Sergey Shaferov, dalla fuga da Cernobyl ai 9a

L'incredibile storia del più forte scalatore sportivo di Russia

26 aprile 2017

A poco dalla presentazione del suo video sulla salita di Inkorpi, ecco che proponiamo la storia di Sergey Shaferov narrata su Up Annuario 2015. Come leggerete è una storia davvero unica, pazzesca, che parte da lontano sia nel tempo che nello spazio e con un nome che suscita ricordi terribili, Cernobyl.

"La pioggia cade insistente e sottile, sfocando le case più lontane della Val Màsino. Al riparo sotto il Sasso Minato, che esce verso la strada con i suoi strapiombi scavati, mi sembra quasi di perdere le parole che mi arrivano alle orecchie mentre davanti mi si aprono immagini e scene sulle quali fantastico. Sono seduto sullo zaino col PC chiuso sulle ginocchia che mi fa da tavolino e quella che era partita come un’intervista si è trasformata in qualcosa di più, in un’esperienza forse. Una vita simile, narrata sterilmente attraverso domande e risposte, non avrebbe senso. Resto a immaginare ancora un po’ mentre il racconto arriva quasi ai giorni nostri, ai tiri chiusi, alle ultime realizzazioni. Eppure, paradossalmente, sono distratto, ho la mente che vaga lontana, indietro, fino agli anni delle elementari. Perché tutto, in fondo, è partito da là. All’improvviso, un giorno, quando rientravi dalla solita partita di pallone ai giardini, dovevi lavarti bene, più del solito. Non dovevi toccare le piante, non mangiare verdure o bere latte. Dovevi fare attenzione a non bagnarti con la pioggia perché lontano, in URSS, un paese che nel nome aveva qualcosa che mi faceva un po’ paura, era scoppiata una centrale nucleare ed erano uscite delle sostanze che non capivo cosa fossero e che avevano nomi sentiti solo nei film di fantascienza. Radiazioni nucleari.

Nel giro di qualche mese, a scuola, si iniziò a parlare di come l’Italia avesse invitato bambini della nostra stessa età per evitare loro di restare troppo a contatto con le radiazioni. Uno di questi arrivò tempo dopo anche dalle nostre parti, proveniente dalla Bielorussia, ospitato da una famiglia che abitava vicino a Como. «Dal 1994, per qualche mese all’anno, stavo da una famiglia di Rovellasca, vicino a Como. Lì attorno altre famiglie ospitavano bambini come noi; i bambini di Chernobyl, così ci chiamavano, anche se io all’epoca avevo già quattordici anni. Dovevamo stare per un po’ lontani dalle radiazioni per evitare di ammalarci e qui stavamo proprio bene. Ci trovavamo tra di noi perché ancora non avevamo imparato l’italiano. Era un modo per dialogare e per fare qualcosa insieme. Un giorno sono andato a casa di un mio amico e il papà che lo ospitava stava facendo una cosa strana: era appeso con le mani a un’asse tutta sagomata. Gli chiesi cosa stesse facendo e lui mi rispose che si stava allenando per l’arrampicata. Io non sapevo cosa fosse esattamente “l’arrampicata” ma ero curioso e allora gli chiesi di portarci una volta con lui.

Così andammo al Sasso d’Erba e da quel giorno mi sono innamorato di questo sport. Purtroppo però potevo praticarlo solo quando venivo in Italia.» Al Sasso d’Erba avevo un tiro da chiudere e mi chiedevo quale fosse stato il primo tiro di Sergey e come doveva essere allontanarsi dalla povera Bielorussia e trovarsi nel benessere del nostro paese.

