Ueli Steck, l'incontro per Uomini&Pareti

On line l'intervista fatta al fuoriclasse svizzero

02 May 2017

A pochi giorni dalla scomparsa del grande Ueli Steck, proponiamo la lunga intervista che aveva ai tempi gentilmente concesso a Uomini e Pareti. Curata da Carlo Caccia, le parole di Ueli mostrano tutto quello che è stato il suo alpinismo, forte e deciso, senza compromessi, ma offre anche la sua personale visione su tanti argomenti.

INTERVISTA A UELI STECK, UOMINI E PARETI 2 (ed. VERSANTE SUD)
di Carlo Caccia

Ueli Steck, come tutti i grandi, sa benissimo quello che vuole. E come tutti i grandi non ha paura di parlare: dice quello che pensa con chiarezza, senza forzature e, soprattutto, senza improvvisare. A tu per tu con lui - vedendolo appassionarsi, gesticolare, mutare espressione - abbiamo avuto la sensazione che ogni sua parola fosse frutto di attente valutazioni, un mattone di un pensiero perfettamente compiuto. Il titolo della sua biografia lo definisce un Alleingänger, un anticonformista. Attenzione, però: Ueli è un “ribelle” nel profondo, che non ostenta la sua voglia di libertà. Un ragazzo ordinato e tranquillo, senza grilli per la testa: ecco come si presenta. In lui, tuttavia, c’è il fuoco: una determinazione sostenuta forse da un pizzico di ambizione – come non pensarlo? – e, soprattutto, da una concentrazione teutonica, professionale, che non lascia spazio alle divagazioni. L’alpinismo di Steck si trasforma allora in “scienza dell’alpinismo”: una disciplina da affrontare per gradi, comprendendo ogni passaggio, come un problema di matematica. Anche perché, secondo Ueli, ogni alpinista ha dalla sua un certo numero di possibilità e deve stare attento, specialmente in solitaria, a non superare quel limite. Sarà vero? Forse sì, forse no… In caso di risposta positiva, viste le sue scalate – giochi di equilibrio da far scoppiare la testa -, non avremmo dubbi: Steck ha dalla sua un sacco di carte vincenti. A meno che non sia proprio lui, con quella “forza mentale” di cui parla spesso, ad intuire sempre la giocata giusta.

Partiamo dall’Eiger, la “tua” montagna. Cosa rappresenta precisamente per te?
È la montagna di casa, la posso raggiungere in poche ore. E la sua Nord, per un alpinista, è una delle pareti più belle.

Il mito che la circonda è giustificato?
Sì, assolutamente giustificato.

Quante volte hai salito l’Eigerwand? E per quali vie?
L’ho scalata ventiquattro volte, per nove vie diverse, passando lassù oltre cinquanta giorni. La classica Heckmair l’ho percorsa dieci volte… Ho poi ripetuto la Lauper, due volte La Vida es Silbar, Yeti in giornata, Le Chant du Cygne sempre in giornata, tre volte Spit Verdonesque Edenté e due volte Deep Blue Sea. Devo ricordare anche le due vie nuove: Paciencia, aperta nel 2003 in otto giorni e liberata tra il 29 e il 30 agosto 2008, e The Young Spider, che ho aperto e poi percorso da solo, in inverno.

Quanti giorni hai passato, in tutto, lungo The Young Spider?
Sedici: undici in apertura e cinque per la solitaria.

Nel giro di un anno sei riuscito a polverizzare due volte il record di velocità lungo la Heckmair: il 21 febbraio 2007 l’hai scalata in tre ore e cinquantaquattro minuti, il 13 febbraio 2008 hai impiegato soltanto due ore e quarantasette minuti. Cosa significano per te queste incredibili salite?
Il record sull’Eigerwand era un progetto che avevo in mente da parecchio tempo. Nel 2006 avevo capito che una salita in velocità era finalmente alla mia portata, tuttavia non pensavo a simili risultati: il primato precedente, firmato nel 2003 da Christoph Hainz, era di quattro ore e trenta minuti. Durante la salita del 2007 le condizioni erano perfette, con temperature ottimali e tempo splendido. Io, poi, stavo benissimo: avevo l’impressione di poter sradicare gli alberi. Alla fine, guardando il cronometro, mi sono sentito davvero contento, orgoglioso per quello che avevo fatto. Ho anche capito che, realisticamente, prima o poi “qualcuno” sarebbe stato ancora più bravo….
Così ci hai riprovato…
Mi sentivo molto in forma, la situazione meteorologica era ancora una volta ottima e ho voluto ritentare. Comunque, ribadisco, non credevo che avrei impiegato soltanto due ore e quarantasette minuti: la parte inferiore della parete era carica di neve e mi è costata parecchia energia. Tuttavia più in alto, oltre la “Fessura difficile”, le condizioni erano quasi perfette: i passaggi tecnicamente più impegnativi erano asciutti e ho potuto scalarli senza guanti.

