La Via di Nejc Zaplotnik

Il viaggio interiore del grande alpinista sloveno

30 August 2021
“L'alpinismo è un'arte: investi tutte le tue energie, tutta la tua anima nel lavoro, dimentichi tutto, vivi solo per il metro davanti a te, che quando arrivi stanco sulla cima innevata scaldata dal sole, senti in te una bellezza indescrivibile. Senti il mondo, senti la Terra, il Sole, il vento, tutto respira al tuo stesso ritmo e ti stordisce (…) Vivi la tua esistenza e quella della natura che ti circonda senza desideri, senza pensieri”

  

Prima di averlo davanti a me, ammetto che non ero a conoscenza dell’esistenza del libro “La Via” di Nejc Zaplotnik (pubblicato in italiano da Versante Sud).

Ammetto anche che questo stesso alpinista sloveno, di cui ho sentito parlare in qualche occasione negli anni, rimaneva per me solo un nome, a identificare un valido alpinista come ce ne sono però tanti altri. Eppure, nei pochi anni di attività della sua breve vita, Zaplotnik si distinse a tal punto da essere addirittura paragonato a mostri sacri come Reinhold Messner e Walter Bonatti!!! E chissà cosa avrebbe potuto fare se, nel 1983, una valanga sul Manaslu non avesse messo fine alla sua vita di giovane alpinista 31-enne e di amorevole padre di tre figli.

Dalle roccia delle Alpi di casa, al Kilimangiaro, alla Yosemite e infine alle montagne più alte del mondo, Nejc ha lasciato segni indelebili nell’alpinismo mondiale, che culminano ad esempio con l’apertura di tre nuove vie rispettivamente sulla parete sud del Makalu (1975), sul Gasherbrum 1 (1977) e con la via slovena lungo la cresta ovest dell’Everest (1979).
Tuttavia, sebbene siano proprio le sue salite a fare da sfondo ai racconti da lui riportati in questo suo libro, ciò che vi aspetta è molto, molto di più che non semplici resoconti di imprese alpinistiche. Un viaggio nell’anima di un Uomo, nelle suo emozioni, contraddizioni, pensieri e riflessioni, in cui la montagna è solo questa Via che percorre alla ricerca di se stesso e della propria realizzazione di individuo, con gli alti e bassi che inevitabilmente ne fanno parte. Un vero e proprio “romanzo di formazione” il cui Nejc sviluppa il proprio essere in piena aderenza con la frase di una sua poesia, che più di ogni altra identifica la sua visione:

 “Chi cerca la meta, resterà vuoto quando l'avrà raggiunta, chi invece trova la via, avrà la meta sempre dentro di sé.”

Fin dalle prime pagine, questo libro mi ha infatti sorpreso e emozionato, e sicuramente è uno dei libri nella letteratura di montagna che più ho apprezzato.

Nato nel 1952 in un paesino nei dintorni di Kranj, in Nejc è subito evidente quella spinta che vuole portarlo lontano dal contesto e dalle prospettive umili a cui sembra destinato (incluse anche problematiche alimentari che ne affliggono la salute), per trovare da solo la sua strada:

“Sono condannato alla libertà, così libero, che tra la moltitudine di persone, che mi vogliono bene, e tra quelli, che non me ne vogliono, resto solo. Solo con i miei desideri, con i miei sogni, con la mia bramosia, e solo sulla mia strada infinita.”

 Una strada inevitabilmente incompresa, specialmente dai genitori, che mai e poi mai potevano capire quale futuro potesse avere nella montagna il loro malaticcio e debole figlio:

“Nessuno capiva che in me si stava accumulando tanta energia da far paura al diavolo, alla quale non interessavano noiose date e precetti, ma che cercava la propria strada, la strada della libertà e dell'indipendenza “

Nonostante i contrasti familiari, Zaplotnik inizia ad assecondare quell’impulso ribelle e anticonformista verso la società e le sue convenzioni che trapela da molte sue pagine - “Sono sempre stato pronto a lasciarmi tutto alle spalle pur di seguire la strada che, lo sentivo, mi chiamava” - e che nel suo caso si concretizza nell’amore per le montagne e a una fortissima connessione con la natura.

