Alessandro Zeni just rock! Barra a dritta verso nuove avventure...

Piccole e grandi rivoluzioni per il forte scalatore di Mezzano

06 febbraio 2019

Freddo, neve e pioggia. Non sempre l’inverno è la stagione perfetta per scalare, non sempre la caccia all’aderenza è possibile e così può capitare che ci si rintani ad allenarsi come forsennati in attesa che la stagione si riprenda. Una cosa normale che succede ai big come ai beginners ma talvolta può capitare che si riparta con qualcosa di nuovo o quanto meno di diverso.

E grossi cambiamenti ci sono anche da Alessandro Zeni che quest’anno ha deciso di cambiare vesti. Nuova collocazione lavorativa, stop alle gare e solo roccia, un nuovo superprogettone in falesie e tante vie da finire di aprire (con stile) e liberare. Insomma, tanta carne sul fuoco. Tra un allenamento e l’altro, Alessandro ci ha cortesemente dedicato qualche minuto per raccontarci cosa si prospetta per lui quest’anno ma anche come affronta al meglio i giorni di stop, lontano dalla roccia, ma utili per prepararsi al meglio.

Allora, prima di tutto ci accennavi qualche grosso cambiamento per la prossima stagione. A cosa ti dedicherai?
Si, ci saranno un po’ di cambiamenti nella mia vita verticale. La Sezione Militare di Alta Montagna del Reparto Attività Sportive, di cui faccio parte, da quest’anno mi ha dato la grande possibilità di passare dal gruppo “arrampicatori” al gruppo “alpinisti”. Per me questa è una meravigliosa opportunità che mi permetterà di dedicarmi al meglio a quella che da sempre è la mia più grande passione: la montagna.

Come mai hai maturato questa decisione?
Diciamo che credo che la vita sia fatta di stagioni e sento che il mondo delle competizioni per me sta diventando un po’ “troppo stretto”. Dedicarsi alle gare richiede un inevitabile sacrificio in termini di tempo e di energie che vanno investiti nella preparazione indoor, tempo che viene sottratto in qualche modo alla scalata su roccia. Assieme all’amico Sky alcuni anni fa abbiamo iniziato ad aprire dal basso alcune nuove vie ma che, a causa del mio impegno per le gare, non siamo mai riusciti a portare a termine.

Un bell’impegno anche psicologico…
Aprire una nuova via con una certa etica porta a un dispendio a livello fisico e mentale davvero grande. Spesso quindi dopo una sola giornata passata in parete ti senti davvero molto stanco e non hai più voglia di toccare prese per qualche giorno, ovviamente questo non si concilia bene con le competizioni. Poi questo tipo di attività riguarda soprattutto i mesi estivi ossia nel pieno della stagione delle gare. Diciamo che sono arrivato a un punto del mio percorso in cui sento la necessità di dedicare maggior tempo a fare qualcosa che sento più mio e che sa davvero ripagare gli sforzi che faccio in allenamento.
Oltre a tutto questo, le gare al giorno d’oggi presentano uno stile di scalata puramente fisico su pareti in forte strapiombo e su grandi volumi, in pratica l’esatto opposto a quello che è il genere di arrampicata che prediligo fatta di equilibri e piccoli appigli.

Qualche rimpianto quindi?
La più bella cosa della scalata credo che sia la libertà che ci può dare. Libertà di espressione e ricerca del percorso che si vuole intraprendere e che possa renderci davvero felici. E’vero, ho sempre preferito la roccia alla plastica anche perché sin da quando ho iniziato è stato il mio principale campo da gioco, le competizioni sono venute solo in seguito. Se c’è qualcosa che posso rimpiangere delle gare sono le belle persone che ho potuto incontrare nel corso degli anni che mi hanno dato stimoli nuovi e con le quali ho stretto belle amicizie.