Qual è stato il segreto di tanta velocità?
Mi sono allenato parecchio, migliorando soprattutto la resistenza, e ho cambiato tattica. Nel 2007 mi ero autoassicurato tre volte, con quindici metri di corda; nel 2008 non mi sono mai assicurato: avevo con me soltanto un cordino, con cui ho agganciato qualche chiodo. Di conseguenza ero anche molto più leggero.

Cosa ti ha lasciato il nuovo record?
Felicità e soddisfazione, come il precedente. Carl Lewis, indimenticabile campione, diceva che bisogna cercare la competizione con se stessi: in occasione del secondo primato sulla Nord dell’Eiger – una scalata fantastica, dove tutto procedeva alla perfezione! – ho vinto una sfida con me stesso.

Sarà possibile fare meglio?
Non ne ho idea, assolutamente.
Restiamo sull’Eiger: che roba è The Young Spider? I numeri - 1800 metri, 7a e A2, WI6 e M7 – fanno abbastanza impressione…
È una via moderna, completa e molto difficile, che sale nel mezzo tutta la ripida Eigerwand: non ha nulla a che vedere con la classica Heckmair. Rischiosa? Anche una via più semplice può essere pericolosa: basta sopravvalutarsi e ogni salita diventa tale. Ho aperto The Young Spider nel 2001, con l’amico Stephan Siegrist. Purtroppo, quella volta, non siamo riusciti a scalarla in continuità: siamo scesi e risaliti. Così è nata l’idea della solitaria….

In che senso?
Volevo dimostrare che la via era percorribile in stile tradizionale. L’ho ripetuta quasi integralmente nel 2006, tra il 7 e l’11 gennaio, lasciandola a cinque lunghezze dalla vetta per uscire lungo la Heckmair. Comunque, nonostante questa piccola “mancanza”, ho vissuto un grande viaggio nel cuore della Nord dell’Eiger e della mia mente.
Anche perché non è mancato un bel volo…
La via, nei pressi del “Ragno”, presenta cinque lunghezze molto impegnative, tra cui una candela di ghiaccio di quarantacinque metri, tecnicamente dura e assai esposta. Mentre ero lassù, il ghiaccio ha pensato bene di cedere e mi sono ritrovato dieci metri più in basso, con un ginocchio ferito. Il freddo, fortunatamente, ha favorito l’arresto dell’emorragia ma, una volta tornato a casa, l’articolazione continuava a farmi male… Non mi restava che consultare il medico, sperando in bene.

Quindi?
Il suo consiglio è stato: “Muoviti il più possibile!”. Cosa pretendere di più?

Sulla Nord dell’Eiger hai portato anche la tua ragazza…
Sì, anche lei arrampica – anche se, in tutta sincerità, non è una forte alpinista – e voleva salire quella parete. È sempre felice quando riusciamo a realizzare qualcosa insieme.

Cosa prova quando parti per certe avventure, non proprio tranquille?
Per lei non sono momenti facili. Tuttavia cerca in ogni modo di aiutarmi, di sostenermi: ha fiducia in me e nelle mie capacità e, se le condizioni lo permettevano, in qualche occasione è stata al mio fianco anche durante i preparativi per le spedizioni. Le discussioni non mancano, naturalmente, ma in fondo parliamo la stessa lingua e, di conseguenza, non devo sempre spiegare, giustificarmi. Per cui va benissimo così.
E i tuoi genitori? Non deve essere facile avere un figlio che sogna (e realizza) certe salite…
I miei genitori hanno sempre sostenuto i miei progetti, accettando quello che faccio. Ovviamente, anche per loro, non è sempre stato facile…