“Le montagne erano la mia casa, su di loro mi sentivo sicuro, solo la sentivo di essere il padrone della situazione. A valle ero guidato dai momenti passeggeri. Dovevo fare quello che gli altri pretendevano e si aspettavano da me. Ma le montagne erano infinite, come erano infiniti i miei sogni.”

“La natura ti assorbe, aneli una vita pura, vera e piena, realizzi progetti audaci, per questo non sei mai coi piedi per terra. Prendi la vita a piene mani. Andava tutto così velocemente, tutto si accumulava e maturava in me, come se dovessi morire già l'anno seguente. E questo mi restò per sempre: vivere come se avessi un solo giorno a questo mondo, e in questo giorno dovessi vivere e sopravvivere a tutto, e al contempo vedere chiaramente che hai decisamente troppo poco tempo per iniziare qualsiasi cosa. Non è frenesia, non è neanche melanconia, ma un calmo vivere ogni momento, che viene poi raccolto in un mosaico senza riuscire a immaginare come sarà il disegno finito.”

In contrapposizione all’amore per la natura è anche l’avversione verso il giudizio della massa e ai suoi falsi valori, di cui Nejc sa spesso dare uno spietato giudizio.

“Ogni essere umano ha bisogno di una conferma di non essere solo parte della massa, di non essere solo un numero, e se riesce a trovare un'attività che lo innalza sopra la massa, vi si aggrapperà, anche se alle sue spalle diranno che non sta bene, che è matto, addirittura suicida . Non mi sembra una condanna troppo dura dare del suicida a qualcuno che nel ventesimo secolo vive ancora a contatto con la natura, che sente il cuore trepidare guardando il tramonto, che sa ancora piangere con la pioggia e ridere nelle mattine di sole, che sa lavorare duramente, anche se non lo pagano? Quantomeno è solo un uomo che cammina da solo su un difficile sentiero roccioso, contrariamente a uno che cammina in città, in mezzo alla società, in mezzo a sorrisi e felicità falsi.”

“Quanto vorrei dar loro almeno un pezzetto di bramosia, di attesa e di orizzonti azzurri che porto con me. Quanto devono essere povere le persone che ora, tra il fumo di sigaretta, discutono del proprio stipendio, di vestiti e automobili, ora, quando le montagne brillano nella luce del tramonto.”

 Giudizi come spessissimo ne troviamo lungo queste pagine ricche di emozione e che identificano il suo animo profondamente romantico e sensibile.

La realizzazione di sé, lo sloveno la raggiunge appunto nel mettersi in gioco in montagna, sempre entusiasta, sempre creativo, sempre più forte, tanto da ritrovarsi fin da giovane a essere annoverato tra i più promettenti alpinisti sloveni e, grazie a ciò, anche a poter rendere l’alpinismo il suo lavoro.

Nello svilupparsi della sua carriera le imprese che porta a termine lo rendono sempre più riconosciuto e lo portano a ampliare sempre di più i suoi orizzonti (“L'alpinismo è strano: più scali, più vuoi scalare, perché il limite delle sue possibilità si sposta sempre più in alto”) ma, anche in questa sua affermazione, ancora poco più che ventenne, Nejc non si lascia travolgere dai suoi stessi risultati:

“Non ho mai dato importanza al successo e basta, se dietro non si celava un grande uomo, un grande personaggio unico. Il successo nella vita non ha importanza perché l'ambizione ti chiude la strada verso l'uomo, e il successo ti isola e ti aliena gli amici. Il peggio è quando le persone cercano di renderti un eroe quando tu sai di essere debole impotente, quando conosci tutti i tuoi difetti e hai paura del domani mentre è già dimenticato lo ieri. Ma è ancora peggio quando vedi che le persone ti ammirano perché hai ottenuto questo e quello senza sforzarsi quel minimo per conoscerti e accoglierti, perché hanno paure sono invidiosi.“

A colpire molto in queste pagine non sono poi unicamente le riflessioni di Zaplotnik su se stesso e la sua vita, ma anche la profonda empatia con cui descrive i compagni o le persone con cui entra in contatto nei suoi viaggi. Dalla descrizione del bambino sherpa che, infreddolito, ospita nel suo stesso sacco a pelo, o quella, sempre rispettosa e comprensiva, dei portatori che li accompagnano nella conquista del Gasherbrum 1 ciascuno con la propria personalità.