Capito chiuso per sempre?
Se avrò ancora intenzione di rimettermi in gioco in futuro, nessuno mi nega di farlo e non è una cosa che escludo a priori. Ora sono felice di prendermi una pausa e focalizzarmi su qualcosa per me molto più stimolante. Questa non è una “fine” anzi in realtà lo considero il vero e proprio “inizio”, il momento in cui posso unire le capacità tecniche sviluppate in tutti questi anni di allenamenti con la mia grande passione per la montagna. Penso di poter migliorare ancora e voglio puntare a quella che personalmente ritengo la massima espressione dell’arrampicata ossia cercare di fare salite difficili in montagna. Unire esperienze, capacità tecniche, fisiche e mentali per cercare di spingermi al limite, circondato da panorami mozzafiato e immerso totalmente in avventure nuove e tutte da vivere!

Una questione di “sensazioni” quindi….
Personalmente le gare non mi hanno mai regalato emozioni così intense come l’andare in montagna e quando una gara era finita pensavo subito alla successiva. Più semplicemente sono nato e vivo in montagna, qui nella mia valle non ci sono grandi palestre dove allenarsi per le gare, questo mi ha sempre portato ad avere il naso puntato verso l’alto ed è in quella direzione che da sempre viaggiano i miei sogni.

Veniamo al futuro quindi! Parlaci del prossimo progetto..
Visto il periodo piuttosto freddo il prossimo obiettivo è in falesia, più precisamente a Saint Loup, in Svizzera. Si tratta di una connessione tra due vie simbolo della scalata in placca: “Bain de Sang” il capolavoro di Fred Nicole, con la vicina “Bimba Luna” liberata da suo fratello François. Negli scorsi anni avevo ripetuto abbastanza velocemente entrambe le vie così mi è venuta l’idea di provare a connettere le parti più difficili di questi due tiri mitici ossia la prima parte di “Bain de Sang” con la seconda parte di “Bimba Luna”. La connessione al contrario, quella che unisce le parti “più facili”, era già stata salita da Fred nel 1988 e prende il nome di “Anaïs et le cannabis” ed è gradata 8c.
E’ stato questo che mi ha spinto a pensare: “Perché non provare invece a unire le due parti più difficili?”. In questo modo, andando da destra verso sinistra, il riposo pressoché totale a metà di “Bain de Sang” viene eliminato per ritrovarsi direttamente sul blocco che dà il grado a “Bimba Luna”.

Cosa puoi anticipare sui tentativi che stai facendo?
Ho provato questa connessione a dicembre dello scorso anno e ad essere sincero non ci credevo molto perché pensavo fosse qualcosa di davvero esagerato. I movimenti di connessione erano il vero dilemma e mi chiedevo se ci fossero le prese necessarie per poter realizzare questa salita. Fortunatamente, dopo alcuni tentativi, sono riuscito a passare e ne è risultata una sequenza di movimenti davvero incredibili!
Avere una via di queste difficoltà a tanti chilometri da casa è davvero una bella sfida, ad esempio l’ultima volta le temperature erano troppo alte. Non so se mai riuscirò a salirla ma ce la metterò tutta e spero comunque che se non sarò io qualcun altro prima o poi ci provi perché credo sia un progetto davvero interessante! Dopo il mio primo viaggio posso dire semplicemente che i movimenti ci sono e che la salita è qualcosa di possibile, anche se molto difficile. Essere consapevole di questo mi ha dato uno stimolo pazzesco e non appena sono tornato a casa ho iniziato subito ad allenarmi in vista del prossimo viaggio!

La tua preparazione su cosa si basa in questi freddi mesi invernali?
Ho passato la prima parte dell’inverno a fare blocchi in palestra con il semplice obbiettivo di aumentare il mio livello di forza ed avere una forma tale da sopportare un carico di allenamento adeguato. In seguito, ho iniziato a lavorare in maniera mirata sulle dita con allenamenti al trave, pan gullich e system wall. Solo poi ho cominciato a inserire anche dei circuiti da 25 movimenti per aumentare la forza resistente essenziale per avere quella continuità su piccole prese che richiede il mio prossimo progetto. Le uscite in falesia sono state piuttosto limitate in questo periodo ma assolutamente necessarie per continuare ad avere la giusta motivazione in allenamento. Nella mia pianificazione ho previsto comunque un periodo di scarico di 10 giorni prima di tornare in Svizzera nei quali tornerò a scalare più in falesia.