Non hai mai pensato di correre rischi eccessivi?
Come ho già detto, il rischio deriva dalla sopravvalutazione delle proprie capacità. Cerco quindi di eliminarlo con una preparazione accurata in vista di qualsiasi arrampicata. Tutte le mie solitarie sono state il risultato di lunghi e meticolosi studi e allenamenti. La spedizione alla Sud dell’Annapurna del 2007, ad esempio, mi è costata ben due anni di lavoro. In quel periodo, nell’ottobre 2006, ho passato ben tre settimane ai piedi della muraglia osservandola senza un attimo di pausa, con grande attenzione. Insomma: in quei mesi, non pochi, ho investito tutte le mie energie e tutte le mie speranze in quel progetto. Un altro esempio? In occasione della free solo di Excalibur, nel 2004, ho passato cinque giorni in parete, assicurato, a studiare e memorizzare ogni metro della via. Quando, il 13 luglio, ho effettuato la scalata slegato, sapevo perfettamente cosa avrei incontrato. Ero cosciente delle mie capacità fisiche e mentali e non avevo alcun dubbio: ce l’avrei fatta.

Ok per l’aspetto soggettivo. Ma come la mettiamo con i pericoli oggettivi?
Quelli ci sono e resteranno.

Come sulla Sud dell’Annapurna, dove ti sei salvato per miracolo. Cosa ricordi di quei momenti?
Il 4 maggio 2007 ho raggiunto il campo base a quota 4200, ai piedi di quell’immensa parete. Il tempo, però, non ne voleva sapere di stabilizzarsi e mi ha fatto aspettare due lunghissime settimane: con quelle condizioni era impossibile tentare qualsiasi cosa. Soltanto il 20 maggio ho ricevuto la buona notizia: le previsioni davano cinque giorni di alta pressione. Partenza, dunque: non potevo perdere un’occasione del genere. Con Robert Bösch, amico e fotografo, sono partito verso il campo base avanzato, a 5400 metri. Il giorno dopo, però, il bel tempo si è fatto attendere ancora… Pensavo di muovermi la mattina presto ma ho dovuto aspettare le sette: soltanto a quell’ora il sole ha cominciato a scaldare la nostra tenda. Sono salito con Robert fino all’ultimo crepaccio pericoloso, dove l’amico mi ha assicurato per l’ultima volta. Saluti e poi via: lui al campo base, io verso la parete. Nonostante lo zaino, che pesava diciotto chilogrammi – conteneva il materiale e i viveri per cinque giorni –, sono riuscito a procedere velocemente: la neve era ottima e tutto filava per il verso giusto. All’attacco, poco dopo, mi sono fermato per qualche istante.

Hai notato qualcosa di strano?
No: tutto era tranquillo. Dalla parete non scendeva nulla - né sassi né neve – e ho pensato che quello stesso giorno avrei potuto raggiungere il luogo del bivacco a quota 6000 dove nel 1992, nel corso del loro tragico tentativo, si erano fermati anche i francesi Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille. Questo è stato il mio ultimo pensiero.

Cos’è successo?
Posso soltanto fare delle ipotesi, visto che in quel momento ho perso conoscenza e quando mi sono ripreso, dopo attimi di buio assoluto, mi sono ritrovato in un mondo bianco – era arrivata la nebbia – e ho visto accanto a me il mio casco, completamente sfasciato. Un sasso, piombato da chissà dove, deve avermi centrato in pieno sul capo, facendomi svenire. Tremavo terribilmente, senza riuscire a controllarmi, la testa mi scoppiava dal dolore ed ero invaso da una paura pazzesca. Ho provato a muovermi, constatando che non avevo nulla di rotto e che non perdevo sangue da nessuna parte.

