Il Ticino di Niky Ceria

Un’intervista al fortissimo boulderista di Biella

15 febbraio 2021
Un’estesa e, come sempre, ricchissima chiacchierata con uno dei boulderisti italiani più forti di sempre

 

Come ben sappiamo, l’autunno di Niky Ceria è stato strepitoso per il bouldering sia nostrano che mondiale, con una serie di salite di livello estremo che ben pochi, pochissimi al mondo sono in grado di uguagliare!

Trasferitosi in Ticino per qualche settimana, il climber di Biella ha chiuso in sequenza alcuni dei più famosi testpiece mondiali, di cui abbiamo puntualmente parlato sul nostro sito: gli 8C di Dreamtime, The Story of Two Worlds e La Rustica (quarta salita) e la prima grandissima ripetizione di Ephyra, 8C+. Prima di tornare a casa, ha anche deviato qualche giorno a Varazze, dove si aggiudicato la terza ripetizione della mitica Gioia, il primo 8C+ mondiale!

Tuttavia sappiamo che, oltre a questi exploit al top mondiale, Niky ha sempre moltissimo da comunicare in relazione alle sue salite e ciò che ha da dire sono contributi preziosissimi in un contesto social in cui molto si sta perdendo…

Anche in quest’occasione, l’abbiamo quindi contattato, per analizzare con lui questo suo ultimo viaggio boulderistico, e prendere lo spunto per riflettere su tanti altri aspetti importanti che caratterizzano l’attuale mondo del boulder.

***

Ciao Niky, eccoci a parlare dei tuoi ultimi viaggi in questi bizzarri tempi…
Normalmente ti vediamo in giro per il mondo, ma chiaramente il Covid ha bloccato anche te e ne hai approfittato per tornare in Ticino. È stato effettivamente un ripiego oppure era una trasferta che già stavi premeditando?

Trascorrere un lungo periodo in Ticino è sempre stato nelle mie intenzioni. È un posto in cui ho passato delle bellissime giornate e che mi ha sempre attirato ma, con il fatto che è relativamente vicino a casa, ho fatto spesso delle visite giornaliere. Questa volta volevo prendermi più tempo così, prima che arrivassero le prevedibili restrizioni di novembre, sono tornato su più preparato di come avevo provato a fare lo scorso marzo.

Che cosa ha rappresentato, rappresenta e potrà rappresentare il boulder in Ticino nella tua carriera di boulderista?

Considero il primo giorno in Ticino (2008) il mio benvenuto nel mondo del bouldering outdoor. Da lì in avanti qualsiasi cosa nel mio percorso è cambiata, anche grazie ad una percezione diversa siccome, dopo quel giorno, il Ticino, considerato da me lontano ed irraggiungibile, divenne una meta molto più abbordabile (ai tempi avevo 14 anni e gli scalatori biellesi che erano stati in questi posti non erano sicuramente più di 5-10). Dopo qualche anno iniziò a diventare addirittura familiare, cambiarono le mie prospettive e le mie visioni ed ebbi la possibilità di conoscere i classici di queste zone fino a visitare quei posti che erano ancora raggiungibili solo tramite passaparola come la Val Verzasca e la Val Bavona, ambienti per me più affascinanti della valle principale e che offrono una roccia di qualità eccezionale.
Rappresenta certamente una parte fondamentale della mia vita, soprattutto per ciò che ho potuto apprendere dalle linee che sono state sviluppate e per la passione che mi ha fatto nascere. Per il futuro il Ticino si legherà principalmente a questi aspetti. Spero un giorno di poterlo conoscere anche da un lato più esplorativo, siccome sono luoghi in cui, per ora, ho ricercato davvero poco.

Come valuti in generale l'impatto che il boulder in Ticino ha avuto nell'evoluzione del boulder mondiale?

