Marzio e Icaro: una vita scolpita nella roccia

Un’intervista a Marzio Nardi per conoscere tutto ciò che ha significato Icaro, il primo 8a boulder italiano

12 ottobre 2018
Nell’ultimo numero dell’annuario UP2018, Alberto “Albertaccia” Milani ha intervistato Marzio Nardi, per andare a conoscere la storia di Icaro, il primo 8a d’Italia. Dalla scoperta del boulder al suo essere uno stile di vita in cui tutto è connesso, Marzio ci porta nel suo mondo di arrampicatore, sognatore, padre ed uomo, mostrandoci come sia possibile vivere l’arrampicata nel profondo della sua essenza. Ecco un breve estratto dell’articolo.

 

Non sono poi così tanti i boulderisti che conoscono Icaro. Lontano dalle mode e dai “supermercati” del boulder, localizzato su un masso erratico praticamente isolato nei boschi della campagna fuori Torino, Icaro è una delle linee più mitiche d’Italia, la prima per la quale è stato scomodato il grado di 8a nel nostro paese. Un 8a duro, un bastone “old-style” tuttora poco ripetuto, per il quale occorre una buona aderenza ma in cui occorre soprattutto tenersi e saper scalare.

Niente trucchi, niente regali: Icaro è una pietra miliare che dovrebbe essere in cima alla lista dei desideri, se non già nel curriculum, di chi si ritiene un boulderista di rilievo.

Per Marzio Nardi, che l’ha liberato a fine anni 90, Icaro ha rappresentato un passaggio fondamentale nella sua vita di scalatore ma anche di uomo, al di là di qualunque difficoltà o grado. Dedicato al suo primo figlio, che allora nasceva, per Marzio è stato anche un’occasione per riflettere su se stesso, sulla propria vita e ruolo, in quella meravigliosa unione in cui non c’è separazione tra arrampicata, famiglia e vita stessa ma tutto è fuso a dare una forma completa ed unica a ciò che siamo.

Icaro è la storia di Marzio, un suggerimento, un invito scritto nella roccia per invogliarci a trovare tutti un’espressione individuale del nostro essere arrampicatori.


Non dico altro, nell’intervista che trovate sull’Annuario UP2018 Marzio ci racconterà tutto ciò che ha caratterizzato la scoperta, le caratteristiche, la storia di Icaro, oltre al suo significato personale.


Di seguito, trovate giusto alcune delle risposte che ci ha dato, un assaggio del viaggio che ci aspetta insieme a lui…

 


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(…) Passiamo ora ad Icaro: per comprendere l’origine di una realizzazione che, come questa, è stata una pietra miliare del bouldering italiano è fondamentale capire il contesto in cui è nata e che ne fa da cornice. Ci puoi descrivere innanzitutto come era il mondo dell’arrampicata quando hai iniziata a dedicarti a questa disciplina? Cosa ti ha portato al bouldering?


Era la fine degli anni 90 e probabilmente, da un punto di vista della ricerca, l’arrampicata era un po’ in periodo di stallo. Si arrivava da quello che era stato il periodo buio dell’arrampicata. Tutte le vie scavate, le prese bricolate, la ricerca della difficoltà in modo confezionato. Nel senso che la difficoltà veniva confezionata, non veniva ricercata più di tanto. (…) Parallelamente un numero ridotto di arrampicatori, tra cui il primo e capostipite di questa nuova generazione è stato Fred Nicole, aveva cominciato questo percorso di riscoperta del boulder, come percorso di ricerca della difficoltà. Io un po’ mi sono accodato a quello. (…). Proprio Rock’n Wall aveva una rubrica tenuta da Fred Nicole che raccontava quello che faceva nei boschi dietro casa sua ma anche quello che faceva in giro per il mondo. Infatti è stato il primo globetrotter del boulder e girava il mondo alla ricerca dei sassi. Questa cosa mi aveva affascinato tantissimo, soprattutto perché era anche per me un periodo un po’ di stallo: avevo finito il mio percorso di atleta nelle gare e non sapevo effettivamente come l’arrampicata potesse ancora motivarmi. Quindi ho preso quell’onda lì, mi sono accodato e ho fatto il profeta italiano di Fred Nicole. Un’altra persona attiva in quel periodo era Assan Fioravanti che ha avuto il pregio di essere lui stesso molto interessato e affascinato da questa nuova scoperta del boulder. Anche lui faceva parte di una generazione ormai “passata”. È stato un po’ così l’inizio del percorso. Poi mi sono messo anche io a cercare i sassi come faceva Fred Nicole, dietro a casa mia, la cosa più immediata. Anzi neanche più di tanto a cercarli, perché il primo passo è stato quello di andare a prendere la guida di Gian Carlo Grassi dell’81 e prima di tutto ripercorrere quella che era stata l’ondata del boulder negli anni 80, quella di Grassi e del Nuovo Mattino e quindi quelli che venivano riportati sulla guida come i passaggi di riferimento. Prima mi sono confrontato con la generazione passata e poi ho riempito quei tratti di roccia che erano rimasti vergini per vari motivi, un po’ per il livello che c’era e perché non c’era il crash pad. Non sembra ma l’invenzione dei crash pad è stato ciò che ha aperto la nuova generazione del boulder e sembra quasi assurdo che un oggetto così semplice e banale possa aprire degli orizzonti così vasti...Dopo essermi confrontato con i passaggi del passato, ho completato quindi quei sassi in cui non c’erano ancora dei passaggi. Ho cominciato ad aggiungere un tassello di questa storia proprio su quelli che erano i capisaldi del boulder negli anni 80 e poi ho cominciato a cercare in giro. Il primo posto che ho sviluppato è stato NIquidetto al Col del Lys con Gianni Faggiana. L’illuminazione è stato il primo viaggio a Fontainebleau con Christian Brenna. Siamo andati su e, a parte la bellezza, ci rendevamo conto che da noi non poteva esserci una cosa del genere. Però ci siamo resi conto che veramente un sasso poteva essere fonte di grande divertimento, di energia, di ricerca, scoperta tutti questi stimoli che poi mi hanno mosso per anni e anni. (…)

