Alla ricerca di un sogno: il viaggio nello Yorkshire di Niki Ceria

Intervista a Niccolò dopo il suo ultimissimo viaggio in UK.

14 May 2019
Gritstone, brughiere, linee da sogno e tanto altro…
 

Non è un segreto né una sorpresa, perché grazie ai social ormai abbiamo la possibilità di seguire in tempo reale l’attività di qualunque persona giorno dopo giorno…

Quindi in molti hanno già potuto seguire Niccolò Ceria su Instagram nel suo ultimo viaggio boulderistico, che l’ha portato in Inghilterra, nello Yorkshire.

Sappiamo che, quando Niki parte, nulla è scontato, anzi le sue scelte sono motivate da una visione del boulder profonda ed anticonformista, in cui l’espressione dell’alta difficoltà è inscindibilmente connessa con una visione personale e intima di questa disciplina.

Le destinazioni di Niki hanno sempre un’”anima”, un fascino ancora imperturbato dalle mode e dal consumismo dell’arrampicata. Sono luoghi in cui sopravvive ancora la magia primordiale del bouldering. In questo caso, poi, nello Yorkshire si trova quello che è stato uno dei sogni di Niki fin da bambino, l’iconico Cypher, altra creatura di Ben Moon!

Niki è partito per esplorare il fascino del grit e delle brughiere inglesi in una zona poco considerata dai climber, ma è anche partito per aggiungere un altro tassello nella sua vita di arrampicatore esploratore, iniziata nella sua cameretta a contemplare anche un poster di Andy Earl impegnato su Cypher!

Come sempre una bella storia dove i gradi e le difficoltà (nel suo caso sempre e comunque al top!) non contano più di tanto, ma sono le sensazioni e l’arricchimento personale che l’arrampicata offre a costituire il senso del viaggio.
Per questo è sempre un piacere incontrare Niki e farci raccontare direttamente da lui i suoi viaggi!

 

Ecco quindi cosa ci ha raccontato dello Yorkshire...

 

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Ciao Niki, bentornato!
Dopo aver seguito il tuo viaggio da Nord a Sud per l’Italia e aver contemplato le linee spettacolari che hai aperto a Pietra del Toro, nelle ultime settimane abbiamo potuto seguirti sulla tua pagina Instagram anche nel tuo ultimissimo viaggio, che ti ha portato sul grit dello Yorkshire.
Puoi dirci quale è la ragione e quali sono i motivi che ti hanno spinto a visitare proprio questa zona?

La ragione principale è legata a sassi che volevo provare da parecchio tempo, come ‘Cypher’, ‘Zoo York’ e ‘High Fidelity’. Sono blocchi che hanno caratterizzato i desideri della mia adolescenza e che, se non fosse stato per intoppi prettamente logistici, sarei andato a provare già qualche anno fa.
Queste linee mi hanno sempre affascinato, soprattutto ‘Cypher’ per la sua storia, i suoi movimenti essenziali e per quel video di Ben Moon uscito ormai un po’ di tempo fa (https://vimeo.com/36607731)
Inoltre l’ambiente dello Yorkshire, o del Peak District, mi ha sempre catturato, cosi come la roccia che rende la scalata ipertecnica e strettamente dipendente delle condizioni.
Infine, la scena inglese mi è sempre piaciuta: parecchio modesta, tendenzialmente rispettosa dell’ambiente e della roccia e ricca di persone motivate da un positivo entusiasmo.
Ovviamente anche il fatto che ci siano aree/linee pseudo-sconosciute alle masse ha influito parecchio. Per me il bouldering rappresenta sempre la migliore via di evasione, specialmente dalla società. Quindi la popolarità di un’area influisce spesso (e purtroppo) su una mia scelta.

 

Seppur lo Yorkshire sia conosciuto per il boulder, a livello mediatico rimane comunque molto meno noto del Peak District o di altri posti in Inghilterra. Ci puoi descrivere come sono organizzate le aree, che tipo di ambiente e di roccia si trovano e quali sono le peculiarità dei luoghi di scalata che hai visitato qui?