Alberto Marazzi: «Forse la frase "l'arrampicata ha salvato una vita" non è esagerata. Quello che ha saputo tirare fuori questo ragazzo è qualcosa di incredibile, di non comune. Un ricordo dei primi anni? Io non ho mai visto una persona scalare a sangue su un pannello, e non lo dico in senso figurato. Prima che si costruisse il suo muro in Bielorussia, poteva scalare solo in Italia e quando veniva da noi era sempre attaccato su e scalava, scalava, scalava, fino all'ultimo minuto in cui restava. Quando era il momento di partire aveva una faccia che non scorderò anche perché tornava in Bielorussia, un paese del quale noi, qui, non sappiamo nulla. Altro che quello che dicono in televisione. Io non so davvero come abbia fatto a diventare quello che è diventato.» «A Gomel, dove vivevo con la mia famiglia, c’era poco, molto poco. I miei genitori, per portare a casa da mangiare, erano costretti a girare all’estero, in Polonia per esempio, vendendo i prodotti che acquistavano in Bielorussia. Stavano via anche una settimana; poi però tornavano portandoci cose da mangiare che da noi non c’erano oppure anche con una radio o un televisore. Non era tanto ma sempre di più di molte altre famiglie. La vita era dura e molto grigia ma penso anche che c’è di peggio in giro.» Portare dall’Italia una passione per l’arrampicata in una realtà come quella della Bielorussia, negli anni 90, è qualcosa piuttosto ai limiti dell’immaginabile. «Sì, quando ho raccontato ai miei quello che facevo e che volevo scalare anch’io e allenarmi mi hanno preso per matto!

Il papà del mio amico che si allenava e che ci portava le prime volte era Alberto Marazzi, una guida alpina. Dopo qualche uscita ci ha portato qui in Val Màsino, dove tra gli altri ho conosciuto anche Simone Pedeferri e Marco Vago. Loro tre, vista quella passione che stava crescendo sempre più, mi hanno aiutato tantissimo. Dalle mie parti Sergey da bambino in Bielorussia p In allenamento a casa p UP /29 non si trovava niente che riguardasse l’arrampicata e così mi preparavano delle scatole che spedivano a Gomel con dentro la magnesite, delle prese e un paio di scarpette. A casa, in cantina, avevo costruito il mio primo muro di arrampicata e lì mi dicevano che ero ancora più matto! Ma mi piaceva, era quello che volevo fare e mi ricordava l’Italia.» Il pensiero corre al mio pannello in garage, realizzato con materiale acquistato tranquillamente vicino casa, e al mio trave, che ha un supporto comodamente fatto costruire da un fabbro. Da lontano, alcuni blocchi vicino al Sasso Remenno fanno da sentinelle silenziose a questa tipica giornata mellica, ossia di pioggia. Sposto lo sguardo le pietre e i sentieri, immaginando Sergey ragazzo e mi sforzo di immaginare i suoi primi pensieri riguardo l’arrampicata.

«Venivamo a scalare qui al Sasso Remenno o nelle altre falesie della zona, in posti che chiodavano gli amici di Alberto o che magari conosceva solo lui e pochi altri. Qui ho visto negli anni anche come si puliscono i blocchi, come si preparano i boulder o come si chioda ed è dove è nata non solo la mia passione per l’arrampicata ma anche la volontà di fare qualcosa per gli altri scalatori. Prima arrampicavo solo per me, poi ho visto che si potevano chiodare delle vie e pulire i boulder anche per far scalare le altre persone e ho trovato questo molto bello e giusto. Così dalle mie parti, appena ho liberato un tiro che ho chiodato, lo diffondo il più possibile sperando che altri lo vadano a ripetere. E questo vale anche per i boulder.» Per chi è cresciuto come scalatore in Valle, falesia e boulder vanno sotto braccio, immagino io, ma sbaglio… «No, non amo particolarmente fare blocchi. Ho fatto tanto boulder tra il 2000 e il 2005 ma più che altro, qui, ho visto e ho imparato come si pulivano i blocchi, come si capiva quali erano interessanti e quali lo erano di meno. Ho visto come si trovava una linea e come la si rendeva possibile da salire per le altre persone. Questa è stata la parte importante del bouldering che mi è stata trasmessa. E poi, come per le chiodature, ho portato questa esperienza dalle mie parti, in Crimea, dove con degli amici abbiamo pulito un’area blocchi interessante.

