Climbing Hero: Yuji Hirayama

Dal sogno dell’Everest alla Coppa del Mondo passando per El Cap

09 luglio 2018
“Dovevo cercare una strada in cui il successo dipendesse solo da me. E realizzai che quella strada era la montagna. Certo, arrivare in cima ti dà soddisfazione. Ma quello che mi attirava di più era il fatto che, ogni volta che la scalavo, diventavo più forte. In montagna, senza la pressione della competizione con gli altri, diventavo più forte, seguendo il mio ritmo, il mio passo…” Y. Hirayama.
 

Negli ultimi anni il mondo dell’arrampicata ha assistito, sia nelle competizioni che outdoor, ad una sempre più predominante presenza giapponese. Il numero di atleti nipponici di altissimo livello che accedono alle prime venti posizioni della coppa del mondo è imbarazzante, così come sono imbarazzanti le prestazioni su roccia di arrampicatori che, in una manciata di anni, raggiungono difficoltà elevatissime (anche ad età inoltrata…) e banalizzano blocchi tra i più duri al mondo.

Per molti questa “rivoluzione nipponica” appare come una novità, neanche il mondo dell’arrampicata fosse un qualcosa di esclusiva occidentale. Di per sé, basterebbe già solo l’esempio di Dai Koyamada (colui che più di ogni altro vanta il maggior numero di  8C e 8C+ boulder in carriera e che ultraquarantenne viaggia ancora su tali difficoltà) a ricordare che da decenni il Giappone ha una tradizione arrampicatoria non indifferente.

Tuttavia, ancora prima di Dai è un altro il nome giapponese che ha scritto la storia dell’arrampicata mondiale e le cui imprese passate rieccheggiano ancora nell’attualità più recente. Stiamo parlando di Yuji Hirayama, un grandissimo dell’arrampicata negli anni ’90.

Scoperta l’arrampicata dopo aver praticato diversi altri sport, Yuji incarna il tipico arrampicatore degli anni 80 e 90: all’inizio della sua attività l’arrampicata, l’alpinismo, la montagna sono un tutt’uno in cui l’una si fonde nell’altra, tanto che ogni ragazzo che si avvicina al mondo verticale, Yuji incluso, idealizza le sue aspirazioni nello stereotipato sogno dell’Everest.

Per fortuna, il Giappone ha solo falesie da offrirgli, portandolo sempre più in contatto con la roccia, ambiente in cui Yuji dimostra fin da subito una capacità unica di fondersi in corpo, mente e spirito con l’arrampicata, entrando in stati di concentrazione profonda mente scala.

Spinto da una passione che prende il sopravvento su tutto il resto e grazie al supporto di persone che intravedono in lui il grandioso potenziale, Yuji migliora a vista d’occhio e aspira a diventare sempre più forte. Per questo capisce di dover viaggiare e confrontarsi con ciò che il mondo e la storia hanno da offrire, ad iniziare dal luogo in cui l’arrampicata libera è nata, la Yosemite. Una valle che giocherà un ruolo fondamentale in altre occasioni della sua vita...

“Yosemite per me era un luogo sacro: era la culla del free climbing, dove tutto era nato”

Yuji impara in fretta, ma sa che deve continuamente mettersi in gioco, viaggiando nella ricerca e nel superamento dei suoi limiti.

“Sentivo che non sarei riuscito a migliorarmi restando in Giappone. Il miglior allenamento possibile, senza dubbio, era dedicarsi a obiettivi ambiziosi, alle vie al top. Ma se in Giappone non c'erano pareti e vie su cui avrei potuto cimentarmi che senso aveva restare lì?”

Confrontandosi sulle vie top a livello mondiale, oltre ai successi arrivano anche le bastonate, ma la sua caparbietà e determinazione sono superiori a qualunque delusione, supportate dall’accettazione e dallo studio di sé stessi tipico della mentalità orientale.

“Mi convinsi che semplicemente mi ci voleva più tempo, invece di mollare tutto dovevo impegnarmi costantemente in un allenamento progressivo emirato, un passo alla volta, senza voler realizzare subito e a tutti i costi qualcosa troppo al di fuori della mia portata.”

Dalla Yosemite alla Francia, nelle mecche mondiali di Buoux e della Provenza, Hirayama ripete una dopo l’altra le vie di riferimento mondiale, sempre alla ricerca di un continuo confronto, che inesorabilmente lo porta ad essere unicamente assorbito dall’aspetto più competitivo dell’arrampicata.

