Climbing Hero: Johnny Dawes

L’anima trad dell’arrampicata britannica!

19 February 2019
Perché arrampichiamo, noi scalatori? Posso parlare solo per me. C’è il brivido di fare bene, la compagnia, i luoghi meravigliosi che altrimenti uno non visiterebbe mai; ma la vera ragione è che l’arrampicata mi ha mostrato la mia natura animale. Quando la tua parte animale funziona a dovere, anche il tuo lato umano si rivela con chiarezza. La paura nasce solo più dalle minacce reali, e quando capisci te stesso è facile gestire quella paura (…) per me l’arrampicata è un viaggio nel più intimo ritmo dell’universo, che può mostrarci come noi e la roccia siamo simili e fare di noi due buoni amici” (J. Dawes)

 

Dopo aver parlato di icone dell’arrampicata mondiale, come Jerry Moffatt e Ben Moon, e aver conosciuto Ron Fawcett, il precursore dell’arrampicata libera nelle terre britanniche, il viaggio alla scoperta dei climber britannici che più hanno influenzato l’intero mondo dell’arrampicata sarebbe incompleto se non parlassimo di Johnny Dawes!

Se Moon e Moffatt furono tra i principali artefici della nascita dell’arrampicata sportiva, in Dawes troviamo l’emblema del trad inglese, quella stile puro e senza compromessi che tuttora caratterizza l’arrampicata inglese e la rende così affascinante ed elitaria. Al di là dello stile, la stessa personalità di Dawes è così particolare, originale e talvolta bizzarra da renderlo un climber fuori da qualunque schema… e proprio per questo irresistibilmente carismatico!

Quella di Johnny è una storia che inizia in modo diverso rispetto a quell di buona parte dei climber inglesi del suo stesso periodo. Al contrario delle origini modeste di molti di loro, Dawes viene infatti da una famiglia ricchissima e passa l’infanzia tra macchine di ultra-lusso, immensi poderi, gare automobilistiche e uno stile di vita aristocratico… un contesto in cui uno come lui sarà destinato a giocare inevitabilmente il ruolo di pecora nera.

“Crebbi (…) in un ambiente incentrato sulla prestazione. Ero membro di una dinastia (…) Di conseguenza, i miei genitori avevano una certa idea di come un giovane perbene dovesse essere, e io avevo la mia.”

Fin da bambino Johnny non esita a lanciarsi in avventure verticali spesso decisamente pericolose, amando fin da subito quell’esplorazione di nuove gestualità che ancora oggi caratterizzano il suo creativo approccio all’arrampicata.

“È un aspetto meraviglioso della mia infanzia avere vissuto in un paesaggio di falesie improvvisate e di essere cresciuto all’aperto, in un luogo dove il mondo poteva seguire i propri ritmi (…) sarebbe stato più facile da accettare in seguito: la roccia mai scalata può avere bisogno di tempo per conoscerti”

Crescendo, il suo spirito visionario si amplifica e lo porta a punti di vista per i tempi decisamente originali, tanto da risultare incomprensibile anche agli occhi dei compagni arrampicatori. Lontano da qualunque interesse per l’allenamento puramente fisico, la sua prospettiva evolve verso un approccio profondamente introspettivo ed olistico dell’arrampicata.

“…qualcosa, nell’allenamento, non mi attraeva. Il punto era scalare la roccia con profonda convinzione, sperimentando e inventando, non solo grugnire di fatica. Far prendere vita alla roccia.”

“Tutto si combinava in un mandala cinestetico, un’espressione accelerata del nostro desiderio interiore di volare (…) sentivo che l’arrampicata sarebbe stata cambiata da nuovi modi di intrecciare insieme corpo e mente”

Proprio in questa visione profonda e distaccata dalla fisicità fine a se stessa troviamo l’eccezionalità di Johnny Dawes, e i suoi grandi risultati non sono che la conseguenza quasi scontata della completa connessione che riusciva a creare sia in se stesso sia nel contatto con la roccia:

“Le parole sono troppo morbide per scolpire con chiarezza quell’esperienza, che liberò una consapevolezza intima, unendo il corpo profondamente alla roccia, tutto, ovunque, andava al suo posto…”

Un rapporto così profondo che lo rende un sognatore con una visione idealizzata e spesso non del tutto veritiera del mondo dell’arrampicata…

“Il senso di magia che una parete non scalata suscitava in me, allora, era enorme, preciso, e ingenuo. Pensavo che tutti gli arrampicatori sentissero ciò che sentivo io. Avevo elevato gli scalatori a sacerdoti anti-autoritari che proiettavano se stessi su specchi sempre più riflettenti, sottraendosi alla prigionia del tedio capitalistico.”

