Andrea Gallo, l'incontro per Uomini e Pareti

Online l'intervista al precursone dell'alta difficoltà finalese e non solo...

30 giugno 2017

La salita del giovane talento dell’arrampicata nostrana Pietro Biagini di Ombra ha posto nuovamente la luce dei riflettori su un tiro storico della nostra arrampicata e su uno dei personaggi più importanti della storia di questo sport, chiodatore ed salitore di un numero impressionante di vie di altissima difficoltà per l’epoca nonché pioniere della ricerca di quel po’ di difficoltà in più che allora, parliamo degli anni ’80, era un vero salto nel buio. Parliamo ovviamente di Andrea Gallo.
Ecco una presentazione di questo scalatore rivoluzionario attraverso le parole dell’intervista realizzata per Uomini e Pareti, ed. VersanteSud, da Eric Svab.

Come hai iniziato? Ho iniziato nel 1981 a Gressoney, in Valle d’Aosta, dove passavo le vacanze da ragazzino. Tutti i miei amici arrampicavano, ma io in quel periodo facevo gare di skate-board e non ero interessato alla cosa, poi a forza di andare a vederli sotto le pareti un giorno ho pensato di provare. Mia madre era contenta perché smettevo con lo skate, mi ero infatti rotto un sacco di ossa... però quando ha saputo che iniziavo ad arrampicare per poco non le è venuto un colpo!

Come ti sei allenato, con che metodo? Ho sempre fatto sport a livello agonistico (scherma, sci, skate), per me l’allenamento era una conseguenza naturale del fare sport, inoltre i primi anni che arrampicavo non avevo la macchina per muovermi da Torino e in settimana mi sfinivo di trazioni e trave, poi è arrivato il Palavela dove arrampicavamo sulle prese artificiali, comunque appena ho avuto la macchina con Giovannino Massari arrampicavamo tutti i giorni sui massi, poi la sera trazioni e Palavela.

Quali sono state le vie più dure che hai fatto? Per me la più impegnativa è stata Kendo in Val Nicolò: era lontana da casa e l’ho dovuta provare molto, ma sono sempre stato una testa dura così riuscivo sempre a essere motivato. Altre vie difficili che ho fatto, vie come Hyaena, Ombra o Noi non le ho patite molto: erano vicino a casa, potevo provarle quando volevo, con le condizioni migliori. Penso che fare vie anche molto dure vicino a casa è più facile, diverso è riuscire a farle in giro, magari con condizioni non ottimali.

Cosa mi racconti di vie mitiche come “Ombra”, “Hyaena”, quante ripetizioni hanno? Sono state un momento molto forte della mia vita, in quel periodo vivevo come in una bolla: abitavo a Finale con i miei amici, arrampicavamo tutti i giorni, tutto il giorno e basta. Io ero convinto che sarei potuto salire ovunque e provavo queste vie che erano veramente oltre il mio limite (non avevo ancora salito neanche un 8a) con la certezza che sarei prima o poi salito. Per Hyaena mi allenai anche riproducendo i moviAndrea Gallo intervista di Erik Svab ... oggi posso arrampicare realmente quando ne ho voglia. È una bellissima sensazione... 162 menti, mentre per Ombra scelsi di provare solo la via, niente allenamenti o altro in quel periodo, volevo imparare quei movimenti come si impara un esercizio ginnico, sfruttando tutto quello che si può sfruttare, coordinazione, velocità forza, ecc. Di sicuro se mi fossi allenato a secco ci sarei arrivato prima, ma io volevo salire Ombra come si impara un volteggio e così feci. Conoscevo e conosco ancora oggi ogni movimento o sensazione del mio corpo su quei passaggi. Penso di aver raggiunto su Ombra la sensazione che cercavo e dopo quella via salirne altre, anche più dure mi sarebbe sembrata una ripetizione di qualcosa che già conoscevo. Hyaena ha 5 ripetizioni, Ombra nessuna. Perché così poche? Bisognerebbe chiederlo a chi non ci riesce, leggo di 8c+ in due - tre tentativi e Ombra l’hanno provata tutti ma nessuno la sale, è un po’ ridicolo, forse si è esagerato a super-gradare tante vie di oggi. Credo che sia una domanda alla quale molti risponderebbero che sono vie “specifiche”, io penso solo che dicendo “specifico” oggi si mascherino tante vie “difficili” di qualche anno fa... Comunque tornando alle mie vie, non penso siano poi così terribili, in giro si sono fatte cose di un altro pianeta e arrampicatori come Loskot o lo stesso Gullich con Action Directe lo hanno provato. Quelle sono le vie di riferimento, gli 8c+ o 9a dove tutti i big ci mettono tempo a salirle, non di certo gli 8c+ con 20 salite.