Cos’hai fatto, allora?
Dopo aver contattato via radio Robert, che nel frattempo era giunto al campo base, ho seguito il suo consiglio: dovevo orientarmi e andarmene subito da lì. La nebbia era abbastanza fitta ma ho cercato lo stesso la parete, per capire in che direzione muovermi: grazie ad una brevissima schiarita, fortunatamente, sono riuscito a cominciare la discesa. Per due volte ho rischiato di finire inghiottito in un crepaccio, ritrovandomi con le gambe penzolanti nel vuoto, fino a quando non ho incontrato le bandierine piazzate all’inizio dell’avventura: un aiuto indispensabile per non perdersi in quello sterminato labirinto di ghiaccio. Raggiunto il crepaccio pericoloso, con ogni cautela sono riuscito ad attraversarlo e poco dopo ho visto Robert: mi stava venendo incontro. Insieme siamo scesi al campo base avanzato, da dove abbiamo subito contattato Oswald Oelz, il medico della spedizione.

Una visita via radio…
Sì. Ho descritto le mie condizioni e Oswald mi ha invitato a scendere immediatamente al campo base. Lì sono stato stato visitato sul serio e, appresa la diagnosi - una forte commozione
cerebrale e diverse contusioni: niente di grave, quindi -, ho capito di essere stato molto fortunato. Il mio grande sogno, tuttavia, era andato in frantumi in un batter d’occhio.

Ci hai riprovato un anno dopo, anche se non più in solitaria ma in compagnia di Simon Anthamatten. Cosa ti ha spinto a tornare su quella montagna, su quella parete, dopo un’avventura del genere?
Ripeto: sono stato molto fortunato, lo so, perché potevo tranquillamente lasciarci la pelle. Credo però che sia vero anche il contrario: ho avuto una sfortuna terribile. Quel sasso, proprio quel giorno, proprio sulla mia testa… accidenti! Se fisicamente mi sono ripreso abbastanza in fretta, dal punto di vista psicologico, come atleta che pratica il suo sport ad alto livello, l’impressione di aver fallito era grande: quella spedizione era stata una gigantesca delusione, come se fossi andato a sbattere contro un muro. In quel progetto – salire in solitaria, in stile alpino, una via nuova sulla Sud dell’Annapurna – avevo messo tutto il mio impegno, ogni mia energia. Così, una volta a casa, ho analizzato con attenzione l’accaduto: c’erano alcune domande che non potevano rimanere senza risposta.

Quali?
Avrei forse dovuto puntare ad un altro obiettivo? Ero stato eccessivamente ambizioso, chiedendo troppo a me stesso? Era forse necessario cambiare qualcosa, anche nella mia vita? Ci è voluto del tempo per sciogliere questi dubbi…

E cosa hai concluso?
Il solito: l’alpinismo è la mia grande passione, ciò che dà senso alla mia esistenza. Cosa mi riesce meglio? Fare l’alpinista. Per cui, finché sarà possibile, continuerò lungo questa strada.

Quando l’hai imboccata? Come hai incontrato la montagna?
Avevo dodici anni quando un amico di mio padre, un giorno, mi ha invitato ad andare ad arrampicare con lui. La cosa mi è subito piaciuta, mi ha affascinato immediatamente. Tuttavia, a quel tempo, giocavo anche a hockey su ghiaccio. È stato proprio mio padre a pormi davanti al bivio. Dovevo decidermi: hockey o alpinismo? La scelta è stata facile, senza ripensamenti: in verità, già dopo quella prima scalata, avevo pensato che non avrei mai smesso di arrampicare…

Come sei arrivato ad essere un professionista del verticale?
È stato un processo graduale, sviluppatosi nel tempo: ad un certo punto, dopo aver terminato l’apprendistato come carpentiere, ho capito che avrei potuto vivere della mia passione.

E le solitarie? Cosa ti ha portato a scalare da solo?
Credo che ogni alpinista, a un certo punto, provi il desiderio di arrampicare in solitaria. Personalmente vedo le solitarie come le realizzazioni più “vere”, come il modo più immediato e sincero di rapportarsi alla scalata.

Che marcia in più ci vuole per superare in free solo vie come Excalibur sul Gross Wendenstock?
Innanzitutto una grande forza mentale.

Ma non hai mai avuto paura di cadere?
Mai. La paura non è una buona compagna: se, anche se soltanto per un attimo, avessi dubitato delle mie capacità, non avrei mai scalato in free solo una via come Excalibur. Perché, lungo linee del genere, una volta cominciata l’arrampicata il ritorno passa obbligatoriamente per la vetta: non è possibile tornare indietro. Durante quella salita ero tanto concentrato che i movimenti si succedevano quasi meccanicamente, in modo automatico: era come se fossi in meditazione.