Uno come lui non può che sentirsi a suo agio più con la natura piuttosto che nel rapporto con le persone (“Una faccia di pietra mi permetteva di esprimermi più chiaramente della mia faccia di carne. Parlare, ed essere ascoltato, significava urlare qualcosa che doveva essere udito. Egocentrico, il mio mondo iniziava e finiva laddove mi trovavo io.”), e per comunicare ciò che pensa bastano le linee che libera, spesso evidenti solo ai suoi occhi.

“Passi eccitati ma concreti mi portano dove i miei occhi possono vedere una tremula sinfonia di prese piatte disegnate di verde, rughe appena accennate, sinuosi rivoli di niente”

Vie destinate a diventare storia, come The Braille Trail a Burbage South

 “Come alla ricerca della mia danza, sulle note di una melodia stranamente solida, su quella linea le prese erano esattamente dove la mia mente sentiva che dovevano essere”

…oppure ripetizioni notevoli come quella di Ulysses, rapidamente realizzate grazie alla sua spiccata consapevolezza interiore…

 “L’avidità di successo, l’entusiasmo per le forme mi hanno proiettato sulla roccia, dove il corpo, il corpo interiore, mi porta in alto, la mente sospesa, tutto attorno a me diventa più evidente, lo slancio per muovere gli arti sorge spontaneo, ogni timore per l’altezza e la difficoltà si dissolve. La percezione era di scalare tutta la roccia, di conoscerla… il senso di separazione che mi accompagnava sempre era improvvisamente scomparso. Un senso di me scollegato, sparito, la roccia vibrava toccando una corda del mio essere, e il mio cuore si apriva a una soddisfazione stranamente familiare.”

…per passare a vie decisamente pericolose come The end of the affair, Dawes of perception o Windows of perception, dove ogni errore può costare carissimo…

 “Le vie che rimanevano da salire avevano la capacità di suscitare una paura che potenzialmente avrebbe mandato in tilt qualsiasi persona sana di mente (…) Sarebbe stato un bel modo di morire”

…e arrivare infine a capolavori del gesto, come The Quarryman, nella cava di ardesia di Twll Mawr in Galles, via celebre e ancora attuale, dove il diedro del terzo tiro è la rappresentazione di una creatività motoria e un’apertura mentale che ai tempi era davvero avanti anni luce.

Johnny è guidato dall’intuizione e dal bisogno di esplorazione, al di là delle mode e dei luoghi comuni.

“La meraviglia maggiore giunge in queste prime esplorazioni, quando una linea inizialmente sembra impossibile, proprio come tante altre, poi scalate con successo. il pensiero delizioso, che bello che sarebbe salirla, la consacra come tiro di riferimento. L'intuizione che una via come questa ancora non esiste mi riempie di energia.”

…senza essere in questo un aspirante suicida, bensì una persona ben conscia di come la pericolosità della sua arrampicata fosse un ingrediente fondamentale di quanto stava cercando.

“Scalare senza tutte le menate della sicurezza mi aveva sempre attratto: l'intenzione chiara, la libertà fisica di dove e come si dipana la scalata. Il pericolo può essere un balsamo che costringe l'intuizione, di solito troppo annoiata per mostrarsi, a rivelarsi”

In questo suo viaggio, Johnny si allontana inevitabilmente dalle ricche origini, per vivere l’arrampicata a fondo (“Non era come a vivere a Eastington Hall, ma l'arrampicata faceva parte di un esistenza più ricca, caratterizzata da una libertà di solito riservata ai benestanti”) in compagnia di un nutrito gruppo di climber che, come lui, “(…) c'eravamo lasciati tutto alle spalle due punti il distorto mondo reale, dove la gente amava lavorare, seguire le regole per poter fare la stessa cosa ovunque. Qui costruivamo le cose sul momento.”

Questa fu la particolarità dell’arrampicata britannica, che la rende ancora oggi qualcosa di diverso e ben più profondo della massificazione che va per la maggiore in questi ultimi anni.

“L'arrampicata stava subendo un mutamento sismico. Sul continente, i chiodi a espansione venivano usati liberamente, ma in Gran Bretagna i pigri e gli svitati che vivevano del sussidio di disoccupazione erano abbastanza numerosi da far nascere una fusione del nuovo atletismo con l'edonismo vecchio stile punto una specie di età del rock'n'roll, con tutta la sua anima.”