Come hai vissuto le prime gare di arrampicata, perché hai deciso di farle e cosa ne pensi oggi? Dopo aver vissuto certe soddisfazioni ed esperienze sulla roccia (vedi Ombra), dedicarmi alle gare sembrava un challenge altrettanto interessante. Arrampicare, possibilmente bene, in un dato posto ad una data ora davanti al pubblico e confrontandosi con altri climber è stata un’esperienza molto forte. Le gare in tutti gli sport mi sono sempre piaciute per cui ero predisposto mentalmente a quel discorso e partecipai alle prime riunioni con Cassarà per impostare i regolamenti, logico quindi che partecipai anche alle gare, anche perché mi interessava il confronto con gli altri scalatori che sovente sulle vie in falesia non è reale. In gara eravamo tutti lì, il migliore veniva sempre fuori, mi sembrava meno affascinante dell’attività in falesia che per me era ed è qualcosa di molto personale. In gara si poteva fare un agonismo reale, sano. Oggi penso che il mondo delle gare sia molto cambiato, si è creato qualcosa di molto specifico che ha ragione di essere solo per se stesso e ha veramente pochi collegamenti con l’arrampicata su roccia in falesia. Il migliore delle gare di oggi è il migliore in gara e basta, nei primi anni il migliore in gara era solitamente anche il migliore in falesia; questo perché le prime gare erano su roccia ma anche i primi muri cercavano di copiare la roccia e quindi si arrampicava con più tecnica che fisico. Il campione di adesso è un atleta che fa un altro sport rispetto al praticante su roccia, in comune ha solo le scarpette ed è per questo che non fa più sognare, le gare si stanno chiudendo su se stesse.

Come si misura la competizione in arrampicata, se non in gara? Mi sembri un tipo bello competitivo, o no? Di sicuro sono competitivo anche perché senza un confronto non sai realmente quello che vali, comunque non è per me una necessità primaria, ho provato alcune delle più belle sensazioni in arrampicata in periodi in cui non avevo contatti con altri climber e non sapevo neanche su che gradi arrampicavo, così come ho provato delle sensazioni favolose in gara, sapendo che quello che stavo facendo mi avrebbe posto in alto o in basso in una graduatoria.

Cosa mi dici dei grandi vecchi dell’arrampicata sportiva (Edlinger, Berhault), cosa pensi del fatto che alcuni di loro si siano riciclati facendo alpinismo? Di sicuro c’è stato un momento di grandi talenti nei primi anni ‘90: i profili delle vie dure, sia in falesia che in gara non erano ancora così strapiombanti e si poteva vedere ancora “il manico” di chi arrampicava, non solo la preparazione fisica. Non voglio dire che era meglio o più affasciHYAENA Hyaena é stato il culmine della vita di un gruppo (Martino Lang, Betta Belmonte, Andra Gallo) che aveva scelto Finale come residenza e l’Alveare di Monte Sordo come abitazione; un’esperienza totale senza sapere niente di gradi e valutazioni, scalavano e basta. OMBRA Una via che Gallo voleva risolvere senza allenamento, solamente imparandone tutti i particolari con i tentativi, uno stile di forza che gli era particolarmente congeniale. Ripetuta appena nel 2000 da Cristian Brenna. Emila, S.Polo d’Enza COPPA ITALIA 1991 - GM BESANA 163 nante perché sarei patetico, ma io ho vissuto quel periodo e mi ci sento molto legato, così è normale che abbia molta stima dei climber di quegli anni. Il fatto che alcuni si siano riciclati in alpinismo non mi sorprende, vuol dire che si divertono sempre ad arrampicare ed un’attività alpinistica ben si inserisce nella maturazione di un uomo, decresce la prestazione puramente fisica e ci si apre verso situazioni in cui rientra l’esperienza, l’autocontrollo, il morale, l’impegno mentale per più giorni, lo trovo naturale.

