INTERVISTA: PATXI USOBIAGA - Up-Climbing

INTERVISTA: PATXI USOBIAGA

Le ispiranti parole di uno dei più grandi climber del millennio!

 L’arrampicata nella vita di Patxi, tra passato, presente e futuro.

Patxi Usobiaga. Foto: Javi Pec

Probabilmente per molti climber che si sono avvicinati all’arrampicata negli ultimi anni, il nome di Patxi Usobiaga potrebbe non dire molto. Invece, per coloro che l’arrampicata l’hanno vissuta fin dagli inizi del millennio questo è il nome di una delle leggende dell’arrampicata sportiva, nelle competizioni ma anche sulla roccia. Con Ramonet, Sharma, Graham giusto per menzionarne alcuni, Usobiaga è stato uno dei personaggi di riferimento di tutto il primo decennio del 2000. Il suo palmarès parla chiaro: nel 2000, dopo qualche anno di giovanile, inizia a gareggiare nel circuito mondiale senior, dove si aggiudica la Coppa del Mondo Lead nel 2006 e 2007 (nel 2009 è secondo) e il Campionato del Mondo Lead nel 2009 (dopo tre secondi posti nel 2003, 2005 e 2007). In totale sono ben 25 i podi da lui conquistati nel circuito internazionale.

A parte le competizioni in cui ha primeggiato come pochi nella storia, Usobiaga è stato un riferimento anche sulla roccia: il primo a salire a vista l’8c+ con Bizi Euskaraz a Etxauri (2007), il terzo a chiudere il 9a+ di Realization a Ceuse, per poi chiudere anche la Rambla e la Novena Enmienda, sempre di questa difficoltà.

Patxi su The Magic Freckles. Foto: Javi Pec

Un climber che non ha conosciuto tregua, né con i suoi successi né soprattutto negli allenamenti estenuanti che l’hanno sempre contraddistinto e che sono stati ciò che hanno promosso proprio tali vittorie e conquiste. Un esempio illustre di perseveranza, determinazione e forza di volontà, nel lavorare a testa bassa giorno dopo giorno per realizzare i suoi obiettivi.

Nel 2010, un incidente stradale ha causato a Patxi seri problemi di ernia del disco, allontanandolo dalle competizioni e anche dall’arrampicata di alto livello per un po’. Tuttavia, lo spagnolo ha utilizzato proprio la determinazione e la forza di volontà che ha coltivato per anni per tenere duro, riprendendosi, operandosi e ritornando alla grande, arrivando a salire il 9a+ di Papichulo per poi realizzare nel 2017 la sua via più dura di sempre, il 9a/b di Pachamama a Oliana.

Oltre alla sua attività di arrampicatore, esploratore e chiodatore altrettanto instancabile, Usobiaga ha poi messo tutta la sua esperienza a disposizione dei nuovi talenti dell’arrampicata, nella veste di allenatore.

Ora, all’alba dei 42 anni e con una famiglia e figli a cui dedicarsi con altrettanta dedizione, rappresenta più che mai un riferimento per qualunque arrampicatore che voglia davvero rendere questo sport un approccio alla vita, oltre che un semplice tirare prese. Quindi è con grande piacere che gli abbiamo fatto qualche domanda, per portare il suo pensiero e la sua storia alla conoscenza di tutti. Di seguito trovate le ricche risposte con cui Patxi ha risposto alle nostre domande, relative sia alla sua storia personale di arrampicatore che al mondo dell’arrampicata più In generale.

Buona lettura!

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Ciao Patxi. Negli ultimi 20 anni sei stato un punto di riferimento internazionale dell’arrampicata e hai contribuito in modo importante allo sviluppo di questa disciplina, sia sulla roccia che nelle competizioni. Puoi raccontarci qualcosa sui momenti più significativi della tua vita da arrampicatore?

Foto: Javi Pec

La verità è che la cosa più significativa è che sono uno scalatore con un solo talento, la mente. Un ragazzo che sognava di salire il 7a, poi l’8a, poi questo ragazzo è cresciuto e ha sognato l’8c, di essere campione del mondo e ci è riuscito. Essere in grado di ottenere tutto l’oro che c’era. Ma essere sempre consapevole che dovevo lavorare sodo, che avevo molti limiti, la strada era allenarmi molto e assolutamente tutto veniva da lì.

Direi che è stata dura, che ho sofferto molto. Sebbene l’allenamento sia facile, ciò che è difficile è la mente… Questo ti fa soffrire, questo è davvero difficile ma allo stesso tempo quando realizzi i tuoi sogni in quel momento sai che ne è valsa la pena.

 

Qual è la tua visione dell’attuale mondo dell’arrampicata? Hai notato cambiamenti nell’ultimo anni, in particolare nella diffusione e nella percezione dell’arrampicata tra gli alti numeri di nuovi praticanti? Qual è la tua opinione?

Il numero di praticanti è aumentato in modo esponenziale, ci sono sempre più palestre di arrampicata e più scalatori. L’arrampicata è uno sport incredibile, ed è quello che si vede, che il mondo ha notato e parte della responsabilità è di aver fatto parte dei Giochi Olimpici. Ora, c’è da dire che si stanno differenziando l’arrampicatore da palestra e l’arrampicatore che utilizza la palestra come strumento di evoluzione. È molto importante che continui così, in modo che ci possa essere sostenibilità all’aria aperta. Non so se sarebbe sostenibile un aumento eccessivo di praticanti di arrampicata outdoor, prendendo come esempio le spiagge affollate di surfisti, uno sport che allo stesso modo ha avuto un boom molto importante nella società. Il business nell’arrampicata è poi diventato possibile, le aziende si stanno convertendo in grandi aziende e il denaro è arrivato nel nostro mondo.