È vero: pur trovandosi soltanto ad un’ora e mezza da Sheffield, rimane un’area meno nota del Peak District, specialmente a livello internazionale.
Le aree, come nel Peak, sono molto dispersive e richiedono diversi spostamenti. È impossibile stare vicino ad ogni zona, quindi i viaggi giornalieri sono da metter in conto dato che la regione copre circa 100 km quadrati. Anche se diversi settori sono piuttosto grandi, si trovano sempre dai 10 ai 50 minuti di distanza l’uno dall’altro.
L’ambiente è meno sconfinato del Peak District, ma è comunque ricco di spazi aperti e caratterizzato dalle classiche brughiere inglesi. Da quest’ultime spiccano le tipiche falesie di Gritstone scuro, che creano lavagne avare di roccia dove nessun movimento è scontato.
La grana è molto abrasiva e tendenzialmente più aggressiva del Peak, quindi richiede un particolare tipo di pelle. Le condizioni meteorologiche influiscono pesantemente sulla scalata: sia per l’abrasività della roccia, sia perché ovviamente quanto più fa freddo tanto più la pelle è dura e quindi meno ne perdi durante l’arco di un viaggio.
Il meteo cambia rapidissimamente (almeno nel periodo in cui ero lì) e spesso è ciò che decide l’intero planning delle giornate.

 

Nello Yorkshire si trova Cypher, un blocco che per te ha molto significato. Come ci hai già raccontato in altre occasioni, questo è uno di quei blocchi che sognavi di salire sin da bambino ed in questo viaggio sei riuscito a realizzarlo! Ci puoi parlare delle sensazioni e delle emozioni che hai provato chiudendolo e realizzando così un sogno d’”infanzia”? Come è fatto il blocco e che difficoltà hai trovato?

Cypher è un passaggio di 5 movimenti di mano, quattro dei quali fatti con uno stesso piede e il quinto eseguito in ambio, quindi hai praticamente un solo piede per tutti i singoli! È uno spigolo che si trova a Slipstones, un’area piuttosto famosa nel nord dello Yorkshire, sperduta tra brughiere e pascoli. È esposto completamente a sud con l’assenza di piante o altro, è verticale, le prese sono piccole e, nel caso della prima pinza e del rovescio, sono anche abbastanza aggressive. Quindi per me aveva senso provarlo soltanto in una giornata nuvolosa.
La prima pinza è abbastanza positiva, più di ciò che mi aspettavo. Mentre la tacca da cui si fa il famoso lancio di gamba l’ho trovata più brutta di ciò che immaginavo e questo ha sballato leggermente la visione motoria che mi ero creato nella mente durante questi anni.
A parte un singolo tentativo fatto top-rope e diverse calate per pulire le prese, mi ha richiesto 12 tentativi diluiti in due sessioni. Dal primo al penultimo tentativo sono sempre arrivato al quinto movimento, ovvero il lancio di gamba. Quel singolo racchiude l’intera difficoltà del passaggio.
È molto complesso muovere la gamba e generare momento perché sei parecchio steso e la presa di mano destra è stranissima, quindi devi fare il lancio di gamba usando una presa brutta, su un muro verticale dove metà del corpo è al di là dello spigolo e l’altra metà dall’altro lato. Quindi senza momento non hai quell’energia necessaria per alzarti e afferrare l’ultima presa con precisione, dato che è un mono/tridito parecchio strano da fermare. Alla fine bisognava capire esattamente il punto della mano destra, sforzarsi tantissimo nel lancio di gamba (che per me era innaturale), focalizzare perfettamente la presa successiva e capire esattamente dove prenderla.
Come seconda cosa bisognava far coincidere tutto questo con una giornata nuvolosa, possibilmente fredda, e una pelle decente. Significava quindi per me non scalare su nessun’altra cosa fino a quando non sarei riuscito a salirlo, altrimenti sarebbe stato impossibile…
È stata una bella esperienza. Era un mio sogno sin da bambino e lo immaginavo da parecchio tempo... così come feci per Mandala, Shosholoza o altri ancora.
Di solito quando si attende così tanto si rischia che il blocco venga salito da diverse persone e che quindi perda parte del suo fascino.
Per Cypher non è successo cosi: dal 2002 ad oggi contava solo circa 7-8 salite, tutte esclusivamente inglesi. Quindi esserci arrivato sotto da solo è stato un bel momento… Anche salirlo ovviamente, ma il momento della salita era talmente legato alla concentrazione per fare quel singolo movimento che alla fine me la sono goduta un po’ meno.

 

Quali sono le altre linee che hai salito e/o che ti hanno colpito particolarmente? Vuoi anche dirci che sensazioni ti sei fatto dello Yorkshire alla luce di quella che è la scalata inglese e alla luce di quello che è la tua visione di boulderista?

