I luoghi mitici dell’arrampicata: Le gole del Verdon

Una breve storia di uno dei luoghi più importanti per la nascita dell’arrampicata moderna.

07 gennaio 2019
“Ripetere una grande via del Verdon non è solo un puro esercizio di stile, ma significa respirare un’atmosfera, impregnarsi del profumo di ignoto, penetrare poco a poco nel mito.” B. Vaucher

 

Nei primi anni ’90, per quanto l’arrampicata sportiva avesse già conosciuto un primo boom mediatico, il mondo verticale era ancora piccolo e si addensava attorno a quelle che erano le terre promesse dell’arrampicata di allora: Finale, Buoux, Frankenjura, Calanques… passando per il calcare perfetto delle aeree ed esposte parete delle gole del Verdon! Le gole erano uno dei luoghi più visitati e per gli arrampicatori una in particolare era la parola chiave che tutti conoscevano: “Les Specialistes”!

Tuttavia, dopo decenni di celebrità, sono bastati pochi anni e con l’arrivo del nuovo millennio il Verdon è passato in secondo piano, trascurato se non addirittura dimenticato. Basti pensare che in questo sterminato universo di calcare si è iniziato a sentir parlare di vie di grado 9 solamente a partire dal 2010 mentre solo nel settembre dello scorso anno è arrivato il primo 9a+ della zona, ad opera di Seb Bouin con La Cotè d’Usure nel settore de La Ramirole, dove si concentrano i tiri più duri.

Per questo motivo è particolarmente interessante leggere “Quei pazzi del Verdon” di Bernard Vaucher (Ed. Versante Sud), per ripercorrere la storia di uno dei luoghi storici in cui l’arrampicata moderna è nata e da cui sono passati tutti i climber mitici che l’hanno scritta.

La storia del Verdon nasce nel dopoguerra, ma è inevitabilmente negli anni 60 e 70 che esplode diventando una vera e propria Yosemite europea, in cui l’arrampicata inizia a delinearsi come un qualcosa di diverso dall’alpinismo.

“Sicuramente il Verdon richiedeva un nuovo spirito, unito alle pazzie tipiche della giovinezza (…) richiede un approccio diverso, completamente nuovo, cioè scendere al fondo di una gola per poi risalire su un pianoro. Questo approccio, nei due sensi del termine, è contrario alla tradizione alpina che prevale in quel periodo“.

Chissà cosa avrebbe detto Gian Piero Motti di questa descrizione di Vaucher, che perfettamente descrive il concetto dell’”Altopiano” in contrapposizione alla “Vetta” predicato dal Nuovo Mattino.

Proprio alla fine degli anni sessanta personaggi come Patrick Cordier, Francois Guillot, Claude Cassin e Guy Heran iniziano a creare nuovi capolavori sulle grandi pareti delle gole. È in questo periodi che nascono i classici de La Demande, L’Offre, Luna Bong e Ula, quest’ultima ad opera della pittoresca banda degli Excurs. Nel contesto di rivoluzione del mondo arrampicatorio, tutta la Francia scopre il Verdon e le due brigate dei marsigliesi e dei parigini iniziano la loro competizione nell’apertura di vie sempre più innovative. Siamo in quella che Vaucher chiama “l’epoca dei fienili”, rifugi e quartier generali delle bande di arrampicatori: “Prima di una grande via, tutta la fauna degli scalatori allestiva un bivacco nel fieno, dove ognuno trovava un angolino per sistemare il sacco a pelo (…). È proprio nei fienili, oppure al bar, che ci scambiavamo le dritte (…) Le guide non esistevano ancora, tranne quelle fatte a mano, sull’angolo di un tavolo di una trattoria o sul cofano di una vecchia Renault 4.”

Sempre in questo periodo iniziano a nascere le “semi-vie”, che diventeranno la vera particolarità del Verdon e il vero punto di rottura con la tradizione alpinistica: invece di scendere sul fondo delle gole e affrontare lunghi ed avventurosi avvicinamenti alle pareti (spesso trovandosi anche a dover scalare su fasce di roccia poco soddisfacente), molti arrampicatori iniziarono a calarsi in doppia direttamente dall’alto, portandosi a metà parete o dove meglio preferivano per affrontare solo la parte più di interessante delle falesie. Questa pratica divenne ancora più diffusa con la costruzione della Route des Cretes ed tuttora ciò che si fa. Si parcheggia la macchina, si scavalca il parapetto e si inizia il viaggio nel vuoto delle gole!

