Correre ai tempi del coronavirus

Confessione di un trail runner qualsiasi alla ricerca della libertà perduta

21 April 2020
Correre ai tempi del coronavirus? Pubblichiamo la riflessione di un nostro lettore che cerca di riappropriarsi della libertà di vagare da solo nella natura. L’unico vero rischio? La multa…

Cala la sera. Si conclude l’ennesima, impietosa giornata anticiclonica di questo indimenticabile aprile 2020. I colori si fanno indistinti, in cielo si accendono le stelle e la neve sulle montagne smette finalmente di brillare: è ora di uscire!

Con circospezione faccio il giro della casa: sono vestito in modo anonimo, con roba decrepita che sarebbe più adatta a falciare l’erba o a pasticciare col bricolage, ma le scarpe mi tradiscono: per quanto malandate, coi tasselli limati, sono inequivocabilmente da trail.

Ora c'è chi lo ritiene superfluo, vietato, addirittura vergognoso. Ma è la mia vita, o almeno una gran parte di essa. Non sono nessuno, non ho talento sportivo e faccio tempi escursionistici. Ma credo che il puro piacere della fatica dura, dell’andare libero con il solo scopo di andare, siano vitali per me proprio come per un atleta di livello.

Sono fortunato, vivo in campagna. Attraverso la strada, attento al vicino che spia dietro le tendine, e sono nel bosco. Là parte il cronometro: devo stare “nei pressi della mia abitazione”, dice la legge. “Massimo 200 metri”. Sono effettivamente vicino a casa, posso vederla, quanto ai metri esatti mi affido al buonsenso. Faccio le ripetute, avanti e indietro nella penombra del crepuscolo. Mi sento un po’ un criceto ma mi do dello stronzo perché so benissimo che sono un privilegiato: chi sta in città può correre solo sul tapis-roulant. In realtà molti non hanno nemmeno quello. Molti si trovano rinchiusi in monolocale, con coinquilini da sopportare e movimenti limitati al minimo per non farsi impazzire a vicenda.

Così a testa bassa continuo, salita e discesa. Man mano che fatico mi sento meglio, sono meno angosciato, mi sento quasi libero… quasi come “prima”, quando si andava in giro di giorno, nel grande spazio della montagna, senza la minaccia fantascientifica di elicotteri e droni.

Arrivo a una breve strettoia dove il sentiero è più ripido. Quello è il punto dove di solito accelero, cercando di battere il mio tempo. Ma oggi c’è una sorpresa: una figura umana si delinea nell’oscurità del bosco. L’altro si trova proprio nel mezzo della strettoia. Allora mi fermo e lo lascio passare con un’adeguata distanza di rispetto. Lo saluto con un gesto, lui ricambia con un sorriso e ce ne andiamo ciascuno per la sua strada.

Più tardi mi domando: avremmo fatto diversamente, “prima”? Sicuramente siamo coscienti del pericolo rappresentato dal coronavirus, ma non credo che il nostro comportamento sia stato determinato soltanto da questa nuova minaccia. In montagna, nella natura selvaggia il rispetto reciproco è essenziale, è una condizione di sopravvivenza. Ci siamo abituati. E allora è davvero necessario vietare?

Testimonianza raccolta da Marco Romelli, redazione UP Climbing.com

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