Cosa ti piace e cosa non ti piace dell’arrampicata di oggi? Ci sono cose molto belle nell’arrampicata attuale, ma forse sono le stesse che apprezzavo anni fa. Mi piace molto chi porta avanti nuove idee, non solo i numeri, intendo quello che si sta facendo sulle vie lunghe del Capitan, come la Salathé e il Nose. Salirle in libera è fantastico, così come l’apertura “fair” che propongono team come Vigiani & Larcher: l’apertura di “Hotel Supramonte” (Punta Cocuttos, Sardegna, 8b max, 400 m) è un capolavoro, qualcosa di veramente nuovo. In falesia mi dispiace che se prima era la plastica a cercare di copiare la roccia, ora in molte falesie si cerca di copiare le forme della plastica... se questa non è involuzione. Ho cercato in passato attraverso il mio punto di vista di influenzare l’arrampicata a progredire senza scavo di appigli e se guardo alle zone dove arrampico solitamente, come Finale, vedo che non ci sono stati troppi scempi e i frequentatori abituali sono orientati verso l’arrampicata naturale. A differenza di tanti posti che sono stati sacrificati al “nuovo” che di nuovo non ha portato proprio niente. Mi sembra di vedere solo centinaia di vie simili, “omogenee” come si dice adesso, cioè senza passaggi duri. Più o meno la stessa cosa lungo tutta la via, naturalmente completamente segnata con strisce di magnesite per non mancare gli appigli, peraltro evidentissimi. Per me sono solo vie più facili e i difensori di tale pratica molto spesso sono climber di 30 e più anni che finalmente riescono a fare i gradi che sulla roccia vera non hanno mai fatto... Cerco comunque di essere “democratico”, nel senso che ognuno fa quello che vuole sulla roccia, tranne in quelle falesie come Finale dove nessuno lo tollera e soprattutto dove arrampico io...eh eh. Per quanto riguarda la visione dello sport arrampicata in generale, come in tanti altri sport, trovo che l’attuale problema più grave sia il doping che in arrampicata è presente più di quanto si immagini; conosco climber che per fare gli 8a la domenica fanno due cicli di anabolizzanti all’anno, oramai il doping è alla portata di tutti con un costo ridicolo. Altro che prese scavate, qui si parla di gente che non ha rispetto per il proprio fisico e la salute, per cui molte volte parlare di etica e prese scavate mi sembra un po’ ridicolo.

Cosa pensi del boulder? Durante i miei primi anni di arrampicata, quando ancora vivevo a Torino, ho fatto più bouldering che falesia, in Val di Susa c’è una grande tradizione, iniziata da Gian Carlo Grassi e portata avanti da Marco Bernardi e da un gruppo di cui facevo parte anch’io. Penso che il bouldering sia l’essenza dell’arrampicata, è l’unico mezzo che conosco che faccia realmente progredire, soprattutto sulla tecnica e sulla coordinazione. Ricordo alcune idee di Marco sui lanci, i “dead point” e tante altre cose, qualità che difficilmente sviluppi sui tiri. Penso che se abitassi vicino a posti come Fontainebleau arrampicherei solo sui massi. Il fatto che oggi sia di moda mi fa molto piacere, anche se vedo alcune esagerazioni, tipo le partenze da seduto o sdraiato, oppure le eliminanti, io preferisco ancora i veri “boulder problem”, passaggi con una linea, un carattere proprio, magari anche alti. Nel complesso comunque mi piace molto il ritorno del bouldering, penso che il concetto di “problema” non potrà che giovare all’arrampicata in falesia, basterà pensare alle vie come dei grandi massi, rivalutare il fatto che una via possa anche essere non liberata per anni, o capire il fascino di una sezione di roccia che non verrà mai scalata. Penso che farà crescere nuovamente il rispetto per la roccia e per la pratica stessa dell’arrampicata. Oggi troppo spesso la roccia è considerata un bene privato dal chiodatore: chi primo arriva scava a sua immagine (sovente orrenda) e somiglianza, compiendo un atto poco rispettoso verso la comunità dei climber e la natura, modificando per sempre un bene che è di tutti. La pratica dell’arrampicata dovrebbe essere basata sul rispetto della roccia per mantenersi affascinante: se togliamo la possibilità di non riuscire a salire una roccia togliamo il gusto all’arrampicata.

