Twiga e Soulmates Never Die…altri due capolavori di Niki Ceria

L’instancabile lavoro esplorativo di Niccolò in Valle d’Aosta.

28 February 2019
Un’altra intervista ricchissima di contenuti a questo eccezionale boulderista, in occasione della prima salita di due annosi progetti della Valle d’Aosta.


Non importa trovarsi dall’altra parte del mondo o a pochi chilometri da casa… l’avventura e l’esplorazione sono un qualcosa che nasce innanzitutto dentro se stessi.

Tornato dal suo viaggio australiano, per poi ripartire e girare l’Italia in lungo e in largo, Niccolò Ceria ha trovato il tempo per dedicarsi ad alcuni dei progetti che negli anni ha scoperto e valorizzato tra Valle d’Aosta e Piemonte.

Come in molti avranno visto sulla sua pagina Instagram, nelle ultime settimane due di questi sono giunti all’epilogo e Niki è riuscito a realizzarne la first ascent.

Si tratta di Twiga a Fontainemore e Soulmates Never Die a Outrefer, le due nuove linee di riferimento della valle e non solo. Come consuetudine, nella sua visione pura e profonda del boulder, Ceria non ha proposto alcun grado per entrambi i passaggi, ma ben sappiamo che se un progetto richiede più di qualche sessione ad uno come lui, allora si tratta davvero di qualcosa alla portata di pochissimi…

Ricordiamo che sempre in Valle d’Aosta Niki è stato l’autore della durissima Ziqqurat, oltre che il primo salitore di molti dei blocchi più duri nell’ormai ben nota Champorcher.

Tuttavia, al di là del tirare prese e chiudere linee estreme, questo eccezionale climber ha sempre qualcosa da raccontarci, per dare una prospettiva più ampia alla sua visione dell'arrampicata.

Ecco quindi di seguito una ricca intervista, che prende spunto proprio da queste sue ultime salite.


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Niki, sul tuo profilo instagram hai recentemente pubblicato un paio di post che descrivono la prima salita di due tuoi progetti in Valle D’Aosta. Ci puoi descrivere le due nuove linee che ne sono nate?

Il primo che ho salito è “Twiga”. Si trova appena fuori il paesino di Fontainemore, nella Valle di Gressoney. È un passaggio che sale su un pannello piuttosto strapiombante, situato in una grotta fangosa. Il posto non è dei migliori oggettivamente, anche se personalmente lo trovo caratteristico e a suo modo affascinante. L’intera faccia strapiombante conta tre passaggi che salgono dritti senza nessuna forzatura e la roccia è davvero speciale dato che non è né troppo abrasiva, nè troppo levigata.
“Twiga” era l’ultimo progetto dell’antro e quello che mi ispirava di più vista la sua purezza: partenza in piedi (senza la possibilità di partire più bassi), quattro movimenti per raggiungere l’uscita e il giusto numero di prese per renderlo fattibile ma non impossibile.

“Soulmates never die” si trova invece nella zona di Outrefer, di fronte alla soleggiata falesia di Donnas.
Anche questo passaggio ha caratteristiche per certi versi simili a “Twiga”, se pur mancano le pozze e il fango. “Soulmates never die” percorre infatti una “debolezza” presente su una lunga barra rocciosa pressoché liscia ed è caratterizzato da una fessura che taglia il masso in diagonale. A parte la roccia che non è eccezionale, la purezza e lo stile di scalata sono davvero meritevoli.

 

Quale è la storia che sta dietro a ciascuna di esse? Quando e come le hai scoperte?

La grotta di “Twiga” la scoprii qualche anno fa: camminavo con Rudy (mio fratello) nella valle di Gressoney, un posto in cui mi è sempre piaciuto andare a camminare per cercare nuovi sassi. Quel giorno fummo fortunati e trovammo questa grotta con uno sviluppo incredibile, caratterizzata da prese mai viste in Valle d’Aosta e con un’ottima roccia. Iniziai a pulirla nel 2015, ma per questioni di tempo non terminai la pulizia. Così, nella primavera del 2016, tornai con più calma e una volta pulito il necessario iniziai a scalare alcune linee su ambo i lati della grotta. A fine stagione iniziai a provare il passaggio più difficile, ovvero “Twiga”. Non riuscii a venire a capo dell’ultimo singolo, ovvero un impegnativo dinamico di sinistro per afferrare una tacca in cima al muro e tenere la sbandierata.
Per diversi motivi non lo provai fino a gennaio 2019. Dopo una lunga sessione di tentativi riuscii finalmente a trovare un metodo efficace per affrontare l’ultimo singolo e quindi completare il movimento. Separatamente, unii anche i primi due singoli come nel 2016.
Con la memoria fresca tornai la settimana successiva e grazie alle intense visualizzazioni dei giorni precedenti riuscii a salire questo passaggio cinque anni dopo la sua scoperta!