“All'inizio, per me si trattava quasi solo di un fatto personale. C'eravamo io e le vie, il resto non contava. Ma via via che miglioravo, e mi ponevo obiettivi sempre più ambiziosi, ho capito che quello che volevo era anche dimostrare di essere il migliore (...) ho realizzato che quello che volevo era diventare il migliore del mio paese, se non addirittura del mondo. L’ovvia prosecuzione di questo percorso non poteva che essere la competizione con gli altri atleti (...) è un istinto naturale, la ricerca della prestazione, della vittoria, almeno nell' arrampicata (...) con le gare ho la possibilità di misurare concretamente le mie prestazioni, di avere un altro elemento che mi possa permettere di giudicare i miei miglioramenti (...) ci si impara ad analizzare, vincere o perdere è un fatto secondario (...) per altre persone le gare non contano, importa soltanto lo spirito originario dell'arrampicata, il contatto con la natura. Rispetto questo pensiero, e non lo trovo antiquato”

Tuttavia, anche per lui come per molti altri, la ricerca della prestazione, della vittoria e dell’apparire rischiano di portarlo nel baratro. Divenuto amico fraterno del grande Francois Legrand, con il quale condivide un appartamento, allenamenti e la vita di tutti i giorni, se ne allontana quando il confronto e i risultati in gara sono al di sotto delle aspettative, rendendo l’arrampicata un peso che condiziona amicizie e vita. Yuji realizza che qualcosa si è rotto.

“A un tratto mi sembrava che il gioco fosse diventato noioso. Mi sembrava che tutti lo facessero con una terribile noia di fondo. Forse è stata anche colpa mia, questo tipo di atteggiamento e di umore è contagioso. Anche se non ero per niente motivato, stavo lottando disperatamente per ritrovare il vero valore dell'arrampicata, mi aggrappavo letteralmente a quello che mi restava per stare a galla in mezzo alla tempesta. L'arrampicata per me, fino a quel momento, era stata in primo luogo piacevole e divertente. All'inizio non riuscivo minimamente a capire come a un climber potesse mancare la motivazione, trovavo sempre strani quei discorsi. Erano semplicemente inimmaginabili, per me. E in quel momento, invece, mi trovavo esattamente in quella condizione. Per la prima volta mi sentivo impaurito, temevo di perdere del tutto la fiducia in me stesso e nell’ arrampicata”

Yuji capisce che la passione attorno a cui ha costruito la sua vita fino a farne una professione sta correndo un rischio grandissimo e che deve trovare un modo di uscire da questa profonda crisi.

“(…) se fossi rimasto impantanato nelle mie ossessioni, sarei sparito anch'io dal mondo dell'arrampicata, confinato in una riserva polverosa. Dovevo svegliarmi, lo avevo capito, e fu quello il momento in cui uscì definitivamente dal mio periodo di crisi (...) da quando ero arrivato in Europa il mio obiettivo era stato solamente la vittoria, la competizione. Ma trascuravo del tutto la gioia legata al fatto di crescere, personalmente, attraverso il free climbing”

Per questo, ha bisogno di un trovare un obiettivo che possa soddisfare esattamente questa esigenza interiore, ritrovando quel legame intimo con l’arrampicata che era stata la molla che l’aveva spinto fin lì. Hirayama trova questo stimolo in un obiettivo che dire ambizioso è dir poco, ma che per lui è realizzabile: decide di ritornare sulla grande parete di El Cap per tentare a vista la Salathè! Qualcosa di impossibile per tutti, ma possibile nella mente di Yuji

Si prepara per mesi, affidandosi anche ad allenatori e preparatori, finchè il giorno arriva. Yuji inizia la sua grandiosa avventura e mai come ora sembra determinato e fuso con la roccia. Su un tiro non difficile Yuji commette un errore e tutto sembra compromesso. Per fortuna quello stesso tiro ha una variante decisamente più dura che, se realizzata, manterrebbe in vita il suo sogno. E così è, in una salita che i presenti hanno descritto come qualcosa di magico ed emozionante. La marcia verticale procede, ma purtroppo su uno degli ultimi tiri chiave Hirayama sbaglia ancora e il sogno si infrange. Il suo urlo catturato dalla macchina fotografica, intriso di delusione e rabbia, è probabilmente uno degli scatti più significativi realizzati in arrampicata, alla luce di quella che era stata fino ad allora la storia di arrampicatore di Yuji. Ripresosi comunque dalla delusione Yuji continua sulla Salathè che definirà come “…la scalata migliore della mia vita“. Ne esce effettuando una salita record ma soprattutto con la consapevolezza di aver recuperato un significato nella sua vita di arrampicatore.