Che ne pensi dei giovani leoni: Sharma, Houlding, Loskot? I tre che hai nominato sono ognuno nella loro specialità dei fuoriclasse, di quelli che ne nascono uno ogni 20 anni, Se dovessi trovare le loro maggiori qualità direi Sharma per il carisma e l’apertura mentale, è un mito in America, si pone nella scia di leggende come John Bachar, Ron Kauk, Lynn Hill. Houlding è il nuovo astro nascente della tradizione britannica che valuta ancora molto i climber per il coraggio, quello che ha fatto in Inghilterra sul gritstone è ai confini della follia. Ma visto che riesce anche a trasportare questo tipo di arrampicata sul Capitan penso che ci sia molto da imparare dall’etica anglosassone del “real climbing”. Klem Loskot l’ho conosciuto solo al telefono, penso che sia l’incarnazione della potenza e della gioia di arrampicare, ha un livello allucinante. La via che ha liberato a Finale (Urka o Catmaker 8b+) è da vedere e provare, la consiglio a chi pensa che scavare sia un’evoluzione; è “solo” 8b+ ma non so come mai nessuno la ripete...chapeau a Klem.

Cosa pensi invece del dry-tooling che hai avuto modo di seguire girando con Bubu? Ero molto curioso di vedere cos’era questo dry-tooling e viaggiando con Bubu mi sono fatto un’idea abbastanza precisa. Penso sia una specialità molto interessante, non tanto sui monotiri che sembrano attrarre ora la maggior attenzione, ma per quello che si potrà fare trasportando questa tecnica sulle grandi pareti, passando in posti dove nessuno è passato con altre tecniche. Penso a grandi pareti di roccia non buona per l’arrampicata d’estate, che d’inverno gelano e sulle quali sarebbe laborioso e lungo salire in artificiale, lì il dry tooling potrebbe dire qualcosa di nuovo per l’alpinismo, anche se in un certo senso a livelli minori è sempre esistito. I monotiri sono il laboratorio di questa disciplina, ogni inverno vengono spostati i limiti di difficoltà, vengono battuti i record, viene migliorato il materiale. C’è ancora molta confusione, perché nella stessa disciplina è ora racchiuso di tutto: dalle vie protette a spit a prova di bomba a quelle mortali con protezioni naturali. Forse la valutazione delle vie dovrebbe contenere anche una indicazione del fattore di rischio: esistono infatti degli M10 che può provare chiunque e altri dove bisogna pensarci bene prima di attaccare. Un altro rischio che vedo legato a questa pratica è quello di sconfinare troppo... sulla roccia, salendo vie interamente di roccia con le picche! Il dry-tooling deve rimanere un mezzo, non il fine.

Cosa fai oggi, qual è il tuo lavoro? Faccio il fotografo, l’editore di guide e sono socio del negozio di arrampicata Rockstore a Finale, ma vorrei dedicare più tempo a fare belle foto. Per belle foto intendo immagini che soddisfino me innanzitutto, il lato commerciale mi interessa poco, certo che se le due cose coincidono è una bella soddisfazione. Fotografo solo attività sportive che pratico, il più delle volte assieme ai miei amici, cioè sci, snowboard, arrampicata, mountain bike, surf da onda. In questo momento sono molto interessato a documentare le varie specialità del mondo della montagna, vorrei con una foto raccontare delle storie, ma non sono ancora molto concentrato su questo per riuscirci, forse un giorno...

Che ambizioni hai oggi? In arrampicata le mie ambizioni sono molto variate, un tempo cercavo l’appiglio più piccolo che esisteva, adesso quello più bello, mi piace arrampicare e basta, sovente sul facile. Per tornare su vie difficili devo essere fortemente motivato dalla linea, dalla bellezza della via, ancora meglio se l’ho chiodata io. Aprire vie è una “conditio sine qua non” del mio arrampicare. Oggi più che arrampicare forte mi piacerebbe arrampicare bene. In generale le mie ambizioni sono legate anche ad altre attività sportive: l’inverno scio molto ma solo fuori pista (sci e snowboard). Ogni tanto mi piace fare discese ripide, così qualche sogno sono riuscito a realizzarlo, come la discesa del canalone Marinelli sulla Est del Rosa, niente di estremo, ma per me è stato un bel momento e spero che ce ne siano ancora degli altri così. Poi sto imparando a fare surf da onda, lo sport più difficile che ho mai provato: c’è bisogno di molta tecnica, si gioca tutto in frazioni di secondo e come per la neve fresca c’è lo studio delle condizioni, devi aspettare il giorno giusto, è molto bello e completo ed anche molto personale.

