Non chiamatelo Melloblocco

Lo spirito di un raduno che ha fatto la storia

22 March 2018
Alcuni riflessioni sugli ultimi annunci relativi al celebre raduno valtellinese.

 

Poche settimane fa ci stavamo rammaricando del fatto che il Melloblocco 2018 non ci sarebbe stato. La motivazione risiedeva in presunti problemi organizzativi che in realtà celavano dietro la maschera un’altra verità: gli abitanti della valle semplicemente non volevano più tale manifestazione, infastiditi dal multicolore popolo straniero che la invadeva nel mese di maggio.

Nel giro di pochi anni vedremo se saranno ancora così raggianti del risultato raggiunto. La memoria dei climber è breve, il loro correre dietro alle mode è grande e non passerà molto tempo che la valle verrà dimenticata, con la complicità di una natura che, molto probabilmente, riporterà nell’oblio molti dei blocchi valorizzati in questi anni e che ora resteranno inevitabilmente senza manutenzione.

Se la news dell’annullamento del Melloblocco ha lasciato spiazzati e amareggiati (anche se dopo le vicende del 2017 c’era da aspettarselo…) ancora più basiti ha lasciato la news di pochi giorni fa: c’è una possibilità che il Melloblocco ci sia, e potrebbe tenersi a Lugano/Cresciano.

All’inizio la notizia è trapelata in via ufficiosa e poche ore dopo è stata ufficializzata. Inutile dire che sul web e sui social subito è stato il boom: tra l’entusiasmo di chi proprio vive per mellobloccare (neanche fosse quella l’unica possibilità di toccare la roccia…), a chi ha sollevato molte lecite perplessità. Alcuni hanno contestato il calore eccessivo di Cresciano a Maggio, oppure l’assenza di linee nuove per effettuare la solita competizione implicita nel raduno. Questi in fondo, per quanto veri, sono aspetti del tutto marginali, se consideriamo che il vero spirito di questo raduno non dovrebbe essere quello di fare la prestazione, bensì quello di condividere la passione del boulder. Altri hanno giustamente sollevato dubbi sulla “stranezza” di conservare il nome Melloblocco per un raduno organizzato da tutt’altra parte. Altri ancora hanno contestato la logistica dell’evento, con un quartier generale (l’analogo del polifunzionale di Filorera) che si vocifera essere a Lugano, a decine di chilometri dall’area blocchi. Quest’ultima è probabilmente la perplessità più fondata, perchè è, di per sé, un ostacolo insormontabile a quello che dovrebbe essere lo “spirito” del raduno.

Ma quale era lo “spirito” che ha animato il Melloblocco, cioè la vera motivazione che ha dato carattere e vita a questa manifestazione agli inizi?

Il Melloblocco, per quanto se ne dica, non è nato come un “prodotto” per gli arrampicatori. Il Melloblocco era gli arrampicatori. È nato come unione di una valle storica e iconica per il boulder italiano con il popolo dei “nuovi” sassisti, coloro che alla fine degli anni 90 e primi anni del 2000 hanno riscoperto il boulder nella sua anima di gioco, di scoperta ed esplorazione, di passione per l’arrampicata, anche in conseguenza al contesto stagnante dell’arrampicata sportiva del tempo.  La prima edizione è stata una Woodstock dell’arrampicata, la celebrazione del ritrovarsi insieme a condividere la passione per la roccia, fianco a fianco al top climber, gomito a gomito sui blocchi, a volte nel fango e sotto la pioggia ma con la voglia di essere lì esattamente in quel particolare posto per arrampicare tutti insieme, senza se e senza ma.

Molte persone che hanno vissuto fin dagli inizi questa manifestazione già da diversi anni se ne sono allontanati. Il successo e il clamore mediatico sollevato da questo raduno hanno attirato molta attenzione e gradualmente sono subentrati interessi sempre maggiori, in cui l’aspetto commerciale ha iniziato a giocare un ruolo sempre più importante. Qualcosa di scontato, diranno molti. Negli ultimi anni In diversi hanno contestato sia privatamente che pubblicamente come Il Melloblocco si sia trasformato infatti in un “prodotto” commerciale sempre più articolato, propinato alla mandria degli arrampicatori per effettuare una vera transumanza nella valle agli inizi di maggio, attirati dai fari, dal clamore, dall’aspetto più “social” e superficiale di tale raduno.

Nonostante la parziale veridicità di tale prospettiva, alla fine il potere della bellezza e della magia della valle mantenevano comunque in vita i valori originali del raduno. Di anno in anno, per quanto crescesse visibilmente il numero dei boulderisti “consumisti”, girando per la valle si vedeva sopravvivere comunque quello spirito e quell’energia degli inizi. Il centro polifunzionale si è trasformato in un vero e proprio centro commerciale/mediatico ma tutto intorno, tra massi, boschi e prati, l’anima degli arrampicatori continuava ad alimentare l’anima autentica del Melloblocco.

La storia alla base del Melloblocco stesso, l’ambiente unico circostante, quell’energia di gruppo sviluppatasi in più di un decennio sono ciò che, nonostante tutto, mantenevano in vita questo raduno. Tolto questo contesto, il raduno non ha ragione di esistere.

Come ha suggerito Simone Pedeferri ai microfoni di Climbing Radio, il Melloblocco è nato, ha fatto la sua vita, ma prima o poi era inevitabile che finisse. Così è finito, ha fatto il suo corso, ha dato quello che poteva dare ed è stato una bellissima storia per l’arrampicata mondiale.

Fuori dalla valle il Melloblocco è morto. Potrà anche migrare in Ticino o in qualunque altro luogo e sicuramente gli organizzatori saranno bravissimi e animati dai migliori intenti nel dare vita a questa manifestazione.

Ma non chiamatelo Melloblocco, anche nel caso fosse qualcosa di occasionale per rimediare alla situazione di questo anno.

Mantenerne il nome significa ridurre tutto ad un puro prodotto commerciale, snaturandolo in una contaminazione che non ha né sapore né carattere. Un ulteriore passo per ridurre tutto a consumo ed apparenza, dimenticando che, dietro ad ogni aspetto di ciò che l’arrampicata è, c’è un lungo cammino passato e una continuità che mai come ora ha necessità di essere salvaguardata.

 

Alberto "Albertaccia" Milani

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