Salto Angel, ripetendo una via tradizionale di Arran e Heason sino al 7c+ in diversi giorni di parete.
Nel 2006 è la volta del Messico, tante falesie e vacanza ma anche la ripetizione di “Logical Progression”, 800 metri sino al 7c+, sulla grande parete di El Gigante. Nel 2007, infine, il tassello mancante. Arriva la Patagonia con l’ascensione della Torre del Paine per la via di Bonington, con suo marito Arnaud e suo cognato Francois... insomma capodanno in famiglia... sorprendente per dei ragazzi che erano stati definiti un tempo dei “pannellari”!
Infine l’impresa dell’anno, che è valsa a Stéphanie l’intervista su UP e le attenzioni del mondo intero, la salita interamente in libera e da capocordata di “Free Rider” al Capitan.

Stéphanie, puoi raccontarci un’ascensione degli inizi che ha fatto scattare in te la passione per l’arrampicata?
Non ho il ricordo di un’illuminazione precisa riguardo all’arrampicata. Ho cominciato ad arrampicare seriamente all’età di 15 anni. Ero un’adolescente in cerca di passione e l’arrampicata è diventata poco alla volta una forma di dipendenza. C’era anche una sana competizione nel mio club di Gap e da quel momento l’arrampicata ha guidato tutte le mie scelte di vita.

Ho letto che consideri l’arrampicata uno stile di vita. Hai già pensato di farne il tuo mestiere o vuoi tenere le due cose ben distinte?
Durante il periodo agonistico mi guadagnavo da vivere grazie ai premi delle gare e agli sponsor. Da quando ho smesso, nel 2001, ho deciso di terminare gli studi di Lettere per assicurarmi un mestiere e ho ottenuto il diploma di professore di francese. Ho lavorato per due anni nelle scuole medie ma mi sono resa conto che non ero più in grado di adattarmi a una vita ordinaria. L’arrampicata è stata sempre il filo conduttore della mia vita e non avevo quasi più tempo per scalare, cosa che mi faceva impazzire! Per partecipare alla spedizione in Venezuela al Salto Angel ho smesso di lavorare come prof. e da allora non ho più ricominciato. Oggi mi vedo di più nella veste di arrampicatrice professionista e di consulente tecnica come, per esempio, per Lafuma e Petzl. Tengo anche delle conferenze insieme ad Arnaud sulle nostre spedizioni. Il giorno in cui avrò meno voglia di viaggiare credo che mi piacerebbe condividere la mia passione con i giovani facendo l’istruttrice di arrampicata.

Che cosa rappresenta per te la roccia? Esiste una sensibilità “femminile” rispetto a questo elemento centrale nelle nostre vite di scalatori?
Non so se esista o meno una sensibilità femminile. Personalmente rimango sempre meravigliata davanti a tutte le varietà di roccia che incontro. Rimango estasiata dalle forme, dai colori e mi diverto, come la maggior parte degli arrampicatori appassionati, a immaginare che cosa potrei farci. È anche per questa ragione che l’apertura di Babel in Marocco mi ha tanto incantata. Da un lato amo i piccoli fiori che riescono a vivere nell’universo minerale e verticale. Spezzano l’austerità di una parete e la rendono più umana. Dall’altro non sempre apprezzo le vie perfettamente pulite!

Nel tuo percorso di scalatrice di alto livello i sogni sono stati importanti nella realizzazione dei tuoi obiettivi?
Sì, sempre. Per Trango per esempio, leggevo il libro di Stephen Venables sulle più belle ascensioni in stile alpino e le sognavo dal 1997, quando ancora ero in pieno nell’agonismo. Non immaginavo di poterci andare in quel periodo, ma questo mi ha portato a tornare in montagna. Lo stesso vale per Yosemite. Ero talmente imbranata in fessura la prima volta che sono andata negli Stati Uniti che non avevo nessuna ambizione particolare, solo la voglia di migliorare in un campo che mi sfuggiva completamente.