“Soulmates never die” è stato scoperto dopo, credo fosse fine 2015.
Un sabato mattina uggioso andammo a passeggiare ad Outrefer. Intendevo vedere la parte alta del bosco, dove non ero mai stato. Camminando verso la cima della collina, vidi un pannello nascosto sotto una grande placca di roccia. Il tutto era mimetizzato dalla vegetazione e non si vedeva bene. Non sembrava un granché, cosi ripresi a salire. Dopo circa 30 secondi decisi di tornare indietro e andare a vedere. Ero sicuro che non sarebbe stato nulla di speciale, ma per togliermi ogni scrupolo volevo vedere cosa c’era effettivamente sotto la placca. Un po’ come quando torni indietro a vedere se hai chiuso la macchina e puntualmente è soltanto una fissa perditempo.
Quella volta fui smentito. Infatti, questa fessura rimaneva molto nascosta dalla vegetazione. Purtroppo la presa principale sembrava molto fragile, ma non arrivavo a toccarla per verificare se poteva tenere o meno.
Pochi giorni dopo tornai con la scala e la presa sembrava incredibilmente solida. La sequenza consiste in un intro di tre movimenti di media intensità per raggiungere una tacca piccola (presa fragile appunto) con la quale alzare i piedi e fare un super dinamico al bordo.
Purtroppo, durante la seconda sessione, una parte della tacca si ruppe e modificò ampiamente la difficoltà della linea. L’estate arrivò e non ebbi più occasione di provarlo fino all’inverno del 2016.
Durante un’altra sessione ruppi un altro piccolo pezzo della tacca. Se pur rimaneva fattibile, la mancanza di prensione sulla punta del medio rendeva l’ultima sbandierata molto complessa. La gestione della pelle era l’aspetto fondamentale da gestire, quindi anche i giorni in cui provarlo erano limitati.
Poche settimane dopo mi feci male al dito e per due anni non ebbi assolutamente la forma fisica per approcciarmi ad una linea del genere.
Tornai ad inizio febbraio. Feci una sessione di ripulizia della linea, con in mano il mio foglietto dei metodi per non dimenticare nulla: tutto era chiaro come se fossero passati due giorni.
Alla sera tornai a casa per fare una sessione specifica sul muro e quindi prepararmi al meglio per il giorno seguente. La pelle e le temperature erano okay e dopo un’oretta di tentativi avevo un ultimo giro disponibile prima di aprirmi. Per fortuna fu quello buono.

Concludere questi due sassi è stato per me molto significativo. Sono stati progetti che mi hanno permesso di vivere l’interno processo: scoperta, pulizia, lettura del metodo e salita. Hanno incluso due interi anni dove sono stato male e dove ho dubitato seriamente che avrei potuto un giorno tornare a concludere ciò che avevo iniziato. Per ogni linea, effettivamente, ci ho dedicato dai 4 ai 6 giorni. Ma per le vicissitudini che ne hanno fatto parte, la storia che ho avuto con esse e tutto quello che c’è stato dal momento in cui le ho viste per la prima volta al momento in cui mi sono ribaltato sopra, coprono un’esperienza assai più lunga e profonda.

 

Ci hai abituato a seguire le tue avventure in luoghi remoti e lontani, eppure sei la dimostrazione che l’avventura e l’esplorazione possono iniziare anche solo mettendo il naso fuori casa e “cercando” con la giusta prospettiva. Cosa rappresentano per te queste esplorazioni “casalinghe” e quale significato senti che hanno nella tua vita da arrampicatore?

