di Alessandro Grillo
Il Finalese è un territorio magico e particolare: selvaggio, aspro e paesaggisticamente eccezionale. Queste bianche rocche di calcare che emergono da una vegetazione rigogliosa e verdissima sono uniche in tutto il territorio della Liguria di ponente.
Alla fine degli anni '60 sono gli alpinisti genovesi Alessandro Grillo e Gianni Calcagno ad accorgersi di questo paradiso verticale, e in particolare Alessandro, negli anni successivi, dedicherà a queste valli molte delle sue energie, che fino ad allora si erano scaricate sulle grandi pareti alpine. L'amicizia di Alessandro Grillo con Patrick Berhault e i conseguenti viaggi nelle falesie del Verdon e del sud della Francia, sanciranno l'inizio dell'arrampicata libera a Finale Ligure, poi celebrata con la pubblicazione della prima guida ad opera di Alessandro.
la Rocca di Perti è una delle prime strutture ad essere state scoperte, e proprio al centro della parte settentrionale della parete Ovest, una delle più imponenti del finalese, Alessandro Grillo vi ha tracciato la prima via insieme ad Armando Casula e Vittorio Simonetti.
E' di questo itinerario, da cui dicono si possa godere lo spettacolare volo a bassa quota ed a cerchio delle rondini, Alessandro Grillo ci racconta la storia.
"The Old Man" di Alessandro Grillo
tratto dalla guida "FINALE Climbing" di Marco "Thomas" Tomassini
"Vista da Calice Ligure, la Rocca di Perti appare come un’immensa prua di un vascello d’altri tempi, con l’elegante spigolo nord che sembra avanzare tra i flutti.
È la rocca più ricca di storia e di leggende di tutto il Finalese.
Nel 1973, il suo versante ovest, lungo quasi due chilometri e alto oltre centocinquanta metri, non presentava alcun itinerario di salita e ciò destava in noi il massimo interesse. Dovevamo salire quella parete, possibilmente lungo un itinerario che portasse direttamente alla vetta più alta. Cosa non facile, poiché la rocca in questione è costituita da grandi balzi interrotti frequentemente da cenge erbose e piccoli boschi pensili.
Guarda da lontano, guarda da vicino, finalmente individuammo il percorso. Partimmo per un primo tentativo, io e “Torio” Simonetti, portando in una piccola grotta tutti i ferri del mestiere. Iniziammo in un diedro strapiombante e un pezzo di ferro profilato a U, conficcato al punto giusto, ci consentì di superare il punto più faticoso. Sopra, la salita si fece più piacevole e aerea, non difficile ma bella.
Dopo tre lunghezze di corda, dovevamo affrontare un’aerea traversata a sinistra, che era sovrastata da un grosso pilastro completamente staccato dalla parete e stranamente appoggiato alla roccia. Il parallelepipedo era alto più di tre metri, largo circa un metro e spesso la metà. Alla base si faceva piccolo, piccolo, per poggiare su un minuscolo gradino. Passare lì sotto, con tutto quell’arnese sopra la testa, avrebbe richiesto più incoscienza che coraggio. Il fantastico sistema di appoggi e aderenza che teneva quasi sospeso quell’enormità di roccia aveva del miracoloso. Rimanemmo attoniti alla sosta, guardando quell’equilibrista, che sempre più assomigliava a una… bara. A tutti i costi bisognava togliere quel coso, se volevamo passare con un minimo di tranquillità, anche perché avrebbe costituito una severa minaccia per tutti coloro che, in seguito, sarebbero saliti lungo la via o che si fossero trovati alla base della parete. Ed allora non immaginavamo minimamente quante persone sarebbero giunte negli anni a venire.
Torio, esperto “cavatore”, escogitò rapidamente la soluzione.
Mi disse di salire alla destra del masso e di attrezzare una buona sosta un poco sopra la sua sommità.