“Nel momento in cui finivo l'ultimo tiro sotto la luce della frontale, ho capito che in quei due giorni si erano espressi 13 anni della mia carriera…”

Sulla Salathè, Yuji riscopre ciò che la competizione e la ricerca della prestazione gli avevano fatto dimenticare a proposito dell’arrampicata:

“In origine il free-climbing era molto più avventuroso, forse anche molto più pericoloso. Spero che questo spirito di avventura non vada perso (...) il vero fascino dell'arrampicata sta anche nel divertirsi nella natura, con gioia e passione, e non solo nel realizzare gradi incredibili (...) Sapevo che sarebbe stato un tentativo ai miei limiti, ma l'avventura è proprio questo: fare qualcosa che raggiunge i limiti, e li sposta verso l'alto. Mentre ero impegnato su quella parete provavo una quantità incredibile di emozioni, profondamente diverse l'una dall'altra, un insieme variopinto di sensazioni. Non mi era mai capitato.”

Il suo tentativo a vista sulla Salathè un paio di decenni fa, può sembrare lontano nel tempo, ma mai come ora è attuale. Proprio in questi giorni Adam Ondra ha dichiarato di voler tentare la salita a vista della Salathè e nei prossimi mesi potremo probabilmente avere una conferma della grandezza della salita che Hirayama effettuò allora.

Questo però non è l’unico punto di contatto con l’attualità delle ultime settimane.

Dopo la Salathè, Yuji continua a ricercare stimoli nuovi sulle pareti californiane e in questo viaggio scopre anche la sfida della velocità. Sul Nose, in compagnia dello specialista Hans Florine, effettua un’altra salita record, 2 ore 48 minuti 55 secondi, anche se per Yuji “...credo che sia possibile arrivare sotto le due ore. Qualcuno, prima o poi ce la farà”. Infatti qualcuno ce l’ha fatta! Sappiamo tutti che solo poche settimane fa Alex Honnold e Tommy Caldwell hanno infranto il muro delle due ore, scrivendo un’altra pagina di storia dell’arrampicata in Yosemite.

Alla luce di tutto questo, possiamo comprendere quanto Yuji Hirayama, quasi sconosciuto alla massa attuale degli arrampicatori, sia stato un personaggio fondamentale nella storia dell’arrampicata mondiale, non solo per i risultati raggiunti e ancora così attuali, ma per quella crescita umana e personale che hanno caratterizzato il suo cammino, in cui la ricerca della difficoltà, della competizione e del limite sono stati trasformati in obiettivi ben più elevati che la sola vittoria. Yuji l’ha fatto a suo modo, con quella caparbietà ed ostinazione in cui sicuramente la sua origine giapponese ha giocato un ruolo.

 “Se c'è una cosa di cui sono fiero è la mia determinazione, La mia capacità di trovare un obiettivo è di lavorare per raggiungerlo, per conquistare l'impossibile.”

Potremmo dire molto altro della carriera di Yuji, soddisfando la curiosità di chi pensa solo a numeri e gradi. Bene: sappiate che Hirayama alla fine la coppa del mondo la vinse due volte, nelle 1998 e nel 2000, diventando il primo asiatico a raggiungere tale obiettivo. Nel 2000 inoltre il suo percorso agonistico l’ha visto duellare con qualcuno che conosciamo bene, il nostro campione Cristian Brenna. Nel 2004, Yuji è stato il primo a salire l’8c a vista (White Zombie a Baltzola); l’anno prima ha proposto il primo 9a+ con Flat Mountain; ha raggiunto difficoltà di 8B+ boulder; ha effettuato la prima ripetizione di El Nino su El Cap…Grandissimi risultati come inevitabile conseguenza del profondo viaggio umano che abbiamo descritto sopra e che, agli occhi di molti, spesso è ben celato dietro la sterilità di un numero.

Quindi, per concludere questo viaggio nella storia di arrampicatore di Yuji Hirayama, ancora una volta riportiamo le sue parole, per comprendere quale ruolo possa giocare l’arrampicata nel dare senso ad un’intera vita.

“(…) L'arrampicata non mi ha ancora stancato. ogni volta che ne scopro un nuovo elemento, mi affascina sempre di più (...) cerco solo di migliorare continuamente, di trovare sempre una sfida nuova (...) ma in realtà spero solo di riuscire a esprimere sempre qualcosa di nuovo, anche su terreni sconosciuti. Di trovare passi nuovi... di continuare a danzare”

 

Alberto Albertaccia Milani

 

Tutte le citazioni e le immagini sono tratte dal libro “Yuji The Climber” di Osamu Haneda Ed. Versante Sud.

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