 


Nella rinascita del bouldering in Italia a partire dalla seconda metà degli anni 90, quali erano i valori, lo spirito, gli obiettivi che caratterizzavano la disciplina? Cosa cercavi nel bouldering?


Ricerca, scoperta, qualcosa di nuovo e nuovi stimoli…Certo era quello. Sembra strano ma io ho iniziato ad arrampicare proprio sui sassi. La prima arrampicata che ho fatto è stata su un sasso e poi ho abbandonato tutto e ci sono ritornato 15 anni dopo. La cosa che mi colpiva di più è come potesse essere un nuovo terreno immenso, un qualcosa che ho sempre avuto sotto gli occhi, dal quale ho iniziato e che poteva diventare una cosa completamente nuova nella quale ricominciare. Infatti io ho cominciato sui sassi e ho ricominciato ad arrampicare e a riscoprire l’arrampicata ancora sui sassi. Questo è stato fenomenale.

 


(….) Al di là della durezza e del grado, cosa ha significato per te provare e salire questo passaggio (Icaro)?

 
È chiaro che è un passaggio significativo non solo nel mio percorso di arrampicatore ma anche nel mio percorso di vita, perché come ti dicevo quello era un momento di stallo. Forse Icaro è la cosa che mi ha sbloccato e mi ha riaperto in modo definitivo per i 10-12 anni successivi ad un certo modo di vivere l’arrampicata. Ma anche nel mio percorso di uomo ero diventato padre e avevo salito un nuovo gradino e quindi è significativo sia come arrampicatore, sia come uomo.Icaro ha quindi un doppio significato per me: ha un significato sportivo di traguardo personale ma anche un significato soprattutto umano nel senso che è stato il “passaggio del passaggio” ovvero è l’arrampicata che ha sancito il mio passaggio dalla stagione più giovane e immatura a quella più adulta, quella di uomo, quella di padre. Proprio lì, sotto Icaro appunto, per via dei miei nuovi doveri ho saputo apprezzare il tempo che avevo a disposizione: il mio tempo doveva essere nuovamente riorganizzato, la mia vita doveva essere riorganizzata in funzione di una nuova vita, quella di mio figlio e da questa nuova vita ho avuto un grande insegnamento, quello di apprezzare il tempo che abbiamo a disposizione. Sapevo che avevo un tempo limitato in cui esprimere il meglio di me stesso perché poi nel tempo successivo avrei dovuto nuovamente esprimere il meglio di me nella nuova funzione quella di padre… Quindi è questa la cosa importante che mi ha trasmesso questo passaggio, apprezzare il tempo. Poi penso che apprezzare il tempo significa capire che c’è un tempo per tutto. C’è un tempo per essere atleti, arrampicatori e c’è un tempo per essere padri e una cosa non toglie tempo ed energia all’altra, anzi una aiuta e sostiene profondamente l’altra. E in entrambe ci consente di esprimere il meglio. Perlomeno per me la nascita del primo figlio mi ha consentito di esprimere il meglio di me stesso. Infatti quello è stato il periodo in cui sono stato più in forma e in cui mi sentivo meglio e spero altrettanto che l’arrampicata abbia saputo farmi esprimere il meglio in quanto genitore. Ma questo lo possiamo sapere solo vedendo cosa succede in futuro con i figli che crescono…

 


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L’intervista completa è riportata UP2018 – Ed. Versante Sud

 

Alberto “Albertaccia” Milani

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