Salii; mi sembrava di procedere su di un campo minato. Ricordo che quell’anno l’inverno non era ancora finito, la parete, orientata a ovest, si trovava in ombra, e una fredda tramontana si infiltrava tra masso e parete, emettendo lugubri fischi. La scena era perfetta per il film… Terrore in parete. Sentivo scricchiolii a ogni istante e sembrava che tutto il monte muovesse nel vento. In vita mia, fu una delle poche volte che arrampicai con una signora accanto… la Paura. Trovai due buoni buchi, vi infilai pezzi di legno e due lunghissimi profilati di ferro e sostai sulle staffe. Mi trovavo un poco più in alto e a destra del masso. Torio salì tranquillamente e giunto all’altezza della sommità del mostro mi disse di bloccare la corda. “Ora ti faccio vedere come si fa” esclamò sorridendo. Estrasse dallo zaino un sasso grande come un pugno e lo infilò tra il blocco e la parete, poi fece leva con il manico del martello. La “bara” si mosse in modo impercettibile, ma il sasso scese un poco. Fece ancora leva e il sasso scese ancora di più. A quel punto Torio, appeso alla corda, schiena alla parete, puntò gli scarponi contro il masso e diede una leggera spinta. Lentamente, come in un film al rallentatore, il roccione si mosse, e in una nuvola di vento e polvere, precipitò in basso. Toccò la parete, descrisse una arco e in un frastuono indescrivibile arrivò alla base, ove si ruppe in due parti. Una si frantumò ancora e si fermò, ma l’altra, più tondeggiante, si avviò subdolamente e dolcemente verso valle. Entrò in un boschetto di lecci, ove pensammo si fermasse. Ma ai nostri occhi increduli apparve un proiettile che viaggiava a folle velocità. Si infilò tra gli uliveti, passò vicinissimo ad alcune casette contadine abitate, rimbalzò sulle fasce coltivate, sorvolò il cantiere dell’autostrada in costruzione e la strada provinciale che unisce Calice a Final Borgo, finendo la sua folle corsa nel greto del torrente tra spruzzi d’acqua.
Eravamo terrorizzati. Tremavamo come foglie. Con il residuo coraggio scendemmo percorrendo palmo a palmo tutto il percorso del masso, in cerca di danni e… vittime. Il luogo, allora, era piuttosto deserto, ma qualche contadino o qualche boscaiolo, avrebbe potuto trovarsi al lavoro nel bosco o negli uliveti. Per incredibile buona sorte, tutto si era risolto con qualche alberello rotto e qualche ulivo sbucciato. Il mattino seguente, dopo una notte insonne, consultammo i giornali con la cronaca locale: nessuna notizia di caduta massi nel Finalese!
Passò qualche settimana, poi preso coraggio, ritornammo in quei luoghi, con noi anche il fido Armando, detto “Monsieur Luc”, il Vecchio, per gli amici. Aveva appena compiuto… 50 anni. Superammo il traverso e velocemente giungemmo in vetta. Abbracci calorosi al Vecchio, ma tra me e Torio, una sola stretta di mano.
I nostri sguardi erano quelli spaventati di due possibili e potenziali assassini.
Mancava solo De Andrè a cantare “Il pescatore”!
Da quel giorno, mai più, durante l’apertura di una via, gettai un sasso, anche piccolissimo, dalle pareti del Finalese, tranne che in una occasione, ma questa è un’altra storia."
34 IL VECCHIO
Alessandro Grillo, Armando Casula e Vittorio Simonetti, Marzo 1973
6a (5b obb.) 150m
Tipo chiodatura: resinati e fisher
L1 6a 30m (partenza originale, attrezzata a fisher). Muro verticale e diedro/fessura concrezionato, poi placca sino alla cengia
L2 5b 30m Uscire in diagonale sul lato sinistro della cengia, proseguire per un diedrino, placca e poi per una fessura; uscire a destra verso un albero (sosta in comune con Nadia, su spit)
L3 6a 30m A sinistra su muro verticale 7-8 metri, poi traversare a sinistra (sosta in comune con Chiodi di garofano su resinati e spit)
L4 5b 30m Salire direttamente fino a entrare in una fessurina uscendo in diagonale a sinistra (uscita originale) o direttamente (sosta su fisher)
L5 5b 20m Proseguire a destra seguendo un facile canale sino a una cengetta, andare a sinistra e superare un breve muro verso destra (sosta su fisher)
L6 3a 10m Per facili rocce raggiungere la sommità (sosta da attrezzare su albero)
Varianti facili del Vecchio:
Si può evitare il primo tiro seguendo la prima lunghezza della Nicora. Per evitare il traverso, a metà del secondo tiro uscire a sinistra su una cengia, traversarla superando la seconda sosta di Gold finger e proseguire verticalmente per un diedro (4b).
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