Allargando il discorso: cosa ti porta a non mollare, a sognare nuovi obiettivi sempre più impegnativi?
Come sopra: la mia forza mentale, l’assoluta certezza di essere in grado di farcela, senza “ma” e senza “se”. In verità sono convinto che per ogni problema ci sia una soluzione.

Credi in Dio?
No, non credo nell’esistenza di una divinità nel senso classico. Però rispetto la natura. Credo nella natura e nella mia forza mentale.

Come ti alleni?
Tanta corsa, tutti i giorni. E poi arrampicare: all’aperto, il più possibile, quando il tempo lo permette. Altrimenti in palestra. Per quanto riguarda l’esperienza, che sulle montagne extraeuropee è fondamentale, diciamo che ormai sono messo abbastanza bene: sono già stato dodici volte in Himalaya, salendo diverse vie ripide e difficili, la maggior parte in solitaria. È vero: finora mi è andata bene soltanto su cime inferiori agli ottomila metri, tuttavia ognuna di quelle scalate ha arricchito il mio bagaglio, mi ha dato fiducia. Ad esempio: è stato dopo la salita della Nord del Cholatse in solitaria, nel 2005, che ho pensato per la prima volta che anche la Sud dell’Annapurna fosse alla portata di un “senza compagni”. Restava l’incognita dei pericoli oggettivi – sassi, valanghe, tempeste… - che come ho detto sono sempre difficili da prevedere: questo, in verità, vale tanto in Himalaya quanto sulle Alpi.

Devi molta della tua fama proprio alle salite solitarie. Ma non hai mai incontrato un compagno di cordata “ideale”, con cui è scattata un’intesa perfetta?
È vero: sono noto soprattutto per le mie salite in solitaria. Ma ho arrampicato e arrampico anche in cordata… Nel novembre 2007 ho scalato parecchio, compiendo anche delle prime ascensioni, con Simon Anthamatten. Siamo poi andati insieme all’Annapurna… Simon, di Zermatt, è giovane e molto in gamba: un vero talento naturale.

Cosa cerchi in montagna? Dove sta, per te, l’avventura?
Cerco delle sfide, le mie sfide: la montagna è il luogo ideale per tentare di avvicinarmi ai miei limiti personali. La vita in quota non ha nulla a che vedere con quella di ogni giorno. Così amo le montagne, la natura, l’alpinismo e le sue prove. L’avventura, quella autentica, sta su pareti come la Sud dell’Annapurna, lungo vie come quella tentata da Béghin e Lafaille: una linea difficile e ancora incompiuta.

Quali altre pareti ti piacerebbe salire? E perché?
L’alpinismo del futuro sarà sempre più attratto dai versanti più ripidi e tecnicamente impegnativi degli Ottomila. La conseguenza di ciò è naturale: chi vorrà ottenere dei risultati significativi, tangibili, tenendo il passo dei migliori a livello professionale, dovrà per forza di cose puntare a quelle pareti, lasciando da parte le vie normali. Si tratta, in effetti, di uno sviluppo avviato da qualche tempo: il futuro, nel mondo dell’alpinismo, è già cominciato. E io faccio un passo alla volta….

Credi quindi che l’evoluzione dell’avventura verticale passi soltanto per i colossi himalayani? O ci sono altre frontiere?
I grandi obiettivi, una volta, erano le vette delle montagne più alte. Oggi, invece, i traguardi sono altri: si cercano le pareti più complesse, per la maggior parte ancora inviolate. A quota 8000, dove stanno le sfide più ardue, l’aria è sottile: non si può né indugiare né sbagliare. Per cui l’alpinismo sarà sempre più una questione di velocità e precisione. Anche se, in fin dei conti, ognuno è assolutamente libero di scegliere le proprie sfide in Himalaya, in Patagonia o nelle Dolomiti: la decisione è sempre molto personale.

Un’opinione condivisibile, certo. Ma cosa pensi della “collezione” completa dei quattordici Ottomila?
Si tratta ancora di una bella prestazione anche se, al giorno d’oggi, non rappresenta più nulla di eccezionale.