Tuttavia, è con Indian Face che Dawes raggiunge l’apice della sua espressione. Questa versione diretta, che prolunga il Master’s Wall di Jerry Moffatt a Cloggy, con lunghi tratti improteggibili e una caduta potenzialmente fatale, non è solo uno risultato unico e straordinario nella sua carriera di climber, ma è una tappa determinante nel viaggio interiore di Johnny. Sono le sue parole a dire tutto di cosa Indian Face ha rappresentato:

“Per me Indian Face fu la concretizzazione ultima di un sogno che qualche anno fa era solido e perfetto nella mia mente. Una purezza espressiva così personale che potè trascendere l’ovvia futilità cosmica della vita; l'amicizia e le attività sono di qualche sollievo contro una disperazione con radici profonde, ma solo la scalata sembrava avere un germe di profondità in tutte le sue animate schermaglie di vita e di morte...così la bellezza di Indian Face non fu per me il piacere della scalata o nella realizzazione, ma nel compiacimento di aver esorcizzato una gabbia autodistruttiva che avevo creato con le mie stesse mani, forse nella debole possibilità che potesse anche costruirne un magro ricordo (...) come avviene nella realizzazione di ogni sogno degno di tale nome, l'uomo uccide inevitabilmente ciò che ama. I suoi sforzi alla fine riempiranno una credenza lustra piena di strani e meravigliosi gingilli (...) arrampicare mi diede modo di esprimermi attraverso questi momenti. In aggiunta le capacità che uno sviluppa spesso portano a una maggiore accettazione sociale, anche solo nell'ambito rispetto del gruppo. In una persona giovane, socialmente immatura quella necessità crebbe come un cancro, fino al punto in cui la mia stessa arrampicata mi sfuggì in parte di mano. La conclusione di questo percorso si trova nelle fotografie, nelle sponsorizzazioni e in orrende calzamaglie, è in un vicolo cieco con una porta chiusa a chiave. Alla fine arriva un momento in cui non hai più niente da provare. Ti sei fatto degli amici attraverso la compassione e la novità della tua arrampicata sparisce. Con la sua scomparsa, rimane una strana bestia: sei più abile mentalmente e fisicamente rispetto a prima, ma non hai l'ingenuità e la capacità di meravigliarti della giovinezza. La direzione in cui avanza diventa un grido angoscioso per compiere il fato nel ciclo del tempo; e dopo, per passare a nuove ambizioni, più diluite e globali. Per me ciò significò molte salite, rischiose quanto necessarie, il cui culmine è rappresentato da Indian Face. La meccanica e la storia di questa salita tracciano la mia liberazione da qualcosa.”

 

Al di là dei successi, delle vie estreme e pericolose, delle sponsorizzazioni, della visibilità e dei media (anche Johnny ha avuto la sua esperienza “cinematrografica” come protagonista del film d’arrampicata “Stone monkey”)  l’arrampicata è stata innanzitutto il mezzo con cui Dawes ha cercato di comprendere se stesso, per evolvere come individuo ed uomo, affrontando i propri spettri, le proprie paranoie e follie, alla ricerca un significato del tutto personale che si distacca dalla ricerca dell’altrui apprezzamento.

Una visione la cui comprensione è alla portata di pochi e che ha reso già allora il suo messaggio sottovalutato e poco compreso. Non ci sarà quindi da stupirsi se nella dilagante mediocrità dei tempi attuali “Io Superclimber” sia un’opera scomoda ed indigesta, che sempre in meno sapranno apprezzare nel suo significato umano oltre che arrampicatorio…

“Il vero successo, piuttosto che arrampicare via infinitamente difficili, sarebbe essere libero da angosce simili (…) Essere il migliore è come essere un barcaiolo cresciuto in cima a una bolla su uno stagno creato dal gas fermentato nelle profondità sottostanti. Una volta che la bolla scoppia il barcaiolo si trova allo stesso livello di tutti gli altri barcaioli, scivolando misteriosamente sulla tensione di superficie, ma in mezzo al puzzo di scoreggia.”

 

Alberto “Albertaccia” Milani

 

Tutte le citazioni riportate sono tratte dal libro “Io Superclimber” – J. Dawes – Coll. I Rampicanti – Edizioni Versante Sud.

 

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