“Diventammo amici sinceri. L'età non ha importanza, neanche la nazionalità o la religione, l'importante è avere un cuore grande e le scintille di entusiasmo negli occhi”

Ancora più sentito è il rapporto con i compagni di spedizione, che sono più che fratelli: l’impossibilità di qualcuno di loro di proseguire è un dolore per cui piangere, la rinuncia per permettere a un altro di continuare qualcosa di spontaneo e il successo su una vetta di un singolo è felicità autentica e condivisa da tutti. Anche in questo, troviamo un abisso rispetto a quanto spesso dimostra l’attuale alpinismo.

“Per fortuna su tutte le calunnie e l'invidia splendono le montagne e i sorrisi degli amici”

 
Nel proseguire degli anni e con tante salite rilevanti alle spalle, anche per Nejc arriva però il momento del dubbio e un momento di crisi su così l’alpinismo è diventato per lui, involontariamente e inconsapevolmente.

“Ero uno sportivo, era un alpinista, parlavo di pareti e strapiombi, correvo, mi allenavo, contavo le ascese, cadevo nella follia della categorizzazione, calcolavo punti, mi confrontavo con gli altri e diventavo sempre più povero. Diventavo un artigiano insipido e stupido, che vede solo i numeri, l'altezza delle cime, la grandezza delle pareti, le valutazioni di difficoltà, vedevo solo numeri latini virgole e segni. Le braccia e le gambe sono diventate forti e inarrestabili, ma la testa è vuota e il cuore non batteva più forte davanti alla bellezza, ma solo davanti allo sforzo fisico. La strada scende ripida, anche se la curva dei successi continua ad impennarsi. (…) E così i miei ingranaggi giravano sempre più a vuoto, finché i bambini non mi fecero ricordare che nel bosco gli uccelli cantano ancora.”

Proprio i figli, ciò che la nostra società attuale considera spesso come un fardello per chi aspira al successo in qualunque campo, sono ciò che lo riportano alla luce e gli ridanno quella prospettiva per vivere davvero l’essenza dell’arrampicata e dell’alpinismo.

“I bambini hanno riportato la via verso me stesso, mi hanno dato la gioia delle piccole cose, mi hanno regalato la vista e l'udito che si stavano perdendo nel caos della corsa. Così tra gli alpinisti non mi sentivo più un alpinista, anche se adoravo ancora le pareti e i precipizi e allenavo il corpo e lo spirito a fatiche estreme. Arrampicata in sé non era più importante; quando la parete era alle mie spalle, quando sparivano gli spuntoni nella roccia, restavano solo la felicità e la contentezza di essere giovane e aperto, di diventare più giovane, di diventare bambino. Di restare fiducioso, anche se mi avevano derubato infinite volte, di credere anche se mi avevano mentito mille volte.”

Difficile cercare di sintetizzare tutto ciò che questo libro può evocare, anche perché le parole di Nejc potranno toccare per ognuno corde particolari, risuonando con ciò che ciascuno di noi può provare in relazione alla montagna. Proprio per questo, “La Via” è un libro da non mancare, per riscoprire una dimensione umana, individuale e emozionale che purtroppo sta andando perduta anche nel nostro mondo verticale.

“Non c'è senso, non c'è metà, in me c'è solo la via infinita, la via e le sue fermate.”

 
Albertaccia

Tutte le citazioni qui riportate sono tratte da Nejc Zaplotnik – “La Via” – Edizione Versante Sud

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