Nella competizione verticale del Verdon è un parigino, Jean-Claude Droyer, a far parlare spesso di sé, anche per un approccio etico allora molto discusso e mai come ora attuale. Droyer è un forte e controverso arrampicatore che diviene il protagonista di numerose leggende e che predica un rigido codice etico volto al rispetto della roccia, al fine di preservarla negli anni. Per lui l’attrezzattura deve essere solo removibile oppure del tutto minima là dove i nut non possono essere utilizzati, arrivando al limite solo ed esclusivimante con i propri mezzi. Tutto per evitare di riempire di ferraglia le meravigliose pareti delle gole. In questa visione Droyer non è che la versione francese di ciò che Messner sostiene negli stessi anni in Italia, parlando dell’”assassinio dell’impossibile”. Allora però il carattere scontroso di Droyer e la coscienza etica ancora poco matura di altri arrampicatori portano ad aperti scontri: la banda del sud di Bernard Gorgeon ripete la sua via Le triomphe d’Eros per imbrattarla con scritte umoristiche, bolli per segnare il “sentiero”, fissando addirittura un cavo d’acciaio su un traverso e deturpandola completamente. Come reazione Droyer cementa una fessura fondamentale per proteggersi nella parte finale della via…

Un episodio che dà un’idea del livello dei contrasti che a metà degli anni settanta animano i climber del Verdon e che dimostra come, tra regole, infrazioni e visioni individuali, l’arrampicata fosse ancora alla ricerca di una personalità ben definita: “L’arrampicata non è ancora diventata un fenomeno di moda, un prodotto della società dei consumi (…) all’epoca quella comunità è indipendente, passa inosservata ed è ferocemente individualista. Questo non le impedisce di vivere un percorso tortuoso, a metà strada tra l’espressione pura di libertà e indipendenza e la severità di regole austere sostenute dalle èlite.” Lo stesso Vaucher, analizzando questo periodo, evidenzia come “(…) Finita la fase di esplorazione e scalate le linee naturali, spetta a una nuova generazione risolvere gli altri problemi. Da allora, l’eterno movimento della storia è caratterizzato dalla questione dei mezzi, cioè del “come” (…)”

La nuova generazione è inizialmente rappresentata da personaggi come il mistico ed idealista Christian Guyomar, da Patrick Bestagno o dal cosiddetto Pschitt, autore di una via destinata a diventare forse la più iconica delle gole: Pichenibule, via dedicata…alla pecora di un amico!

Tuttavia, a rivoluzionare l’arrampicata nel Verdon non sono dei francesi, bensì due inglesi che “hanno fatto in modo che gli scalatori francesi si rendessero conto delle potenzialità del sito”. Nell’autunno del 1977 arrivano in Verdon Ron Fawcett e Pete Livesey! I due mostrano ai francesi cosa sia l’arrampicata libera, liberando appunto una grande quantità di vie, tra le quali Pichenibule, ad eccezione del bombè finale. Proprio il bombè di Pichenibule è il simbolo della nascita dell’arrampicata moderna nelle gole del Verdon ed è grazie a lei che entreranno in scena alcuni dei personaggi più significativi nella storia dell’arrampicata!

Manolo la tenterà a vista, affrontando un mega volo da sessanta metri nel tentativo, Wolfgang Gullich la proverà senza successo ma dimostrando che è possibile, mentre qualche anno dopo Catherine Destivelle ne effettuerà la prima salita femminile in libera. Nel 1981, la prima libera integrale di Pichenibule sembra quella dell’americano John Bachar, ma in realtà, solo poco prima, ci era riuscito un giovane di Nizza, già distintosi per la salita in solitaria di moltissime vie delle gole…

“A partire dal 1979, nel Verdon si diffonde la leggenda di un ragazzo di Nizza che concatena vie in solitaria integrale con tempi sbalorditivi (…) Infine, nella primavera del 1981, il capolavoro: il bombè di Pichenibule viene scalato in libera! Il nome del fenomento di Nizza è Patrick Berhault

A Berhault si affianca Patrick Edlinger, ed insieme i due Patrick costituiranno la cordata da sogno del Verdon, diventando il vero simbolo ed emblema mondiale della neonata arrampicata sportiva su roccia e dimostrando come “…l’arrampicata per dilettanti è morta”. Con loro infatti si delinea il profilo dell’arrampicatore moderno, in completa antitesi con ciò che era prima di allora: “Una perfetta condizione fisica unita a un allenamento draconiano e a una dieta spartana sono gli ingredienti che permettono di tagliare il cordone ombelicale con la scalata edonista.”