Sono aree che hanno permesso di rendere concrete le visioni di alcuni scalatori visionari come Fred Nicole e David Graham, quindi si tratta di un comprensorio che senza ombra di dubbio ha avuto degli impatti positivi sul boulder. Dall'altro lato, un facile accesso, combinato ad uno stile così semplice, a condizioni meteo spesso favorevoli e ad un background sociale come quello in cui viviamo oggi, rendono il Ticino un ambiente fertile per trasformare alcune aree da paradisi a “supermercati” e, di conseguenza, in alcuni settori, si respira un'atmosfera molto frenetica dove anche le linee più storiche ed un tempo uniche, hanno oggi sempre meno respiro. Credo che l’equilibrio di cui sto parlando sia sempre molto delicato da trovare: documentare e diffondere da un lato e preservare dall’altro. Non è impossibile, ma di certo non è semplice. Sotto certi aspetti se tieni una zona del genere oscura si rischia che il patrimonio degli scalatori prima citati venga per sempre dimenticato, da un altro lato se si offre troppo si inciampa in ciò che viviamo oggi in alcuni di questi posti.
Per me l’equilibrio potrebbe trovarsi ad esempio nella situazione di Brione intorno al 2009, dove chi voleva davvero sapere le cose poteva procurarsi le informazioni e questo “essere attivo”, tendenzialmente, portava ad una scrematura positiva nella comunità. Chiaro è che con l'odierna divulgazione sulla rete sociale, Brione potrebbe essere l'ultimo esempio di questo tipo.

Pensi che, al di là della pura difficoltà, queste aree possano riservare ancora delle occasioni per fare evolvere il boulder in modo puro e autentico?

Malgrado ci sia tanta roccia non è mai facile trovare linee pure, uniche e che abbiano un carattere anche artistico o che lascino un impatto su chi le guarda e le scala. Vi è spesso la tendenza a forzare tante connessioni o a fruire di un sasso del suo infinito potenziale e personalmente ricerco altro quando si parla di purezza e autenticità; boulders come ad esempio Ronsky Beat o Limited Edition, hanno un’unica linea per salire su un’unica porzione di sasso e sono, sia a livello estetico e sia a livello gestuale, notevoli. Credo comunque che ci sia ancora qualcosa di davvero speciale in queste valli.

Per questo tipo di linee a volte è però richiesta un’ampia quantità di energia e non tutti hanno questa attitudine, tempo o interesse. Per cui su una scala collettiva è difficile che vedremo uno sviluppo del boulder in questa direzione anche in ragione di queste considerazioni del tutto comprensibili.
Meno comprensibili rimangono invece alcuni comportamenti che si staccano sempre più dal ricercare un adattamento nei confronti della natura, aspetto che dovrebbe essere comunque primario trattandosi di una disciplina outdoor, prediligendo un confort che diventa quasi un mezzo necessario per raggiungere il più in fretta possibile la realizzazione. Chiaramente mi riferisco solo ad alcuni casi estremi che ho testimoniato qui in Ticino. Un esempio eclatante è quello di incatenare per lungo tempo una dozzina di pad al sasso con i lucchetti, includendo varie bottigliette, ventilatori etc. Queste abitudini stanno secondo me sfuggendo un po’ di mano.

Dreamtime, The Story of Two Worlds, La Rustica, Ephyra sono le linee più dure e iconiche che hai chiuso in questa tua permanenza. Sappiamo bene che per te ogni linea ha un'anima e una sua unicità, specialmente per il significato personale che hanno. Ci puoi quindi descrivere per ciascuna di esse che cosa ha rappresentato per te salirle?

Dreamtime ha un alone di miticità davvero forte e non ha bisogno di presentazioni oggettive.
La mia esperienza su questo passaggio racchiude parecchi momenti; storie, sogni, relazioni ed è indubbiamente uno dei massi più “emotivi” che abbia ripetuto.

The Story of two worlds è stata invece un’esperienza personale più fisica e legata al cambiamento della mia scalata nel corso del tempo. Tornare su quel passaggio dopo diverso tempo mi ha permesso di vedere chi ero e ciò che è cambiato nel mio corpo, facendomi sentire in una connessione ben più profonda nei movimenti rispetto a 6 anni fa quando la forma fisica era decisamente più solida. Prova interessante che mi ha dimostrato ancora una volta che vi è poco di sportivo nel boulder.