E come vedi salite come quelle dei russi sulla Nord dello Jannu – che conosci bene, visto che anche tu l’hai tentata – o sulla Ovest del K2? Ritieni giuste le critiche nei loro confronti?
Non c’è dubbio che si tratta di grandi imprese. Il problema è che sono state realizzate in uno stile antiquato: il futuro (ma anche il presente) chiede altro… Bisogna riconoscere che scalate del genere, compiute da squadre numerose, dal punto di vista logistico richiedono un impegno colossale. Ciò che conta, in queste ascensioni, non è il singolo alpinista: alla fine “esce” il gruppo, conta lo sforzo corale. Comunque credo che, prima o poi, anche quelle pareti saranno salite in stile alpino, pulito, senza corde fisse e tutto il resto: è l’evoluzione dell’alpinismo.

Quali imprese degli ultimi anni hanno indicato chiaramente la strada?
Senza dubbio le due grandi ascensioni sugli Ottomila del 2005: la salita dei kazaki Denis Urubko e Serguey Samoilov sul Broad Peak e quella di Steve House e Vince Anderson sulla parete Rupal del Nanga Parbat. Dal punto di vista tecnico non sono state estreme. In entrambi i casi, però, lo stile è stato impeccabile: per questo restano dei punti di riferimento, delle unità di misura per il futuro.

Tre parole sul Piolet d’Or…
Non sono contrario al Piolet d’Or. Tuttavia penso che avrebbe bisogno di aria nuova, di nuovi criteri…

Altrettante sull’alpinismo italiano…
Ha sempre detto qualcosa di nuovo: penso a Riccardo Cassin, Walter Bonatti, Reinhold Messner…

E per il futuro?
Aspettiamo… Prima o poi conosceremo il grande nome italiano dell’alpinismo che verrà.

Come decidi i tuoi obiettivi?
I progetti sono sempre tanti, direi infiniti. C’è però bisogno di tempo… Per riuscire in un’impresa ogni “pezzo” deve finire al posto giusto, come le tessere di un puzzle: occorre stare bene fisicamente, il tempo e la montagna devono essere dalla tua parte. Vedo l’alpinismo come una forma di espressione estrema per cui, come ho appena detto, ogni decisione è sempre molto personale. Alla base delle mie scelte, per rispondere alla domanda, sta un criterio preciso: andare avanti, fare il famoso passo in più. Mai restare immobile!

Quanto influiscono i media e gli sponsor nella scelta di una montagna o di un’altra?
I media, sui miei progetti, non hanno nessuna influenza. Comunque, ribadendo che si tratta sempre di decisioni molto personali, non nascondo che qualche volta occorre trovare dei compromessi…

Valery Babanov, poco prima di affrontare il pilastro ovest dello Jannu, mi diceva che un conto è arrampicare – non camminare - a quota 6000 e un conto è arrampicare mille metri più in alto…
Salire su roccia a settemila metri è davvero molto difficile. Ciò che a quota 6000 – dove si può guadagnare un metro dopo l’altro in artificiale, impiegando anche dieci o quindici giorni per arrivare in cima – risulta relativamente tranquillo, a quota 7000 diventa un’autentica tortura. Manca l’ossigeno, sempre, ed è impossibile prendere il ritmo: dopo ogni passaggio occorre riposare, respirare… Il bello è che su un Settemila, anche se ci si sente come pesci fuor d’acqua, è indispensabile la velocità!

Uno dei successi da favola della storia dell’alpinismo è stato colto, nel lontano 1985, su un Settemila: mi riferisco al capolavoro di Wojciech Kurtyka e Robert Schauer sulla parete ovest del Gasherbrum IV. Cosa pensi di quella salita? Non sogni anche tu quella muraglia?
Nessun dubbio: è stata una grande impresa. Ma i miei obiettivi, come detto, ora sono altri: ho in mente altre vette, altre pareti, e al momento la Ovest del Gasherbrum IV non è nella mia lista.

Tutto qui?
Sì. In verità sono abituato e concentrarmi su quello che sto facendo, non pensando a quello che potrei fare.