Dopo l’esperienza agonistica, dove hai trovato la motivazione per dedicarti ad altro e raggiungere nuovi obiettivi?
In effetti non ho mai speso troppe energie per le gare. Era un gioco. Mi permetteva di progredire nell’arrampicata e mi ha anche insegnato a fronteggiare le situazioni di stress. Questo periodo ha coinciso con un’epoca nella quale la mia vita era scandita dagli studi. I miei veri sogni erano altrove. Leggevo molti romanzi di viaggi e di montagna e sognavo una vita nomade. Senza avere dei veri e propri obiettivi, mi sono rivolta di più verso i viaggi e le vie lunghe, senza ricercare la difficoltà pura. Da allora faccio solo quello che avevo sempre sognato: dei bei viaggi e delle belle avventure, che spero sempre di condividere con gli altri al ritorno.
Arrnaud Petit, il tuo compagno, è uno dei migliori scalatori/alpinisti del mondo, e ha certamente un carattere forte. In che misura ha influito sulle tue scelte e le tue realizzazioni?
Sono ormai dodici anni che condividiamo tutto e siamo riusciti a crescere insieme. Arnaud ha sempre amato aprire vie lunghe, è questo che lo motiva di più ed è quindi questo che determina spesso la scelta delle sue destinazioni. Ho scoperto questa pratica insieme a lui nel 1997. Ho rinunciato al Rock Masters per accompagnarlo sulla via che stava aprendo sul Grand Capucin. Era settembre e faceva veramente freddo ma ne serbo un ricordo magico.
È grazie a lui che ho scoperto la gioia di aprire vie. Altrimenti mi sarei probabilmente accontentata delle ripetizioni.
Spesso cerchiamo di alternare le spedizioni affinché ciascuno possa divertirsi. Al Salto Angel, non avuto l’opportunità di scalare molto perché alcuni tiri erano troppo duri e io non ero in forma, ma in Yosemite ero molto più motivata sia per il luogo che per il tipo di roccia e ho potuto scalare al mio limite. Arnaud, accompagnandomi, mi ha permesso di concretizzare questo sogno.

Esiste spesso un forte spirito di competizione tra le donne, più che tra gli uomini. Questa competizione diminuisce tra uomini e donne e ancor di più tra marito e moglie. È il tuo caso? In senso generale pensi che esista una sorta di competizione “positiva”, di emulazione tra uomini e donne? Ti è capitato di sentirti stimolata da quello che faceva Arnaud?
Quello che mi stimola di più è di vedere qualcuno arrivare al limite, quale che sia il suo livello. Scalare con amici che hanno il mio stesso livello è ugualmente motivante perché è più facile condividere le sensazioni.
Quanto ad Arnaud, lui è sempre stato molto più forte in arrampicata. Anche se ormai è un po’ fannullone e si accontenta facilmente di quello che fa, allora cerco di motivarlo affinché spinga un po’ più in là, ma senza farsi male, ovviamente!
In alpinismo e in arrampicata esiste una lotta per la parità dei sessi?
Non credo. È un dibattito che non mi interessa e che mi sembra datato. In arrampicata, le donne danno prova da molto tempo di essere capaci di fare bene quanto gli uomini, ne sono testimonianza le realizzazioni di Lynn Hill, di Josune Bereciartu e delle giovani falesiste di oggi. In alpinismo è più difficile, le donne sono meno rappresentate.

Josune Bereciartu dice spesso di essere fiera, in quanto donna, di aver raggiunto questi risultati e di aver dato prova al mondo che anche le donne possono arrivare ai massimi livelli. Cosa ne pensi?
Mi piacerebbe che le donne non dovessero avere più niente da dimostrare oggi. La storia non ha forse dimostrato che sono state sempre efficaci in particolare nelle situazioni difficili? Sappiamo bene che la volontà e l’indipendenza d’animo sono delle qualità condivise da entrambi i sessi. La dichiarazione femminista di Josune è una conseguenza del suo talento ma penso non sia stata questa a motivarla e guidarla nel realizzare i suoi exploit.
Quello che trovo più interessante, e qui mi associo, è quando dice che si considera semplicemente come una persona che arrampica, a prescindere dal suo sesso.