‘High Fidelity’ è un passaggio eccezionale: uno dei più impegnativi della zona, alto, con la roccia mega scura e un bordo con delle pinze perfette. Penso che a livello di scalata e di movimenti sia il passaggio più bello che abbia salito sul Gritstone.
Oltre a questo anche “Rhytym” a Sharphaw è incredibile: la roccia è molto aggressiva, ma avendolo salito di sera con il fresco questo fattore non è stato così scomodo. La linea segue una logica rampa di pinze e tacche per arrivare ad un bordo con due piatti bruttissimi dove bisogna essere precisi per fare l’ultimo salto alla zanca.
Infine ‘Tender Homecoming’ a Brimham: la roccia è meno bella del resto perchè un po’ sabbiosa, ma la linea è imponente a ha un colpo d’occhio incredibile.

Scalare sul Gritstone mi ha permesso di modificare un po’ il mio stile di scalata. Una modifica che avevo sempre provato a fare su me stesso, senza mai esserci riuscito completamente: ovvero riposare parecchio e avere tanta calma tra un tentativo e l’altro.
Riesco ad avere questo comportamento dopo qualche sessione di tentativi, quando bisogna solo concatenare le sequenze. Altrimenti non sono abituato a riposare molto, o meglio, non cosi tanto come la scalata sul gritstone mi ha richiesto. Qui, sin dalla prima sessione dovevo riposare 20/25 minuti dopo un singolo tentativo durato magari 7/10 secondi.
Inoltre, ho spesso avuto conferma di alcune idee che mi ero fatto durante i precedenti viaggi in Inghilterra o in Nuova Zelanda, dove i climber sono tendenzialmente più propensi a rispettare la natura e il paesaggio senza adattarli troppo ai bisogni della scalata. Si percepisce proprio come loro cerchino di adattarsi ad essa senza piantare nessun chiodo, seguendo sempre la stessa traccia per non calpestare la brughiera attorno e di come l’uso della magnesite sia un pelo più limitato.
Un’ulteriore conferma poi di come le condizioni ambientali altalenanti, la roccia severa e scomoda da approcciare e i gradi non regalati siano elementi essenziali per tenere le masse alla larga. Elementi che creano secondo me un’ottima e necessaria selezione nelle aree. In fondo non ci vuole così tanto per preservare ciò che abbiamo… Tant’è che l’Inghilterra non è una destinazione bouldering così ambita a livello internazione proprio perché è un po’ più ‘scomoda’ di altre e credo che mantenerla più “naturale” e meno “sportiva” o “modaiola” possa essere un buon sistema per renderla più esclusiva e raggiungibile solo da chi vuole davvero andarci.
Poi anche qui si trovano porcherie di tanto in tanto, come il nastro buttato sotto i blocchi a Caley o altre cose che non sono per niente piacevoli. Tuttavia, facendo una media sono episodi che capitano meno sovente che altrove. Credo che questo non sia dovuto solo alle caratteristiche dei massi o a quelle della natura, ma anche alla cultura degli scalatori inglesi, che cercano in qualche modo di passare i valori da generazione a generazione malgrado le difficoltà del sistema “instant” in cui viviamo oggi.

 

Dal momento che ogni viaggio lascia sempre qualcosa, ci puoi dire cos’hai provato in generale? Ciò che hai trovato sia come ambiente, sia come roccia che tutto il resto sono stati all’altezza delle tue aspettative?

Principalmente mi ha lasciato ciò che ho spiegato prima: aspetti legati all’approccio, al riposo giusto tra ogni tentativo e un’ulteriore esperienza di adattamento alla roccia aspettando la condizione ottimale. È stato uno dei viaggi logisticamente più impegnativi da questo lato e non ho mai scalato in maniera cosi conservativa prima d’ora. E devo dire che mi è piaciuto parecchio!
La roccia mi ha deluso un po’ in generale, per il semplice fatto che me l’aspettavo un pelo più morbida.
Poi una volta che ho creato la pelle adatta non è così male, ma rimane comunque abrasiva, seppur a colpo d’occhio sia stupenda!

Niki come sempre grazie mille per aver condiviso con noi cosa questo viaggio ha rappresentato per te e per la visione dell’arrampicata che riesci a comunicare sempre in modo molto efficace! Al prossimo viaggio!

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Intervista di Alberto “Albertaccia” Milani

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