Con quali motivazioni arrampichi oggi, provi le vie o arrampichi a vista? Dopo 20 anni di arrampicata, durante molti dei quali arrampicare era anche il mio lavoro, oggi posso arrampicare realmente quando ne ho voglia. È una bellissima sensazione perché arrampicare è una delle cose a cui più tengo, ma nello stesso tempo ne potrei anche fare a meno, quindi quando arrampico è sempre un piacere, non devo allenarmi per forza o per qualcosa. Ci sono periodi in cui arrampico tutti i giorni e altri in cui non arrampico per niente. Adoro arrampicare a vista, ma scalando sovente a Finale mi è difficile, i tiri lavorati oggi mi interessano di meno, è un settore che penso di aver esplorato in profondità a livello di sensazioni.

Quando vai nelle tue falesie a Finale cosa provi quando magari vedi qualcuno che prova le tue vie dure? Mi fa piacere vedere climber che si motivano, magari per dei mesi per provare uno di questi tiri, ma non li sento assolutamente come una mia proprietà, come il mio monumento o manifesto. Sono sempre molto contento quando qualcuno riesce a farli, anche se difficilmente si provano le medesime soddisfazioni. Ognuno ha un suo percorso, una sua storia, io su quei tiri ho avuto la mia ed hanno significato qualcosa di molto personale, non è detto che per un altro vogliano dire qualcosa di importante; i tempi sono cambiati, ed anche il livello. Mi sento a volte più vicino un amatore che prova un tiro per parecchio tempo, come è stato il caso per Hyaena, ripetuta da due local, piuttosto che un top che lo fa molto in fretta. Di sicuro per il primo questo tiro significherà qualcosa di forte come è stato per me.

Viaggi ancora per arrampicare? Mi piace molto viaggiare per arrampicare ma preferisco mete sconosciute come può essere stata la Cina, la Tailandia o la Grecia, anche perché mi piace aprire delle vie nei posti che visito. Negli ultimi anni arrampico prevalentemente a Finale o in Sardegna, per me la Sardegna è il più bel posto del mondo e mi basta. Ogni volta è nuova, è ancora tutto da fare.

Quali sono i tuoi rapporti con gli altri big della zona nord occidentale? Ho arrampicato un po’ con tutti e come in tutti gli ambienti ci sono le persone con cui ti trovi meglio, io sono rimasto molto legato a Giova Massari e a Marzio Nardi; Gianni Duregato, arrampica fortissimo, meglio di tanti professionisti ed è di una modestia unica, recentemente ho visto Cristian Core sui massi, mi sembrava un marziano, ha un livello incredibile.

In un Punto Rosso (rivista di arrampicata sportiva non più pubblicata) di ormai dieci anni fa faceste un articolo in cui erano messe fortemente in dubbio le salite americane di Manolo (Salathé) e altre in Italia. Perché quell’attacco a Manolo e su quali basi? In quegli anni io curavo la rubrica Punto Rosso su Alp, poi sono stato nella redazione della rivista Punto Rosso. Ho sempre cercato di ispirarmi a rubriche di cronaca come erano quelle leggendarie della rivista inglese Mountain. Cronache precise, rigorose, dove esisteva anche la possibilità di analisi e a volte di critica degli exploit, sempre però basata su riscontri oggettivi. Ma questo non è stato ben recepito e mi sono fatto più nemici che amici in quel periodo. In Italia vigeva e vige una specie di tacito accordo tra i top climber: per esempio negli anni ‘90 se svalutavi il tiro di un altro eri in bastardo, era una cosa da non fare. Io alla fine ero sempre un bastardo perché ero quello che firmava le pagine, ma se certi tiri erano sovragradati non era mica colpa mia! Io volevo solo creare un clima di sportività sana che presuppone, dal momento che ti metti in pubblico inviando le notizie ad una rivista, anche la possibilità di essere messo in discussione. Altrimenti le cronache sulle riviste, come accade spesso oggi, si riempiono di falsi exploit e falsi miti. Nel caso specifico di Manolo, da parte mia non era di sicuro un attacco personale, era stato molto impreciso sui tempi di percorrenza sul Capitan come ci confermarono i suoi compagni, così come sullo stile di salita di alcune vie. Se una rivista pubblica tutto, perde credibilità, il lavoro di Manolo in quegli anni era quello di arrampicare bene e di sicuro lo faceva, per noi del Punto Rosso era quello di essere precisi e credibili. Non penso siano rimasti problemi personali con Manolo, ci siamo incontrati qualche volta in Sardegna, abbiamo parlato a lungo delle passioni che abbiamo in comune, sci e bici, per me resta un grande, a metà tra l’artista e lo sportivo.

