Nella terra dei troll e dei vichingi: Niky Ceria e Shantaram

Intervista in esclusiva a Niccolò dopo la salita di questo capolavoro di Bernd Zangerl. Un viaggio dritti al cuore della sua visione del bouldering

14 September 2017

In questi giorni, Niccolò Ceria sta concludendo il suo viaggio in Norvegia, prima di tornare in patria e lasciare queste terre nordiche così suggestive. Giorno dopo giorno abbiamo visto sui social le bellissime foto con cui Nik ci aggiornava delle sue salite, così come abbiamo gioito con lui quando ha salito Shantaram, primo ripetitore dopo l'apertura effettuata anni fa da Bernd Zangerl.

Shantaram è un blocco in cui il viaggio, il contesto e l'eccezionalità vanno a braccetto con l'estrema durezza. Un blocco che rispecchia la profonda visione del boulder di Niky. Non potevamo quindi non fargli qualche domanda per conoscere meglio cosa rappresenta Shantaram nel suo percorso di arrampicatore e come al solito Niccolò ci ha deliziato con le sue bellissime parole.

Oltre a questa salita, sono diversi i blocchi duri che Niccolò ha salito in questo viaggio tra i quali ricordiamo in particolare Vingsand Hueco, Hurtigruten, Diamanten/Diamond, Vingsand Pirates, l'highball King Size e molti altri.

 

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Come prima domanda ci puoi descrivere innanzitutto Shantaram?

Shataram si trova su un macigno enorme, posto sull’altopiano dell’isola Ramsoy, qualche kilometro ad ovest di Osen. Il blocco appoggia da un lato sul terreno, dall’altro invece su un altro pezzo di roccia che lo rende sollevato da terra e crea la grande caverna di Shataram. E’ un traverso logico che parte accucciato in mezzo alla grotta ed esce sul lato destro del tetto. Richiede parecchia resistenza alla forza, dato che conta 20/22 movimenti e diversi giri di piedi. I movimenti non sono estremi, eccetto un paio che sono abbastanza strani per la posizione corporea. I primi due terzi hanno un roccia fine e compatta. L’ultima parte e l’uscita hanno invece una roccia molto più ruvida con grana grossa. Il cambiamento di roccia rendeva i tentativi dal basso più complessi, dato che per me è complicato gestire la pelle per due sezioni cosi dissimili. I movimenti sono tutti parecchio fisici, dove le posizioni del corpo sono atipiche e l’intera sequenza richiede più forza nella parte destra piuttosto che dalla sinistra. Nel complesso un blocco unico per la sua gestualità cosi bizzarra.

 

Durante gli anni ti abbiamo sempre visto andare alla ricerca di boulder che hanno un carattere, in cui la componente del viaggio è fondamentale. Spesso sono boulder aperti da icone del boulder come Zangerl appunto o Hukkataival e che hanno poche ripetizioni, proprio perché hanno caratteristiche che li collocano agli antipodi rispetto all'attuale approccio consumistico al boulder. In quest’ottica vorrei che contestualizzassi Shataram, dicendoci quando ti è venuta l’idea di provare questo blocco e cosa rappresentava per te prima di arrivare li e salirlo.

Si, il carattere di un passaggio è senz’altro una parte fondamentale per me. Se pur Shataram non rientra nei miei sassi preferiti, l’ ho sempre immaginato come un boulder di gran carattere per la storia legata a Bernd Zangerl. L’idea di provare Shataram ce l’ho sempre avuta sin da quando ho saputo della sua esistenza. Mi ispiravano i racconti di Bernd, le sue battaglie pionieristiche su questo sasso isolato. Mi immaginavo lui da solo che provava questo progetto estremo su un isola con il meteo totalmente avverso, con un solo pad perché non poteva permettersene di più, altrimenti il vento glieli portava via. Tutta la sua storia, legata anche ai movimenti e al passaggio così lontano dai miei stili, mi ha ispirato parecchio. Poi il fatto della Norvegia ha aggiunto il suo. Non ero ancora stato in questo paese, ma ho sempre amato i luoghi del Nord per la luce bassa, i paesaggi color pastello e i sassi sparsi senza una vera e propria area per climbers. Quindi sapevo che prima o poi sarei salito e il momento è arrivato quest’estate, quando ho iniziato a parlarne con un mio amico. Organizzammo il tutto, poi lui ebbe un impegno per il quale dovette rifiutare. Cosi ho dovuto ripianificare il viaggio con una visione più solitaria che inizialmente mi spaventava un po’, ma credo che sia nulla rispetto a ciò che ha provato Bernd a livello pioneristico su questo passaggio.