Ci sono tanti sassi, non belli come questi ma comunque validi, e ci sono dei passaggi fino all’8b. Solo che sono su calcare, non sul bel granito della Val Màsino.» Mi domando come sia la Crimea. Nella mia mente l’ho sempre immaginata come un posto abbastanza desolante e, non so perché, freddo. Sergey, forse intuendo i miei pensieri, non esita a descrivere questi posti che invece assomigliano più ai paesi mediterranei. E difatti…«La Crimea è turistica. È una zona che viene molto visitata in diversi periodi dell’anno. Lì, l’outdoor è molto sentito ma più per le camminate, le ferrate e il canyoning. Abbiamo chiodato e provato a dare sviluppo all’arrampicata ma non abbiamo avuto molto appoggio da chi fa promozione. Ci lasciano fare, ci lasciano bucare la roccia e scalare ma non la vedono come una possibilità di sviluppo turistico e questo è un peccato perché la zona è bellissima e ci sono molti posti dove scalare.» Qualche giorno dopo riceverò da Sergey un suo video girato in Crimea e rimarrò stupito dalla bellezza dei posti che mi hanno ricordato la Spagna. Sergey è forte, gentile e disponibile e nel nostro paese meriterebbe più attenzione. In patria ha questi bellissimi posti dove scalare vicino casa e… «Ma quale vicino a casa! – ride – I posti per scalare fuori per me sono a 700-800 km.

Devo lasciare la famiglia, la casa, mio figlio piccolo e mia moglie ma non ho altre possibilità. Vivo a Mosca ora e lavoro in una palestra di arrampicata come istruttore e per arrampicare devo fare veri e propri viaggi e fermarmi almeno 3-4 giorni per provare i tiri.» Nuovamente il pensiero rimbalza alle “mie” falesie, quelle che frequento e che mi regalano il lusso di tornarci anche dopo pochi giorni se il lavoro me lo permette e questo mi crea l’ennesimo imbarazzo, non verso Sergey, ma verso me stesso, verso quelle comodità e benefici che talvolta si ignorano o forse semplicemente si danno per scontati. «Da vecchio voglio trovare una casa con un fiume vicino per pescare e un posto dove andare a funghi e non mi voglio più muovere!” – ride. “Con i genitori a 700km, le falesie a 800 e i viaggi in giro per il mondo non ne posso più di girare.» Le auto che passano verso San Martino, pochissime in questo venerdì di pioggia, alzano schizzi leggeri. 800 km per provare un tiro, senza altra possibilità. «La prima salita è quella che cerco. Chiodata da me o da altri non importa, quello che conta è lo stimolo che mi dà sapere che di lì non è ancora passato nessuno. In Crimea finora ho liberato vari tiri di 8c e 8c+ ma quelli più importanti sono Fobos, il primo 9a della Crimea (ottobre 2013) e soprattutto New Life, che grado 8c+/9a (settembre 2013) ma che passando dritti per il bombè finale può essere anche molto di più. Quello che conta di questo tiro, chiodato nel 2011, è che l’ho chiamato così in occasione della nascita di mio figlio Simeone.» Sergey è simpatico ma non mi inganna. So che anche qui sul granito della Val Màsino c’è scritto il suo nome.