Da questa contrapposizione Gallo - Manolo si potrebbe partire per fare un’analisi dell’arrampicata negli anni ‘80 con la scuola Piemontese/Finalese contrapposta alla scuola di Arco? La differenza sostanziale tra il gruppo di Arco e quello piemontese è che loro prima di divenire arrampicatori sportivi erano stati fortissimi dolomitisti, quindi le prime vie di Arco, Totoga, ecc. portavano dentro il marchio dell’arrampicata difficile ma anche mentale e preferibilmente su muri verticali. Quando arrampicavi alla Swing Area partivi per i tiri con lo stomaco chiuso come se dovessi passare sotto il seracco della Poire in Bianco. Noi a Torino avevamo avuto l’influenza di Marco Bernardi che dopo il suo periodo alpinistico è stato realmente il primo arrampicatore sportivo in Italia, con tanto di allenamenti specifici e via dicendo. La nostra impostazione mentale era inevitabilmente più rivolta ad una pratica decisamente sportiva che in seguito non poteva che sfociare nelle gare, via che del gruppo di Arco intraprese regolarmente e con successo solo Luisa Jovane.

Che ne pensi dei dubbi in alpinismo (Sud del Lhotse, prima salita di Maestri al Cerro Torre, ecc.) e in arrampicata (Akira 9b), visto che qualcuno ha dubitato di qualche tua salita, fra cui “Ombra”? I dubbi in alpinismo sono sempre esistiti ed esisteranno sempre, ma significativo è che ad alimentarli siano sempre personaggi dubbi in cerca di pubblicità, non certo alpinisti al top. Quando ci sono dei riscontri oggettivi trovo giusto che possano nascere dei dubbi, anzi il ruolo delle riviste sarebbe anche quello di esternare questi dubbi in caso di riscontro, ma spesso nessuno vuole esporsi e i dubbi restano a livello di passaparola e questo è veramente stupido. Prendiamo il caso di Akira, solo perché il suo salitore Fred Rouhling non è mai stato del giro “giusto” dei top francesi, le sue vie sono state messe in discussione, solo perché non faceva parte di un clan. Ci sono voluti anni perché lo si riabilitasse, Hirayama invece di dubitare ha avuto il coraggio di verificare di persona, è andato ad arrampicarci insieme sulle sue vie sino al 9a e ora parla di un fortissimo, di difficoltà di un altro pianeta, ma fino a ieri era per tanti un contaballe. Per il Lhotse è uguale, chi ha delle prove reali che Cesen non ha fatto la parete? Nessuno, quindi nessuno può mettere in dubbio niente, se no mettiamo in dubbio tutta la storia dell’alpinismo. Di sicuro lui è stato imprudente a mostrare delle foto di un amico come se fossero sue, ma quelli che lo conoscono, assicurano che in quel periodo Tomo era ad un livello incredibile, che era l’unico in grado di fare quella parete, per cui c’è sicuramente da credergli. Anche per Maestri, cercando sulla parete del Torre, nessuno ha ancora trovato una risposta, di sicuro con la “via del compressore” a mio avviso ha fatto una delle cose più belle della storia dell’alpinismo, tornando su come voleva lui e fregandosene di ogni etica! Per questo è stato crocifisso, ma da gente che stava in salotto, Penso che se abitassi vicino a posti come Fontainebleau arrampicherei solo sui massi 169 chi ha ripetuto la sua via ha una stima enorme di quello che ha fatto. Per quanto mi riguarda, il fatto che qualcuno metta in dubbio Ombra mi fa piacere, vuol dire che è abbastanza difficile, se fosse facile non susciterebbe queste invidie. Cosa posso dire? Non mi viene in mente niente, io le vie le facevo sotto gli occhi di tutti, basterebbe chiedere alle persone che mi hanno visto farla... Non capisco perché questa storia sia venuta fuori dopo tanti anni, quando l’avevo fatta nessuno aveva avuto dubbi, ma il fatto che a tirarla fuori siano stati climber che non sono riusciti a ripeterla mi sembra che la dica lunga... Ripeto che a mio avviso questa via non è niente di speciale in termini di difficoltà, è una via di 14 anni fa ed in confronto al livello attuale è un sentiero! Se qualcuno ha difficoltà a ripeterla e riesce solo ad inventarsi storie è meglio che smetta di farsi fotografare sulle riviste. (Nel frattempo Brenna ha ripetuto Ombra, confermandola 8b+. N.d.A.)