La Rustica è sempre stata speciale. Trovo incredibile la visione che ha avuto Jimmy Webb 7 anni fa quando la liberò. La roccia è di una qualità eccellente ed è raro trovare un sasso del genere che sta proprio a metà strada: non troppo vicino all'acqua perché sia troppo liscio, non troppo distante nel bosco perché sia troppo ruvido. Ha delle prensioni stupende, movimenti ampi, tanti agganci di punta e sequenze molto tecniche. Se pur non è alto, e forse questa è l’unica pecca, dall’altro lato lo trovo puro per il fatto che ha tutte le prese necessarie che lo rendono salibile e possibile. Una in meno, o semplicemente una di queste più sfuggevoli, lo renderebbe magari impossibile oppure meno armonioso.

Ephyra è un progetto che mi ha sempre affascinato proprio per la sua semplicità che si riscontra nei movimenti e anche nelle prese. Ha una partenza logica e tutte le volte che mi sedevo lì mi è sempre parso più naturale seguire la prua di sinistra invece che usare i quarzi di From dirt grows the flowers.

Oltre a queste linee, ce ne sono altre o ci sono alcuni aspetti particolari di questa tua trasferta in Ticino che ti hanno colpito, ti hanno fatto riflettere o ti hanno lasciato sensazioni particolari?

Ronsky Beat, linea incredibile liberata da Thomas Steinbrugger, credo sia la linea più meritevole di tutta la Svizzera. Tomba, il nuovo super classico liberato da Jimmy Webb, è eccezionale e molto divertente.
Infine The Great Shark Hunt, un pannello di roccia nell'area di Nivo. Ci tenevo salirlo da diverso tempo, ma non ne sono mai stato all’altezza.

Recentemente Alex Megos ha salito anche lui sia Dreamtime che The Story of two worlds e in relazione a quest'ultima ha espresso un parere su instagram in relazione alla poca trasparenza di molti climber nell’ammettere il “COME” hanno salito questo blocco. Dopo la scoperta di nuovi metodi e soprattutto l’uso ormai sdoganato dei kneepad, questa linea presenterebbe a suo parere (e di altri…) difficoltà più basse rispetto alle sequenze originali di Graham e Koyamada. Megos afferma (giustamente) che la comunicazione di un risultato non può prescindere dall'etica nel dichiarare onestamente come lo si è salito…cosa che tende però a essere trascurata rispetto a numeri e lettere di cui ci si vanta. Tu cosa ne pensi a tal proposito? E cosa ne pensi dell'utilizzo sempre più comune dei knee pad nella futura evoluzione del boulder?

Sono d’accordo sull’importanza del COME sostenuta da Alex. È fondamentale.
Capita spesso di notare quanto poco viene considerato ciò che sta dietro ad una salita, come ad esempio le descrizioni legate all'impegno e all’onestà, ai metodi usati o addirittura agli stili, o ancora ai modi che si usano e ai materiali che si sceglie di utilizzare (o di non utilizzare) per abbattere la componente naturale. Di conseguenza vasta parte del COME, che è molto importante, va a perdersi. Su alcune cose mi dissocio un po’, come ad esempio il continuo desiderio di mettere tutto dentro a dei numeri, specialmente quando non accompagnato da concetti più ampi. Trovo riduttivo analizzare il COME solo in funzione di attribuirne poi un grado più “consono”. Partendo dal post di Alex, sarebbe utile domandarsi come comunicare questo “come”, siccome non penso che la storia del boulder passi attraverso i 2000 caratteri di Instagram o ai 147 di Twitter. Questi sono standard imposti che faticano secondo me a documentare, raccontare ed analizzare ciò che facciamo, lasciando indietro appunto il COME e anche diverse storie interessanti. Credo ci sia bisogno di piattaforme diverse e di riportare in gioco il valore dei mediatori che hanno lo scopo di fornire l'esercizio critico a chi legge e considerare la rete sociale soltanto come mezzo per condividere questi contenuti più ampi, ricchi e approfonditi da persone che sanno cosa sia il boulder. Magari in questo modo anche il COME potrebbe ritrovare un po’ di vita a discapito delle semplici etichette.

Per quel che riguarda il knee-pad credo che faccia pur sempre parte di un COME e quindi, come tutte le cose sopra citate, debba essere raccontato in tutta onestà. Io personalmente come tante altre cose non giudico kneepad-si o kneepad-no, ma mi pongo sicuramente dei dubbi a riguardo e cerco di usarlo il meno possibile. Tendenzialmente lo apprezzo solo quando l’incastro di ginocchio è l'unica soluzione possibile come su The Stepping Stone.