Cambiamo argomento: tra il 14 e il 15 marzo 2006 hai salito a tempo di record, in solitaria, la Bonatti sulla Nord del Cervino. Che impressioni ti ha lasciato?
Un capolavoro assoluto. Noi, oggi, la affrontiamo con materiali perfezionatissimi. Bonatti, nel 1965, cosa aveva a disposizione? Quella salita, in solitaria, resta un’impresa sbalorditiva.

Hai pensato a Bonatti mentre scalavi?
Spesso. E mi domandavo: “Ma come ha fatto a passare quassù?”. Avevo letto il suo racconto e già lo stimavo molto. Tuttavia, dopo la ripetizione della sua via, la mia ammirazione nei suoi confronti è cresciuta a dismisura. In tutta sincerità credo che la mia salita sia niente in confronto alla sua storica impresa.

Come si colloca una via come questa rispetto alle moderne linee di misto?
Impossibile fare paragoni: ogni via ha caratteristiche e difficoltà proprie. Viviamo in un’altra epoca, tutto è cambiato…

Il futuro, anche sulle grandi pareti, sta nel dry tooling?
Direi di sì: grazie al dry tooling oggi siamo in grado di superare muri in precedenza impossibili. Certo: per ora si tratta di una tecnica applicata soprattutto in falesia. Sono comunque convinto che il dry tooling sia la chiave delle grandi pareti, per scoprire nuove dimensioni: il prossimo passo dell’alpinismo sta proprio qui…

Come definiresti Walter Bonatti? Ti senti simile a lui?
È un grande personaggio, dal carattere d’acciaio. Forse, purtroppo, aveva pochi amici. Non ha mai abbandonato la propria strada, quella che riteneva giusta, perché credeva fermamente in quello che faceva. C’è sempre bisogno di alpinisti così, incuranti delle convenzioni. Per me è un modello, in ogni senso.

Sei interessato alla storia dell’alpinismo, di una montagna, di una parete? Prima di affrontare una salita ti documenti anche in questa direzione?
Sì. L’ho già detto, in pratica: una volta scelta una via, prima di affrontarla mi preparo sempre con grande cura. E ciò vuol dire approfondire anche gli aspetti storici: conoscere le avventure e le emozioni che altri alpinisti, come Pierre Béghin e Jean-Christophe Lafaille sulla Sud dell’Annapurna, hanno vissuto. Alla fine è proprio la storia – fatta di uomini e di imprese – che rende interessante l’alpinismo.

Dal passato al presente: chi sono, oggi, i migliori? Forse quelli che riescono ad avere i riflettori addosso?
Ti rispondo come ti risponderebbe il grande Marko Prezelj: in alpinismo non è possibile stilare classifiche. Non si tratta di un’attività sportiva come il tennis, il nuoto, il calcio o l’hockey su ghiaccio: l’alpinismo non può essere misurato. Molti, comunque, non conoscendo il vero “stato dell’arte” dell’arrampicata, si lasciano impressionare dalle apparenze, senza rendersi conto che durante una scalata veramente al limite di solito non c’è spazio per i filmati e le belle fotografie…

Le spedizioni, però, sono sempre più all’insegna della comunicazione: il telefono satellitare è arrivato dappertutto…
Certo: ormai, grazie alla tecnologia, è possibile parlare con l’Europa e il resto del mondo anche dalla più sperduta valle himalayana. Anch’io, vivendo delle mie storie, “approfitto” della possibilità di comunicare: non posso negarlo. Nonostante questo, ne sono più che convinto, l’alpinismo è ancora e resterà un’avventura affascinante.

In spedizione, oltre al satellitare, porti sempre anche la tua fidata caffettiera…
Cosa c’è di strano? Le mie giornate, quando sono a casa, cominciano sempre con una buona tazza di caffè – mi piace tantissimo! – e anche durante le spedizioni non ho mai voluto rinunciare a questo “lusso”… Diciamo che fa parte della mia preparazione mentale.