La tua ultima e splendida realizzazione, "Free Rider" in libera da prima, sembra essere un obiettivo a lungo sognato e fortemente desiderato…
La fessura ha qualcosa di magnetico, le linee sono così evidenti. È vero che El Capitan mi faceva sognare da molto tempo. Abbiamo scalato il Nose in giornata con Arnaud nel 2003 e ne conservo un ricordo speciale, anche se abbiamo scalato poco in libera visto che la Valle è una vera fornace nel mese di settembre.
Scalare in libera su una parete come questa è veramente eccitante, soprattutto per una scalatrice europea abituata più al calcare. L’ambiente e l’aria sono da impazzire. Non c’è niente di simile da noi. È molto alto e purissimo. Le linee delle fessure sono incredibili e ogni tiro è quasi un capolavoro. Quello che mi interessava era anche di imparare a scalare meglio in fessura. Free Rider mi ha dato l’occasione di sperimentare delle fessure di diverse misure, è una buona introduzione alla “guida” di El Cap.
Ma so bene che in fessura sono ancora una principiante, per esempio non padroneggio assolutamente alcuni incastri di dita indispensabili per uscire dai tiri estremi della Head Wall di Salathe!

Com’è andata su Free Rider? Come ti sei preparata ad affrontare una simile sfida?
Dopo tre settimane a Indian Creek, cominciavo a capirne qualche cosa degli incastri di mano. Ma su Free Rider, il problema sono le fessure larghe. All’inizio non pensavo a fare tutta la via da prima, a dire il vero lo sognavo segretamente, ma non pensavo di riuscire a venire a capo dei camini e delle offwidhts semplicemente perché non avevo l’abitudine ad arrampicare su questo terreno. Mi piace scalare in tutti gli stili, per cui l’idea di imparare ad arrampicare sulle fessure larghe mi allettava. Ci sono andata rilassata: ho fatto delle moulinette nelle lunghezze che avrebbero potuto pormi dei problemi, in particolare la Monster Crack, una offwidth di 40 metri e anche l’ultima fessura. All’inizio ero a disagio, il che me l’aspettavo, poi poco a poco sono riuscita a trovare delle soluzioni per incastrarmi e infine salire… Era soprattutto questione di pazienza. Arrampicare nelle fessure larghe ti procura dolori dappertutto e hai talvolta l’impressione che non sia arrampicata. Ti senti scoraggiato e vorresti abbandonare.
Mi ricordavo di aver letto che Stef Davis si era trovata a disagio pure lei, così le sue parole mi sono servite da incoraggiamento. Non la conosco, ma la sua incredibile motivazione mi impressiona!
L’altro grosso problema è stato il caldo. Eravamo a giugno e c’erano trenta gradi in valle. Non mi piace arrampicare col caldo, ho cattive sensazioni… allora ho dovuto motivarmi ancora di più, soprattutto nella parte bassa della via. Improvvisamente i tempi si sono dilatati, ci riposavamo per aspettare l’ombra o il vento. Era spesso un po’ noioso, ma nello stesso tempo mi piaceva questa vita da parete insieme ad Arnaud, ci si sente meglio soli e soletti che in una valle piena di gente!
Durante la salita non ho mai avuto pensieri rinunciatari. Sapevo che se fossi riuscita su Monster Crack, il resto sarebbe stato più facile. Comunque ho dovuto impegnarmi al limite, perché se è vero che i gradi non sono mai estremi, non c’è nessuna lunghezza dove puoi rilassarti. Quando è quinto è un camino! Sotto il terzo bivacco, noto come «the block» c’era una lunghezza completamente bagnata, allora ho dovuto raddoppiare gli sforzi.
Arnaud aveva abbastanza tempo per pensare ed escogitava delle astuzie perché mi trovassi meglio: protezioni per le ginocchia e soprattutto per le caviglie. Mi ha fatto un bel regalo ad assicurarmi e a tirar su i sacchi durante tutta la salita. È stato molto paziente, almeno sino all’ultimo giorno. A due lunghezze dalla cima, infatti, è sbottato perché secondo lui mettevo i friend troppo in fondo alle fessure e non si riusciva più a recuperarli. Ma, dopo 5 giorni di jumar, avrei perso la pazienza anch’io!

