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Foto Marco Scolaris
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AU REVOIR PATRICK

di Severino Scassa

26 Novembre 2012

 Au revoir, Patrick


La liberté c’est l’essentiel de la vie. C’est l’essentiel de ma vie.
Patrick Edlinger


Erano i primi anni ’80, quelli dei fuseaux psichedelici e dei pile antipanico dai colori imbarazzanti. Aspettavo con impazienza tutta la settimana Jonathan e i baffi di Ambrogio Fogar per rivedere la sigla di chiusura della trasmissione: a un certo punto inquadravano un tizio che scalava - biondo, capelli lunghi, torso nudo - e che piantava un volo lunghissimo, interminabile. Mi incantava. Lo guardavo e lo riguardavo. È stato quel ragazzo sconosciuto a farmi venir voglia di impegnarmi a fondo nell’arrampicata: Patrick Edliger, l’angelo biondo del Verdon, in volo giù dalla sua L’ange en décomposition. Dopo averlo guardato precipitare mille volte sullo schermo, e sui suoi libri fotografici, sono andato a vederlo scalare dal vivo a Sportroccia , a Bardonecchia nel 1985: uno sconosciuto fra il pubblico venuto ad ammirare il divo. Poi, quando iniziavo già a ravanare sul 6c, mi è capitato di trovarlo a Buoux, impegnato su Le Minimum 8b+ di Marc Le Menestrel. Le distanze si sono accorciate ancora in occasione dei master che abbiamo fatto insieme; quindi lui ha smesso di fare gare, mentre io iniziavo a tenermi sempre di più. Ma quelli non erano stati veri incontri, ci eravamo sempre solo sfiorati: Patrick l’ho conosciuto davvero solo nel 2006, quando sono andato a trovarlo nel suo regno, a La Palud. Ero andato là con il fotografo Marco Scolaris e altri amici per uno speciale di Alp dedicato al Verdon. Così eccomi immortalato, dopo vent’anni, mentre salgo L’ange en décomposition con l’angelo in persona che mi fa sicura con una piastrina autobloccante. Angelo tradizionalista, penso, o forse solo mal equipaggiato: “Vuoi il grigri?” “No: con il grigri puoi staccare le mani dall’assicuratore e distogliere l’attenzione da chi scala: non mi piace, è una mancanza di rispetto”. Ho continuato a usare il grigri, ma da quel giorno sono a disagio ogni volta che mi capita di dover staccare le mani. Con qualche piuma in meno, l’angelo faticava a muoversi dove prima volava. Gli angeli, quando invecchiano, fanno tenerezza perché il tempo li prende a tradimento. Riservato dietro quegli occhi intensi incorniciati di rughe sottili, Patrick era di quelli cui non puoi che voler bene: mi è stato subito simpatico. Credo che la cosa fosse reciproca, perché in quei giorni di scalate e di fotografie abbiamo chiacchierato parecchio. Visto che eravamo entrati un po’ in confidenza, all’improvviso, non so come, mi viene da dirgli che ho iniziato a scalare sul serio grazie a lui, dopo averlo visto in televisione. Lui si mette a ridere e mi racconta di quando, nel ’95, era diventato caporedattore di Rock’n’Wall: “era un brutto periodo per la scalata, ero demotivato. Poi un giorno arrivano in redazione le foto di Heinz Zak per il suo libro Rock stars e mi cade l’occhio su uno scatto in cui c’è un tipo giovane che scala un 8b a vista al tetto di Sarre, col volto congestionato dalla fatica. eri tu. Mi è tornata la voglia di allenarmi: è stata la nuova generazione a darmi la motivazione per continuare”. Mi smandibolo dallo stupore e capisco a distanza di diciassette anni perché sul primo numero di Rock’n’Wall ci fosse pure una mia foto. To’ guarda l’arrampicata: io inizio perché vedo lui in tv, lui continua perché vede me in foto e un giorno ci incontriamo di persona per dircelo… buffo, no? Approfittando di uno dei momenti in cui eravamo ospiti di Patrick, ne approfitto e gli chiedo, da buon maniaco dell’attrezzatura, se può farmi vedere la stanza del materiale: “Ouais, bien sûr”. Dal mucchio di caschi, corde, singole, gemelle, statiche, moschettoni, rinvii e scarpette risalenti a varie epoche storiche, Patrick pesca un friend e me lo porge: “questo l’ho usato per salire Grand Illusion 5.13 b-c (8a+) a Joshua Tree, tienilo pure”. Oggi il vecchio Simond sta appeso per il suo cordino verde a un mobile di casa: è uno dei primi oggetti ad accogliermi quando rientro, come un amico. Così, ogni volta che lo guardo, ricordo Patrick come l’ho visto l’ultima volta: schivo e ritirato nel suo reame di La Palud, mentre scala o va a pesca di trote. Aveva un conto aperto con un vecchio pesce astuto, che riusciva sempre a farla franca. Non so se abbia mai abboccato.

Severino Scassa

 

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