 

Zangerl ci ha messo 3 anni per venire a capo di Shataram e lo ha descritto come il suo blocco più duro. A te ha richiesto 3 giorni. Come l’hai trovato, e soprattutto cosa ti ha lasciato dentro rispetto a quello che ti aspettavi prima?

C’è un’enorme differenza tra fare la prima salita di un passaggio in cui tu sei da solo a provarlo, e fare la seconda. Questo voglio sottolinearlo, perché è 100 volte piu facile ripetere un problema, piuttosto che aprirlo e tante volte questo passaggio non viene compreso appieno e non viene per niente apprezzato lo sforzo e l’impegno dello sviluppo dietro una linea vergine. Shataram, se pur non rientra nei miei best, mi ha lasciato molto a livello emotivo. Tutte le motivazioni e i pensieri che provavo prima di arrivare fin qui hanno contribuito ad un’ottima esperienza. Successivamente, le tre giornate sono state ricche di momenti avventurosi. Il primo giorno andai con Martin, un ragazzo super forte di Trondheim. Mi invitò ad andare con lui e anche se il meteo era davvero incerto, ci incontrammo alle 13 al porto. Noleggiammo una barca e subito usciti dal porto mi ha lasciò i comandi. Fu un avvicinamento incredibile. Quando arrivammo era super umido e purtroppo non rimasi sorpreso dal sasso visto le prese eccessivamente ingessate. Iniziammo la sessione nell’umido e nel freddo e non ebbi buone sensazioni, mentre lui andò vicinissimo a farlo. Il secondo giorno presi il traghetto e visto gli orari del servizio ebbi soltanto 4 ore per provarlo. Questa volta era molto più secco, ma le condizioni non mi permisero di aprire i pad per il vento eccessivo. Per fortuna ero con Remi, un mio amico, che mi supportò per l’intera sessione trascinando il pad mano a mano che provavo i movimenti ed ebbi un paio di giri decenti. Il terzo giorno arrivai all’alba, sempre per gli orari del traghetto, e questa volta era secco senza troppo vento. In questo giorno entrai molto di più nel dettaglio delle sequenze e iniziai a lavorare sui piccoli aspetti, che sono quelli che contano. Cosi ho avuto dei miglioramenti esponenziali. Mano a mano che passava il tempo ero sempre più stanco, ma continuavo a migliorare sempre piu. Decisi di fare un ultimo giro e tutto andò per il meglio. Sicuramente il lato più emozionante è il fatto di dover andare su quest’isola abbandonata, dove devi far combinare il meteo irrequieto, con le condizioni del mare per navigare o con gli orari del traghetto e con il normale processo di lavoro per un sasso cosi lungo e fisico. Quindi è stato eccitante ed unico, me lo ricorderò.

 

In questo momento sei ancora in Norvegia e hai qualche giorno di arrampicata davanti. Hai altri progetti oltre a Shataram?

Il mio progetto principale era appunto Shataram e altri tre sassi. Tra poco mi sposterò ad Helsinki per qualche giorno, per poi finire il viaggio a Vastervik insieme a Rudy (il fratello di Nic, ndr).

 

In questi ultimi mesi sei stato costretto al riposo da un infortunio noioso ma sei ora tornato alla grande. In questo viaggio in Norvegia come ha reagito il dito? Ti ha dato problemi?

Diciamo che Shantaram non è cosi traumatico. Sapevo da mesi che molto probabilmente a Settembre mi sarei trovato qui a provare questo passaggio, sia perché era davvero alto nella mia lista, sia perché, parlando con Bernd, sapevo che sarebbe stato poco traumatico per il mio problema al dito. Ha reagito bene, ma non è stato un vero e proprio test, visto il comfort delle prese a dita stese e delle rampe piatte. Invece "The diamond" è molto più intenso sulle pulegge ed è senz’altro lo sforzo più traumatico che abbia fatto da 6 mesi a questa parte. Il dito ha reagito bene e penso di essere a buon punto nella lunga strada del recupero. C’è ancora un bel po’ da rimarginare, ma la parte più grande è senz’altro alla spalle

 

Hai altri viaggi in programma subito dopo la Norvegia oppure ti riposerai per un po' a casa?
Dopo gli spostamenti in Nord Europa il piano è quello di tornare a casa per continuare il recupero della puleggia e stare in zona per un po’. Poi si, in programma ho diverse cose, ma di certo non ve le svelo qui ;-)

 

Nic complimenti ancora per questo grande risultato e per lo spirito con cui vivi il boulder. Grazie moltissimo per averci riportato con te a rivivere le sensazioni di Shantaram e in bocca al lupo per questi ultimi giorni in Norvegia. A presto!

 

Intervista di Alberto Albertaccia Milani

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