Usobiaga sulla via Bizi Poz. Foto: Javi Pec

Questo aumento di praticanti ha un vantaggio, e cioè che ci sono arrampicatori più forti, più talenti che possono portare l’arrampicata a un nuovo livello, allenamenti più sofisticati, studi scientifici sull’allenamento, palestre di arrampicata evolute e molto altro, che porterà al 10a più velocemente di quanto immaginiamo.

Allo stesso tempo c’è stato un grandissimo cambiamento nella professionalità dei climber: anni fa, l’importante era arrampicare, concatenare, alzare il livello e vincere le gare, allenarsi come macchine per raggiungere tutti i nostri obiettivi. Era essenziale. E nel caso si fosse stati professionisti si poteva lavorare sulla tua immagine, avere una pagina web o un blog dove si poteva condividere con il mondo.

Oggi non basta, devi essere attivo sulle reti, dedicarci molte ore della tua vita, postare, commentare per avere flusso, postare di nuovo, diventare un editor di video, foto… Un processo senza fine. È diventato quasi più importante quello che dici di quello che fai… Una delle peggiori evoluzioni che la società abbia raggiunto. Ed è impossibile non continuare in questa corrente, non diventeresti nessuno…. E ora siamo qualcuno che non ha tempo per annoiarsi…

 

Quali sono i tuoi attuali progetti di arrampicata? C’è un qualche via estrema nel mirino?

È certo che da 10 anni la mia vita da scalatore non è più la stessa degli anni 2000. Una volta ritirato dalle competizioni, avevo un’ernia del disco che a luglio 2019 ho dovuto infine farmi operare. Anche dopo aver attraversato la sala operatoria, non mi ha lasciato al 100% e devo sempre fare i conti con il dolore che appare di tanto in tanto. Se non salissi al limite, se non attrezzassi le vie come un matto, se non mi allenassi così tanto, sicuramente non ci sarebbe la stessa clinica del dolore, ma io sono così, mi piace il bastone, mi spingo al limite e questo alla fine mi provoca dolore. Fortunatamente, il mio corpo che va su e giù di tanto in tanto mi fa ricordare che posso ancora arrampicare forte, provare cose difficili e spingermi al limite.

Da quando ho concatenato Pachamama nel novembre 2017, ho attrezzato circa 150 vie vicino a casa, ed è per questo che sono immerso in questo incredibile processo che è attrezzare, scoprire, vedere se è possibile e provare a concatenare. Un processo che mi ha totalmente catturato. Sicuramente una delle vie che provo è di grado 9, ma non è ciò che mi emoziona veramente, ma cercare di superare la barriera tra il possibile e l’impossibile nei progetti che chiodo. Il grado è il meno importante, poiché il percorso sarà sempre lo stesso. In questo momento sono in buona forma e mentalità (19/10/2022), e se qualcosa non va male penso che sarò in grado di realizzare qualche progetto difficile che ho. E come ho detto prima, il mio corpo mi permette di arrampicare e allenarmi per stagioni, quindi devo approfittarne.

 

Negli ultimi anni l’arrampicata indoor si è sviluppata incredibilmente, anche in termini di tecnica e movimenti, e in qualche modo si è allontanata dall’arrampicata su roccia. Come un climber e allenatore, come pensi che si evolverà l’arrampicata in termini di movimento tecnico?

Foto: Javi Pec

Il livello tecnico ha avuto un’evoluzione incredibile, soprattutto per quanto riguarda la coordinazione, e soprattutto indoor. Il livello in gara salirà molto, raggiungerà livelli mai immaginati, proprio come sulla roccia.

 

Che significato ha l’arrampicata nella tua vita? Cosa rappresenta per te?

L’arrampicata è la direzione che ha segnato, segna e segnerà la mia strada. Ad ogni tappa, come nella vita, si bruciano tappe e si inizia a viverla in modo diverso, magari più maturo a un certo punto e più immaturo a un altro. Oggi ho famiglia, lavoro e tanti impegni, quindi non riesco a concretizzare tutto come prima, ci provo, a volte mi alzo alle 4 del mattino per poter lavorare, arrampicare, chiodare, allenarmi e con l’energia che mi resta giocare a puzzle a casa con i piccoli. E altre volte non ho la stessa energia e riduco gli stimoli. Per questo l’intensità con cui vivo l’arrampicata è impressionante, ma il presente mi impone di regolarmi, e meno male, altrimenti il ​​mio corpo scoppierebbe. Ancora come quando ho iniziato ad arrampicare a 10 anni, quando ho un buon programma per il giorno dopo, una via da provare, un progetto da attrezzare o un allenamento da svolgere per riuscire a concatenare un progetto è difficile per me addormentarmi, e che continui così, che l’arrampicata continui a farmi sentire lo stesso anche se il tempo passa.

Per foto e contatti si ringraziano La Sportiva e Patxi.

Intervista di Alberto Milani

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