We are TTC!

A tu per tu con Samuel, ideatore del progetto

30 ottobre 2020
Gli iscritti della Time To Climb ideano un progetto chiamato "we are TTC" per stringersi intorno alla palestra e farla sopravvivere nella seconda ondata del Covid. 

Conte ha parlato, le palestre chiudono. Parecchi scalatori sono insensibili a questo provvedimento, tanto ci sono aree boulder e falesie a nostra disposizione! Sia per la natura un po' "wild", sia per le molteplici forme della disciplina praticata, il climber medio è un soggetto molto autosufficiente. Non è raro infatti scontrarsi con scalatori che storgono il naso per il caro ingresso in palestra, che acquistano online per risparmiare qualche euro senza andare ad aiutare il negozio ad ingresso palestra, che si portano l'aperitivo da casa per non fermarsi al bar sotto la falesia. Ciò che molti non capiscono è che dietro ad un bar, ad un negozio o ad una palestra, ci sono persone, famiglie, in una parola: spese. È bello arrivare in palestra e trovare delle belle prese, ma sicuramente non le regalano. In seguito ad un DPCM che va a castagnare parecchio le palestre, gli iscritti della Time to climb di Ostia non si sono fatti trovare impreparati. La Federazione ha fatto quello che poteva, emanando un documento volto a permettere agli atleti agonisti di allenarsi. Sicuramente per le palestre è un aiuto, qualche ingresso o corso può essere mantenuto. A Ostia invece, gli iscritti si sono spinti oltre ed hanno organizzato una raccolta fondi per aiutare la palestra a superare questo momento difficile. Scopriamo qualcosa in più con la mente dietro tutto questo, Samuel Algherini, istruttore della palestra e frequentatore della TTC. 


Al momento, come è la situazione nella "vostra" palestra? Ci sono agonisti che si allenano, corsi che continuano o è tutto bloccato? 

Al momento purtroppo è tutto bloccato, saracinesca abbassata, pronti però per ripartire appena sarà possibile.

Come è nata l'idea che si cela dietro a questa iniziativa? Avete preso spunto da ciò che era successo con la scia del primo lockdown (save your climbing gym)? 

Avevo appena appreso la notizia che il mensile o trimestrale che era stato sottoscritto sarebbe slittato nella sua validità per il periodo relativo di chiusura. Così da una parte vedevo il decreto obbligare la chiusura delle nostre pareti e dall’altra il massimo sforzo della palestra per garantire gli ingressi futuri per tutti quelli che avevano sottoscritto l’abbonamento. A quel punto ho pensato che dovevamo fare qualcosa anche noi, che non potevamo lasciare soli coloro che, armati di passione e qualche strumento, hanno creato uno spazio che oggi permette a tutti di potersi allenare, conoscere, confrontare, crescere. Creare una piccola raccolta fondi che potesse aiutare la palestra mi è sembrato un atto simbolico importante per dare il segnale che “i membri della palestra” sono presenti in questo momento difficile. Ci siamo anche noi, per sostenere che ci offre l’occasione di vivere in una bella realtà.

Aiutare economicamente un’attività è una iniziativa molto inusuale da parte di piccoli privati. Qual è la scelta che motiva l’aiutare la palestra che si frequenta e non, per esempio, l’alimentari sotto casa o una serie di palestre? 

Tutti i piccoli esercenti, le piccole realtà, vivono un duro momento. Ma il motivo per il quale questa raccolta fondi sta ottenendo un grande risultato ed è avvolta da entusiasmo è perché la palestra non è un luogo dove si entra per comprare una merce, ma è un luogo che offre occasioni per stabilire nuovi rapporti di stima ed amicizia. Rapporti in cui si cresce, in un luogo dove si raggiungono traguardi che mezz’ora prima si credevano fuori portata, dove ci si confronta per raggiungere insieme un obiettivo, dove ci si mette a dura prova e tentativo dopo tentativo, spostando un piede e caricando il peso in maniera diversa, si finisce col raggiungere il top: ci si conosce sempre di più e l’io che raggiunge il top è un io migliore di prima. Condite questa crescita personale ad un ambiente felice, un’area franca dove si scherza e ci si confronta insieme ed ecco che nel profondo della psiche si insinua l’imperativo “nessuno tocchi la palestra!”. L’arrampicata ovviamente non finisce senza la palestra, ma ora ce la andiamo a godere in outdoor proprio con gli amici conosciuti in palestra. Oramai, la pensiamo come la nostra seconda casa. Non solo per strizzare qualche tacca, ma anche per stappare una birra e darci appuntamento per la Falesia. Penso che abbiamo sviluppato un forte senso d’appartenenza, nei confronti del luogo che ci permette di incontrarci, decomprimere e divertirci assieme.

Solitamente, i climbers non prendono bene le iniziative che toccano il portafogli. Come pensate di motivare la gente a partecipare all'iniziativa per farla spopolare? 

Fortunatamente la maggior parte dei frequentatori di palestre di arrampicata, specialmente palestre come la nostra, una palestra di quartiere, non vive l’accesso all’area come luogo dove meccanicamente svolgere un tipo di attività sportiva; non è un luogo dove si accede, si corre mezz’ora sul tapis roulant o si fa cyclette e poi si torna a casa. E’ invece un’area sociale dove ritrovarsi con gli altri e migliorare sé stessi, ed è a tutti gli effetti una sorta di seconda casa, di ritrovo. Inoltre, il fatto di essere una palestra di quartiere, lontana dagli investimenti in strutture spaziali e di grandi spazi, rende l’ambiente più umano, un vero ritrovo eterogeneo di studenti, ingegneri, impiegati, psicologi, artigiani ed esseri di varia natura che tutti insieme indistintamente confabulano, si incitano, si prendono in giro e si congratulano cercando insieme di risolvere un problema verticale. Questa miscela fa sì che non ci sia bisogno di alcuna motivazione da portare alle persone, poiché sono esse stesse le prime a voler preservare l’esistenza di tale ambiente. Infatti, non solo tutti i membri della palestra stanno contribuendo, ma lo stanno facendo con passione e convinzione. Il passaggio fondamentale avviene quando un’area non è più concepita come qualcosa di altro, un biglietto che si paga per usufruire di un servizio, ma come qualcosa che appartiene alla comunità arrampicatoria che la frequenta.


Per mille motivi, gli scalatori sono un po' barboni, tendono magari a preferire il cibo da casa rispetto all'acquisto del pranzo in loco, piuttosto che comprare su internet a discapito del negozio vicino alla palestra. Credete che possa essere un'iniziativa utile a sensibilizzare i climbers in un contesto più ampio rispetto al binomio palestra-covid?

Questione non facile, per via della tendenza climber ad essere, diciamo, “wild”. Tuttavia negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento del numero di arrampicatori indoor che sono meno old school riguardo attitudini e comportamenti. Ad ogni modo, l’ostacolo che dovremo superare se vogliamo portare quest’affetto oltre al binomio palestra-covid è riuscire a creare un “rapporto umano” tra i gli arrampicatori e le altre realtà che ruotano attorno l’arrampicata, magari portandole in palestra con eventi, anche occasionali, che possano però creare un contatto tra chi potrebbe usufruire di un prodotto e chi desidera venderlo. Solo creando un incontro umano è possibile scavalcare l’inevitabile ricerca dell’offerta più bassa spalmata sullo schermo di un laptop. E’ senza dubbio una strada non facile, complicata, intricata e piena di interrogativi, ma che credo sarebbe un vero peccato lasciarla nel mare delle cose intentate. 

Fonte Samuel Algherini

AP

 

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