Sei specialista dell’arrampicata in placca, di “sensazione”, quella che sviluppi in pratica solo scalando su roccia. Hai qualche “trucco” per non perdere la mano, o per meglio dire “il piede” se per caso durante l’inverno hai dei momenti di stop forzato?
Credo che la componente tecnica sia una cosa che si migliora solo con il tempo e che una volta acquisito un certo bagaglio motorio poi basta poco per rispolverarlo, un po’ come andare in bicicletta. Mi è già successo che dopo un infortunio sia dovuto rimanere fermo diversi mesi ma in pochi giorni ho subito ritrovato le sensazioni giuste. La parte più difficile credo sia piuttosto migliorare la propria tecnica e se c’è un “trucco”, se così lo si può chiamare, penso sia quello di continuare a sbattere la testa su un movimento che non si riesce a fare o che risulta al limite cercando di ottimizzare le energie e renderlo proprio.

Vince chi è più “testardo” insomma…
Mi piace molto sentire le sensazioni del mio corpo mentre scalo e una cosa che a me ha aiutato molto a migliorare è stata quella di perfezionarmi anche dove in qualche modo con la forza riuscivo a compensare. Quindi, anche se magari salivo una via a vista, scendevo e con la corda dall’alto riprovavo quei movimenti in cui mi ero sentito in qualche modo fuori equilibrio o anche solo per cercare quella sensazione che mi permetteva di scaricare qualche chilo in più su un determinato appoggio per capire quanto al limite potevo spingere prima che il piede inevitabilmente scivolasse via. Alla fine credo che la scalata in placca sia una soprattutto una questione di calma, equilibrio e tanta dedizione.

La “settimana tipo” di allenamento di Alessandro Zeni su cosa si basa?
Solitamente programmo i miei allenamenti su una base di nove giorni e non sulla settimana. Questo mi permette di fare due giorni di allenamento e uno di riposo. Il primo giorno lo dedico alla forza, con sedute al trave, pan gullich o system wall che poi trasformo al muro facendo dei blocchi. Il secondo giorno lo dedico alla forza resistente tracciandomi dei circuiti di 20/30 movimenti molto intensi.
Ogni 18 giorni di allenamento faccio una settimana di scarico dove continuo a scalare ma a livelli decisamente più bassi per permettere al corpo di assimilare il lavoro fatto nelle settimane precedenti.
Completo il tutto con sedute di streching e nei giorni di riposo faccio a volte anche un po’ di yoga e delle belle camminate in montagna.
Sono comunque molto elastico sui miei allenamenti ed ho imparato negli anni ad ascoltarmi e capire cosa è meglio per me, se un giorno mi sento troppo stanco preferisco riposare per fare un allenamento di maggior qualità il giorno successivo. Ma soprattutto mi piace continuare a cambiare, schede di allenamento troppo rigide non fanno per me.

Al climber che magari nei tre-quattro mesi più freddi dell’anno, non tocca roccia, che suggerimenti daresti per i suoi allenamenti in palestra?
Dipende tutto dal tempo a disposizione e dalla personalità di ognuno. Personalmente dedicare tutto me stesso all’allenamento a secco mi fa calare la motivazione che si riflette poi sulla qualità dell’allenamento oltre ad una perdita di sensibilità sotto l’aspetto tecnico.
Quindi credo sia utile fare sedute a secco ma che poi vengano subito trasformate al pannello con blocchi e circuiti. Ma la cosa che penso sia più importante è quella di avere sempre ben focalizzato un obiettivo preciso che dia la motivazione giusta per continuare un percorso di allenamento.

Grazie Alessandro, in bocca al lupo!

Intervista Stefano Michelin

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