E qualche aneddoto?
Sulla parte bassa della Salathé, per esempio, c’è una celebre lunghezza di 5.9 che si chiama "Hollow Flake" e sulla quale gli aneddoti spaventevoli si sprecano… Mi faceva francamente paura, anche perché col caldo era scivolosa. La mia amica Martina Cufar l’aveva salita per andare a fare Golden Gate, ma il suo metodo non mi veniva bene. Allora, due giorni prima della partenza, mi sono concessa l’acquisto di un tubo d'acciaio... Mi ha completamente rassicurata anche se, una volta sulla fessura, non ero capace di metterlo. Non sembrava tenere bene, io ero tutta incastrata e mi bastava vedere qualcosa sopra me da rinviare. Un placebo piuttosto costoso, 80 dollari, ma la paura non ha prezzo e ora mi è anche rimasto come ricordo.
La Monster Crack, poi, si trova proprio sotto il super bivacco della Salathé e in genere, gli arrampicatori che fanno la Salathé, non passano per la Monster ma da una fessura più a destra. Per cui, una volta sopra, fanno i loro bisogni sulla verticale della Monster Crack. Uscendo dalla fessura, ho visto che la fessura era stranamente scivolosa e che la roccia sembrava vetrificata negli ultimi dieci metri. L’odore acre e nauseante (soprattutto quando arrivi da un combattimento di mezz’ora) era poca cosa in confronto alla paura di scivolare via nel vuoto!

Vivi ai piedi della falesia considerata la più bella del mondo. Perché questa scelta? Che posto occupa Céuse nella tua vita?
Céuse è il luogo del mio debutto perché sono originaria di Gap. Me ne sono allontanata per gli studi e i viaggi. È fantastico esserci tornata oggi.
È vero che in estate la falesia richiama un sacco di gente e, quando arriva l’autunno, siamo tutti rattristati dallo stato in cui gli arrampicatori la lasciano. Abbiamo giustappunto fondato un’associazione insieme ai locali e agli amanti del sito. L’obiettivo di questa associazione è di preservare l’arrampicata a Céuse attraverso il rispetto dell’ambiente naturale. Un’idea semplice ma che non sembra così evidente oggi, purtroppo.
Al di là dell’arrampicata, è per me il luogo più bello del mondo. Mi fa piacere anche solo passeggiarci, osservare ciò che i cambiamenti di stagione producono sul paesaggio. Amo scrivere ed è il mio luogo preferito d’ispirazione. Un buon campo base insomma.
I viaggi e le Big Wall sono diventati una parte importante della tua esistenza. Cosa pensi dell’impatto che noi, apritori di vie, abbiamo nelle zone del Terzo Mondo coscienti che forse un giorno saranno frequentate da centinaia di turisti e che noi avremo “contribuito”?

Dalle prime esplorazioni hai visto cambiare il villaggio di Taghia, nel massiccio dell’Atlante. Che giudizio dai a questo cambiamento?
I viaggiatori sono sempre esistiti. Non c’è nulla di più umano che voler scoprire cosa c’è e cosa succede nel resto del mondo. Credo che il turismo porti allo stesso tempo delle cose positive e delle cose negative. Nell’era di Google Earth pochi luoghi vengono preservati. Anche Taghia non fa eccezione ormai. Certo, noi abbiamo contribuito ma bisognerebbe forse riflettere sul significato che diamo alla parola conservazione. Quest’anno sono rimasta molto sorpresa dalla gente che c’era e ho ricordato con nostalgia la mia prima visita a Taghia quando eravamo i soli scalatori. Allo stesso tempo non è forse egoista aspirare alla conservazione intatta di un luogo quando i giovani berberi per primi sognano internet e una vita più confortevole?
Purtroppo il turismo arrampicatorio contribuisce ad aumentare le differenze di ricchezza tra chi approfitta immediatamente di questa situazione avendo un rapporto diretto coi turisti e gli altri e inoltre l’impatto ecologico non è da sottovalutare, soprattutto in quella piccola valle con 300 abitanti. D’altro canto credo che, grazie all’apertura verso il mondo esterno, la vita dura che conducono le donne a Taghia possa evolvere favorevolmente e questo è ciò che conta di più per me. Quello che mi lascia esterrefatta sono le persone che criticano il fatto che i berberi brucino le bottiglie di plastica quando sono loro a bere almeno tre litri di acqua minerale al giorno!
Penso che sia importante avere rispetto e interesse verso le persone che incontri.