Qui ha scoperto l’arrampicata, ha conosciuto chi l’ha fatto diventare uno scalatore e qui ha imparato a chiodare e pulire sassi. Dov’è il tuo tiro Sergey? «La Valle dei Sogni è qui! Qui dietro proprio…» Pochi metri più in là salgono due lunghezze. «Questa è Mirò – mi indica facendo dei movimenti verticali con la mano, – chiodata da Daniele Pigoni e liberata da Simone Pedeferri e quella invece è Vibrazioni squilibrate, chiodata da Aldo Rovelli e che avevo liberato io. In mezzo ci abbiamo messo uno spit e si sfrutta la parte bassa della prima e l’uscita della seconda. Dovrebbe essere un 8c+/9a.» Sono passato sotto questi tiri decine di volte, senza conoscerli, senza sapere la loro storia e quella di Shaferov. Le vicende umane di un ragazzo venuto da noi per stare lontano dalle radiazioni e che qui ha trovato di che vivere. Se la passione è un campo da coltivare e il seme è ciò che abbiamo dentro, per vedere i frutti servono il lavoro, la dedizione e l’impegno, al di là delle difficoltà.

È facile dirlo quando si ha tutto comodo, un po’ meno quando vivi dove l’arrampicata non si sa cosa sia, dove le palestre non ci sono, dove i tiri da lavorare sono a centinaia di chilometri di distanza. Là, forse, certe ovvietà non esistono e qui, forse, sono solo nelle menti dei superbi e degli invidiosi. Marco Vago: «Sergey? Erano gli anni 90 e io con gli altri scalavamo già insieme. Un giorno Alberto ci ha presentato questo ragazzo che aveva appena scoperto l’arrampicata e voleva diventare forte; si vedeva che era molto determinato. Anzi no, testardo è la parola esatta! Era un vero crapone; con gli allenamenti, con le diete, era molto fissato. Già l’anno dopo però, era una persona diversa, si vedeva che stava diventando forte. In breve ha iniziato ad allenarsi con la Nazionale Russa e da quando ha perfezionato le preparazioni grazie agli studi di scienze motorie e al fatto che è istruttore di arrampicata, è diventato qualcosa di davvero mostruoso.» Nella pioggia sottile che cade, alle spalle di Sergey arriva una figura massiccia con l’inconfondibile maglia rossa, emblema del Gruppo Ragni di Lecco, è Marco. In tre restiamo un attimo sotto La Valle dei Sogni; io un po’ stordito.

Dopo poco, visto che di scalare ancora non se ne parla, si passa alla seconda passione degli arrampicatori, la birra. Al Bar Monica, Marco e Simone mi sono seduti davanti e insieme si beve qualcosa. «Vodka!», grida Sergey, ma anche qui non mi frega. Quello che gli arriva sa poco di alcol solo a vederlo mentre le nostre schiume non tradiscono. È un vero atleta, lui. Al tavolo si parla sempre e solo di scalate, ognuno a suo modo, ognuno con le sue esperienze. Ho davanti dei monumenti dell’arrampicata ma sento che la distanza tra loro e dei “nessuno” come me e gli amici con i quali sono salito è meno di quello che credevo. Simone e Marco sono un pezzo di storia dell’arrampicata italiana (e non solo); Sergey un ragazzo che da un garage in Bielorussia è diventato uno scalatore al top. Manca solo purtroppo il quarto protagonista di questa storia, quel papà che faceva le trazioni in casa e che ha portato in giro Sergey nelle prime arrampicate, Alberto Marazzi. Sergey, perché sei qui adesso? «Sono qui perché dalla Russia porto le persone in Valle. È un lavoro ma anche una passione, qualcosa che faccio per far conoscere questi posti che mi hanno dato così tanto e che mi hanno fatto conoscere persone stupende. È un modo anche questo per trasmettere.» Risaliti in auto, ripassiamo ancora una volta sotto il Remenno. Butto nuovamente l’occhio a La Valle dei Sogni e ripenso a tutto quello che ha portato Sergey qui e un po’ in fondo a quello che ha portato qui anche me. Alla memoria mi tornano anche le parole di Simone Pedeferri che un anno e mezzo fa mi disse: »C’è questo ragazzo, si chiama Sergey, è forte, molto forte. Dovresti conoscerlo…»

Articolo Stefano Michelin

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