Le linee che hai salito e che sopra ho menzionato sulla carta sono valutate 8C, Ephyra 8C+ e la tua è la prima ripetizione dopo la FA di Jimmy Webb di due anni fa. Inoltre, oltre a queste salite, è seguita la strepitosa ripetizione di Gioia a Varazze che, al di là delle controversie che l’hanno caratterizzata in passato, è comunque sempre un’icona storica del boulder mondiale, nonché il primo 8C+ nella storia di questa disciplina. Menziono questi numeri perché ti vediamo sempre comunicare le tue realizzazioni senza riportare una valutazione, sia che si tratti di FA che di ripetizioni di blocchi già liberati. Questa scelta ha caratterizzato anche i post delle tue salite ticinesi. Chiaramente, queste linee sono talmente note a tutti che le tue ripetizioni hanno avuto un notevole impatto sui media e sono state menzionate sui siti specializzati di tutto il mondo. Sono anni che puoi però vantare ripetizioni di analoga difficoltà e molte delle tue FA “ungraded” sono sicuramente di pari difficoltà se non anche più dure… Eppure, la visibilità che hai avuto in passato, anche in Italia, è stata più limitata proprio per la tua scelta di non dichiarare gradi. Questa è la plateale dimostrazione di come il mondo dell’arrampicata, specialmente tra chi si ritiene competente e conoscitore “della materia”, non sia più in grado di riconoscere il valore e il carattere di un exploit se non ci sono numeri a quantificarlo. Quali sono le tue riflessioni a proposito di tutto ciò?

Devo dire che non si tratta di una vera e propria scelta; ho semplicemente seguito l’istinto e rispettato ciò che era naturale per me. Arrivo anche da profonde esperienze dove sono andato a ripetere dei passaggi che non avevano nessun grado, né tanto meno si percepiva il bisogno di sapere il famoso “più o meno” riguardo la difficoltà. Mi vengono in mente Sitting in a corner with depression, Kick me up, Shantaram, Ronsky Beat etc; così come tanti altri che vorrei ancora vedere e di cui non si sa nulla a tal riguardo.
Per quanto riguarda la visibilità non credo sia così limitata. La visibilità è sempre una semplice parte che consegue ed è distaccata dal mio interesse principale. È vero però, il viaggio in Ticino per assurdo ha riscontrato più curiosità malgrado sia stato un viaggio rilassante rispetto a tanti altri. Probabilmente in questa occasione chi leggeva o pubblicava aveva dei mezzi per fare confronti e quindi avere una chiave di lettura più semplice. Ma le linee liberate negli ultimi anni hanno trovato comunque un loro spazio per essere documentate, e soprattutto raccontate. Questo perché esistono ancora alcune pagine web, riviste e scalatori che sono interessati a ciò che la scalata davvero è a prescindere da ogni cosa.
A mio parere, i media che hanno mantenuto questa identità a discapito della globalizzazione dovrebbero documentare e raccontare il bouldering senza limitarsi ai “copia ed incolla” di ciò che si legge sui profili personali, contribuendo quindi ad offrire una mediazione costruttiva per portare fuori la critica che è essenziale per riconoscere il valore delle cose. Già oggi, per esempio, se uno ripete Lanny Bassham non viene considerato da molti. Se però sale Sleepwalker allora la concezione “mediatica” è ben diversa. Sono gli assurdi risultati di questo livello di comunicazione che stiamo accettando.
Mi chiedo, tra 10 anni, che cosa faremo quando questa assurda classificazione potrà essere ancora più marcata? Non verranno più considerate le linee di cui parliamo oggi?
Magari, un parametro come quello di John Gill (L’indicazione B, senza frammentazioni), potrebbe essere un primo passo di aiuto per trovare un punto a metà strada?

Grazie Niky per la disponibilità e il tempo che ci hai dedicato, come sempre le tue parole portano molti spunti di riflessione su quello che è il presente e il futuro del bouldering!

Intervista di Alberto "Albertaccia" Milani 

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