A proposito di “lusso”: in una società come l’attuale, consumistica e benestante, come si collocano gli alpinisti? Pensi che, con la loro scelta, siano migliori o peggiori di ciò che li circonda?
Perché fare paragoni? Ognuno è libero di vivere come vuole, di svolgere la professione che preferisce. Posso dire che il mestiere dell’alpinista, come lo sto praticando attualmente, ogni giorno, è parecchio duro. Cambiare? Per nessuna ragione al mondo. Di quello che fanno gli altri, di come se la cavano… ecco: non sono affari miei. Migliore degli altri? Più coraggioso, forse, in quanto alpinista? Perché? In verità il mondo è pieno di uomini coraggiosi, di cui nessuno parla. Quella dell’alpinista, forse, si presenta come una professione più interessante di altre in quanto più ricca di imprevisti, più spettacolare: uomini e donne, nelle foto di vetta, appaiono particolarmente forti, autori di imprese straordinarie… Ma anche altre persone svolgono attività simili, di cui nessuno si interessa. Io, in fondo, sono un egoista: penso soltanto a me stesso e non faccio nulla per aiutare gli altri. Penso ai miei sogni, ai miei bisogni, alle mie sfide personali. L’unica cosa che posso trasmettere, in una società all’insegna dell’effimero, perennemente di corsa, è la gioia per la bellezza delle montagne e di tutta la natura: posso tentare di toccare il cuore di qualcuno, motivarlo, fargli capire che davvero vale la pena vivere i propri sogni, giocare il tutto per tutto per dare loro forma concreta, per trasformarli in realtà.

Egoista, dici. Eppure, quando si è trattato di salire a 7400 metri sulla Sud dell’Annapurna, non senza rischi, per tentare di salvare Iñaki Ochoa vittima di un edema, non hai esitato un istante…
È stato naturale. Mi chiedo cos’è l’etica alpinistica. Stile alpino, ossigeno supplementare, trapani e spit? Tutti ne parlano. Sul resto – che è ciò che conta davvero – mai una sillaba. Sapevo che per Iñaki c’erano poche speranze. Tuttavia non si poteva abbandonarlo. E se per lui, alla fine, non c’è stato nulla da fare, il suo compagno Horia Colibasanu si è salvato: se non l’avessi raggiunto, se fossi rimasto a guardare, anche Horia sarebbe rimasto lassù per sempre.

Solidarietà sulla Sud dell’Annapurna e, spesso, indifferenza assoluta nei confronti di chi è in difficoltà sulle affollate vie normali dell’Everest: cosa ne dici?
Io e Simon, sull’Annapurna, eravamo sufficientemente preparati per aiutare qualcuno. Sull’Everest, invece, centonovantanove “alpinisti” su duecento, senza bombole, non andrebbero proprio da nessuna parte. Come potrebbero, questi centonovantanove che si reggono in piedi soltanto grazie ai respiratori, salvare un compagno in difficoltà?

Facciamo un passo indietro: hai detto che “il mestiere dell’alpinista è parecchio duro”. Eppure non dev’essere male passare un sacco di tempo in montagna…
Ribadisco: anche se in questo momento non lo cambierei con nessun altro, quello dell’alpinista è un lavoro veramente impegnativo. Specialmente quando il tempo è splendido e, paradossalmente, si è obbligati a lasciar perdere la montagna perché c’è dell’altro da fare…

Ad esempio?
Preparare le spedizioni, collaborare con gli sponsor, tenere le conferenze… Pensa che, nelle settimane precedenti il secondo tentativo sull’Annapurna, ho presentato la mia proiezione in quarantadue località diverse della Svizzera tedesca: tutte le sere, da gennaio ai primi giorni di marzo! Tutto questo, comunque, presenta anche dei risvolti positivi, visto che sto imparando un sacco di cose riguardo le sponsorizzazioni e il management. Devo riconoscere che quello che faccio, la combinazione di tante “attività”, è davvero molto stimolante.

Un giorno, prima o poi, arriverà il momento di lasciare. Cosa farai?
Non penso al futuro lontano: ogni cosa a suo tempo! Ora sono concentrato sull’alpinismo, sull’Himalaya: sono un professionista di questo sport sui generis e non mi è concesso di pensare ad altro.

Testo e foto tratti, gentile concessione Versante Sud

 

Copyright © Up-climbing.com By Versante Sud Srl
Sede legale Milano via G. Longhi, 10 - Registro Imprese di Milano P.IVA n. 12612150156 REA MI-1569599 - Cap. Sociale euro 10.000,00

Logo footer e307f2bce5042c4e7a257ec709ea497334ec09124162c27e291131063b267875