Sappiamo che a Taghia hai usato trapano e cliff. Solitamente sono oggetti che non attirano molto le donne. Pensi che sia solamente una questione di predisposizione o di paura riguardo a un’attività insicura, pericolosa o faticosa, oppure la spieghi altrimenti?
Credo che sia piuttosto una questione di cultura e di educazione. Non sono molti i genitori che mettono martelli e trapani in mano alle figliolette! A parte questo sono le conoscenze che contano. Le ragazze che partecipano alle aperture lo fanno solitamente per seguire il fidanzato. Non ho mai visto un gruppo di ragazzi proporre a una ragazza di accompagnarli ad aprire una via.
Oggi le donne che praticano l’arrampicata sono più numerose allora credo che la situazione si svilupperà e che loro non tarderanno ad aprire le loro proprie vie!
Quando guardiamo il livello di alcune vie in artificiale, Sylvia Vidal è l’esempio migliore, pare del tutto possibile.
In senso generale è il ruolo ricoperto dalla donna in seno alle spedizioni che conta. Le più indipendenti prendono la situazione in mano e costituiscono squadre esclusivamente femminili. È un buon modo per loro di diventare autonome e concretizzare i loro sogni.
Le torri del Trango sono probabilmente il non plus ultra di quello a cui un arrampicatore che ama la montagna può sognare. Per te che cosa hanno rappresentato?
La realizzazione di un sogno e la mia prima esperienza con l’altitudine e le cime himalayane. Il mio ricordo migliore resta quello del nostro terzo bivacco su una cengia di neve, arroccata sopra più di 600 metri di granito arancione, di fronte ai giganti del Karakoram e sovrastata da una fessura superba di 7b, un po’ difficile da salire a 6000 metri dopo aver fatto colazione all’ombra a – 20°!
Al di là dell’ascensione, che è stata fantastica, il viaggio sulle vie del Karakoram mi ha veramente impressionata. Una gran parte degli abitanti del pianeta vive in zone dove la natura è titanica, allo stesso tempo meravigliosamente bella e terribilmente austera.
Steph Davis in solitaria sul Diamond, Lisa Rands che ripete la pericolosa Gaia… sei già stata attirata da questo tipo di esperienze così radicali? Che rapporto hai con la paura?
Il free-solo non mi attira, anche se so che è una pratica abbastanza diffusa negli Stati Uniti. Ho già abbastanza paura su alcune vie lunghe o su certi blocchi! Su Free Raider, per esempio, ero terrorizzata dai camini a dalle offwidths. Per me era già abbastanza pericoloso!
Il free-solo, a meno di non essere pazzi o incoscienti, richiede a mio avviso molta pratica e lavoro! A questo proposito, la salita in solitaria del Pesce in Marmolada mi lascia ancora perplessa.

Come consideri il mondo dell’arrampicata oggi? Pensi che le tue realizzazioni, e il fatto che vengano mediatizzate, possa costituire un esempio per le ragazze che cominciano ad arrampicare? Come vedi le altre scalatrici?
Rimango impressionata dalla specificità di alcune attività legate all’arrampicata. Per esempio l’avvento del Deep Water Solo. È un’attività che mi lascia estasiata perché non sono molto a mio agio nell’acqua, come molti degli arrampicatori nati nelle regioni montane!
Per tornare alle ragazze, spero che la mia pratica possa motivarne alcune ma io non ho certo la vocazione di dare l’esempio.
Mi ricordo che le realizzazioni di Lynn Hill ai tempi o di Steph Davis recentemente, hanno sempre suscitato in me una grande ammirazione, allo stesso modo di tutti quelli che, uomini o donne, vivono la loro passione gratuitamente, con intensità, incuranti della società consumistica di oggi.
Sono altrettanto impressionata dal livello delle giovani arrampicatrici in falesia, Charlotte Durif per fare un esempio. Credo che se porteranno il loro talento sulle vie lunghe vedremo delle belle realizzazioni nei prossimi anni.

Hai dei sogni nel profondo, che non sono realizzabili nell’immediato, e che resteranno probabilmente inaccessibili?
Sì, penso a dei sogni in montagna. Il Baghirati o lo Shivling. Sono delle cime magnifiche, delle Big Wall arroccate veramente ad alta quota, non sono sicura che riuscirò ad andarci. Quando si scala in coppia, si spende molta energia preoccupandosi dell’altro, per questo credo che nei prossimi anni ci dedicheremo a progetti più rocciosi, che non presentino pericoli oggettivi. L’apertura di Babel mi ha veramente stimolata e abbiamo altre idee dello stesso genere!

 

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free Rider (ph. Arnaud Petit)
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