So che una volta non eravate grandi amici con Rolando Larcher, altro storico personaggio dell’arrampicata sportiva italiana, ora invece collaborate per alcuni progetti, vero? Con Rolando a metà anni ‘80 abbiamo avuto degli scontri furibondi per le prime vie da lui scavate in Valle del Sarca e alle quali io ero contrario. Ma Rolando è stato l’unico in Italia a difendere, dicendolo forte, le sue azioni, non si è mai nascosto dietro le parole, se lui scavava lo diceva e portava anche le motivazioni. Questo l’ho sempre apprezzato anche se la vedevo in modo diverso; altri non hanno mai ammesso di scavare, parlano di prese “migliorate”, alcuni persino di “spazzolate”, che buffoni. Negli anni Rolando ha continuato a seguire la sua strada, facendo sempre cose molto belle, penso sia un vero esempio di passione per l’arrampicata, ha saputo seguire una sua evoluzione, non chiudendosi in un’unica pratica. È un climber che ammiro e sono stato molto contento che lui e Roberto Vigiani mi abbiano invitato a seguirli quando cercavano di liberare “Hotel Supramonte”: vedere e fotografare Rolando che riusciva a fare rotpunkt quel terzo tiro di 8b dopo una lotta titanica è stata una delle situazioni di arrampicata più emozionanti della mia vita... È stato un bel momento per tutti noi e da lì abbiamo continuato con altri progetti ed ogni volta era qualcosa di unico, come la solitaria in Brenta o come la loro nuova via in Marmolada.

Mario Roversi in una recente intervista ha detto che negli anni ‘80 gli arrampicatori della scuola trentina/Arco, in placca erano i migliori al mondo. Poi c’era la scuola torinese parzialmente influenzata da quella francese, dov’erano già allora, per lo strapiombo. Finale era a metà strada. Sei d’accordo? Di sicuro Finale era a metà strada, ma le influenze sono state molteplici, non c’era una vera contrapposizione, anche perché se parliamo di placche penso che abbiamo detto molto anche noi: vie come Bananna Stranna o Radical Chic non sono di certo in strapiombo! A Finale c’è una tradizione di vie in placca che continua ancora oggi, ma di sicuro la vicinanza con la Loubiere e gli strapiombi di Berhault ci hanno influenzato ad aprire anche in strapiombo. In quegli anni io e Giova Massari eravamo molto aperti ed attenti ad ogni diverso stile, non eravamo fermi solo sugli strapiombi o sulle placche; dal 1983 in poi siamo andati a Fontainebleau dove abbiamo arrampicato con Godoffe, poi a Saussois dove abbiamo visto Tribout che già faceva ripetute sul 7c di Chimpanzodrome! Noi provavamo i 7a ed è stato un bello choc, nell’84 in Verdon abbiamo visto Moffat che faceva la prima di Papy on sight (7c+): tentativi rigorosamente dal basso, dopo ogni volo giù a saltoni da spit a spit. Nell’85- 86 ho arrampicato molto con Marco Pedrini e lì ho visto cosa significa non avere o dominare la paura di volare, se calcolava di non andare in terra Marco non passava più gli spit per non stancarsi! Tutte queste esperienze ci hanno avvicinato a mondi nuovi, quando tornavamo avevamo la testa piena di idee, sognavamo ad occhi aperti e molto spesso vivevamo dentro i nostri sogni fatti di rocce, cosa che continuiamo a fare ancora oggi…

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