Per me è molto difficile fare distinzione tra una zona “casalinga” e una zona remota. Da anni, per vari motivi, ho perso il concetto di “casa” che avevo prima e quindi mi approccio a scoprire nuovi sassi con la stessa motivazione e desiderio a prescindere dall’angolo di mondo in cui mi trovo.
Di certo la nascita di queste linee significa tanto per me, specialmente per i motivi di cui parlavo poco fa. Però non è un’importanza legata ad una zona casalinga o meno. Cercare sassi e pulire linee nuove è sempre stato stimolante, importante e speciale. Il significato e l’approccio non cambia in relazione alla vicinanza da casa o meno. Forse l’unica differenza si può trovare nel tempo che dedico alla scoperta/pulizia rispetto ad altre zone: spesso viaggiando mi dedico tanto anche a ripetere o andare a vedere passaggi che hanno già delle salite, se pur remoti. Mentre nelle zone del Nord Ovest la dedizione alla pulizia è spesso totalizzante.


Quali sono i tuoi principali obiettivi quando ti metti alla ricerca di un nuovo blocco o una nuova linea? Quale è il tuo principale focus?

Il principale obbiettivo è sempre la qualità, cercare qualcosa di speciale che si differenzi del resto. Cercare linee che possano esprimere qualcosa di forte tramite almeno una delle tante caratteristiche che sia la qualità della roccia, la tipologia del movimento, la bellezza delle prese o l’estetica della linea...
Il goal per me è trovare delle linee che combinino queste caratteristiche tutte assieme, il che non è per niente facile.
E anche la logicità della linea e la purezza per me sono importanti. Quindi di solito cerco di evitare le sit-start quando aggiungono solo difficoltà invece che carattere al passaggio, oppure le connessioni o i passaggi con troppe prese/possibilità.
Poi su cento sassi che scalo 70 sono brutti, 20 sono un po’ più belli, 5 sono decenti, 4 sono speciali e uno e quello giusto.

 

Parlando più in generale e non solo della tua esperienza personale di arrampicatore, quanto pensi che conti la ricerca ed apertura di nuove linee nell’approccio al boulder?

Sono un po’ in difficoltà a risponderti. Per me l’apertura di nuovi passaggi, la ricerca e la pulizia è un lato del bouldering molto personale e soggettivo. Quindi mi è difficile considerarlo su una scala generale o oggettiva.
Personalmente ritengo che spingersi verso la scoperta di sassi nuovi e salire linee vergini sia una parte molto profonda del bouldering e per certi versi più complicata, faticosa e piena di dubbi, oltre che di sforzi.
Il lato esplorativo mi ha senz’altro dato parecchie soddisfazioni e permesso di capire diversi aspetti della scalata che prima non coglievo.
Ma rimane una considerazione personale.
Inoltre, ormai c’è una generalizzazione abbastanza limitata del termine “Prima Salita”. Spesso basta che ci sia scritto prima salita e tutto il resto conta poco. Puoi aver fatto la prima salita di una linea che un tuo amico ti ha mostrato che era già pulita, pronta, con la magnesite e di cui si sapeva già il metodo. Allo stesso tempo puoi fare una prima salita di un passaggio che sei andato a cercare da solo e ci hai impiegato tempo a trovarlo, ci ha speso giorni a pulirlo, investito energie per capire il metodo e dedicato sessioni per salirlo. Sono entrambe prime salite, ma con approcci completamente diversi che ormai a livello mediatico non vengono nemmeno distinti. A me è capitato di salire progetti già pronti e puliti e allo stesso tempo di trovarne di nuovi e iniziare il processo da capo. E la dimensione in cui ti trovi cambia notevolmente.

 

Hai altri progetti che attendono in Piemonte o Valle d’Aosta oppure hai adocchiato qualche altra zona che potrebbe nascondere delle belle sorprese dal punto di vista esplorativo?

Ne ho ancora parecchi tra il Piemonte e la Valle D’Aosta. Cosi come “Soulmates never die” e ”Twiga”, ce ne sono diversi che ho lasciato in sospeso e che mi piacerebbe tornare a provare. Inoltre, vorrei anche andare a vedere alcuni sassi già saliti, ad esempio “Messaggio dalle Pleaiadi” o altri meno conosciuti sempre in zona Nord Ovest. Direi che quando sono in zona Biella non c’è area migliore in cui andare!


Grazie mille Niki, come sempre ciò che hai da comunicarci non può che lasciarci moltissimi spunti di riflessione!

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Intervista di Alberto “Albertaccia” Milani

 

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