“Mutanti, extraterrestri: sono questi i soprannomi di Edlinger e Berhault. C’è davvero stata una mutazione: l’inizio degli anni Ottanta segna la separazione tra l’arrampicata e la montagna, il suo ambiente originario.”

In realtà Pichenibule è l’ultimo successo di Berhault nelle gole, che poi scompare dal Verdon per dedicarsi ad altri progetti. Patrick Edlinger invece rimane il protagonista delle gole e diviene un’incarnazione di quello spirito che ha caratterizzato l’arrampicata fino al boom commerciale e alla massificazione degli ultimi anni. Celebri le sue frasi: “L’arrampicata, più che uno sport, è un modo di vivere…” e “L’arrampicata era un modo di evadere che mi offriva la possibilità di conoscere me stesso senza barare”.

I suoi video “La vie au bout des doigts” e “Operà verticale” lo rendono una star a livello mediatico ma, nonostante questo, Edlinger continua ad essere una rappresentazione di una comunità in cui “…l’arrampicata è fortemente politicizzata, addirittura “ideologizzata”, serve da pretesto per la difesa di un ideale anticonformista, viene percepita come un’autentica sfida al materialismo dilagante (…) la felicità viene vista come uno stato d’animo che consiste nell’adeguarsi senza tregua alla propria passione”

Insieme a lui si stabilisce in Verdon una tribù di climber del tutto squattrinati che vivono di espedienti e anche di piccoli furti, dedicando anima e corpo solo ed esclusivamente all’arrampicata. Il Verdon è ormai una mecca, uno dei luoghi di riferimento. Qui iniziano a farsi valere stelle come i fratelli Antoine e Marc le Menestrel, così come David Chambre e Jean-Baptiste Tribout. Proprio quest’ultimo diviene acerrimo rivale di Edlinger, con il quale i contrasti si inaspriscono in occasione dell’apertura della via che abbiamo menzionato all’inizio, Les Specialistes, simbolo di un’epoca dell’arrampicata sportiva. Les Specialistes viene valutata 8c da Tribout ma subito Edlinger la ripete e la sgrada a 8b+. Ancora i contrasti e le aspre rivalità tra climber animano le gole del Verdon, ma negli anni ottanta e agli inizi dei novanta questo sarà un altro tratto caratteristico dell’arrampicata sportiva e si ripresenterà praticamente ovunque…

A scuotere di nuovo la comunità del Verdon serve però ancora un britannico, così come Fawcett e Livesey alcuni anni prima. A sconvolgere gli arrampicatori francesi, questa volta ci pensa Jerry Moffatt, allora probabilmente il più forte al mondo. Il suo livello impressionante e la salita a vista dell’8a di Papy on sight mancata per un soffio hanno una notevole influenza sugli arrampicatori del tempo.

Da lì in poi l’arrampicata in Verdon inizia gradualmente a perdere attrattiva. Negli anni 90 spetta giusto a Lynn Hill spiccare con la salita a vista della via Mingus, che compie in preparazione all’epocale salita in libera del Nose in Yosemite, ma, oltre a lei, nient’altro di eclatante accade nelle gole, destinate ad uscire dalla luce dei riflettori ed essere trascurate. Come ben descrive Vaucher:

“Per molti anni il Verdon è stato il simbolo della quintessenza dell’arrampicata (…) Per chi ama le gole, affrontare una via difficile richiede una forte motivazione. È come abbracciare una specie di religione (…) Lo scalatore ha più l’aspetto di un crociato in versione hippy che di un dandy. In un certo senso è un monaco soldato dell’arrampicata: ha fede ed è pronto a combattere.”

Non servono molte altre parole per riassumere davvero ciò che il Verdon ha rappresentato nella storia dell’arrampicata e alla luce proprio di quest’ultima citazione sono evidenti le cause dell’oblio a cui è destinata l’arrampicata qui. Il monaco soldato, il crociato hippy dell’arrampicata non esiste più… così come l’arrampicata come difesa di un ideale anticonformista ed un’autentica sfida al materialismo dilagante. Perché l’arrampicata è ora espressione del materialismo dilagante, dell’apparenza e della massa…e non è un caso se il Verdon, così come molti altri luoghi mitici dell’arrampicata, rischiano di sopravvivere solo nei libri di storia.

 

Alberto “Albertaccia” Milani

 

Tutte le immagini e citazioni sono tratte dal libro di Bernard Vaucher – Quei Pazzi del Verdon. Coll. I Rampicanti, Ed. Versante Sud.

 

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