Folle attacco CAI ai chiodatori di Finale Ligure

chiesto che cessi l'apertura di nuove falesie

02 maggio 2018

Ieri ero a Finale Ligure quando, come un macigno, mi hanno colpito gli strilloni dei quotidiani:
Free climbing: invasione a Finale, ore servono regole”, “Assalto selvaggio alle pareti di roccia”. Lì per lì ho pensato ad un'azione dei black bloc, il lancio di un nuovo iPhone o uno sbarco di vichinghi.
Leggo invece che tutto nasce da un comunicato del CAI di Finale Ligure (qui il podcast di Climbing Radio con l'intervista al presidente), e tiro un sospiro di sollievo. Fino a qui tutto nella norma.
Ormai è chiaro che, dalla nascita dell’arrampicata libera, il CAI sta sempre meno dalla parte di chi va in parete. È un’associazione che risente sempre più del mancato ricambio generazionale, dell'età dei suoi membri, che spesso non scalano. Un'associazione che si nota più per i cori alpini e le camminate, ovviamente con debite eccezioni.

Il problema è che la palla è stata presa al balzo dalla stampa locale, che ha enfatizzato i toni costruendone un caso, andando decisamente oltre e mettendo tutti apparentemente d'accordo con il proclama del CAI: Crazy Idea di Finale, Finale Climb, Salewa Store, Sindaci di Finale e Calice, tutti apparentemente in linea con il proclama del Club Alpino.
L’arrampicata a Finale Ligure sta “riducendo/degradando/snaturando ad un anonimo parco di divertimento sportivo” il territorio, quindi il CAI, il WWF, Finale Outdoor Resort “chiedono che cessi l’apertura indiscriminata di nuove vie di arrampicata”. Siamo alla follia.

1- Apertura indiscriminata? Ma perché, oggi i chiodatori attivi a Finale chiodano indiscriminatamente?
Il CAI è a conoscenza del fatto che il percorso progettuale verso la richiodatura delle vecchie vie come precedenza sulle nuove falesie, è già stato digerito dai chiodatori da svariati anni? Il CAI sa che a Finale è stato quasi completato in tre anni l’imponente lavoro di richiodatura della valle di Rian Cornei (a eccezione del Tempio del Vento che è in procinto di essere sistemato)?
Quali sarebbero le regole infrante?
Le nuove aperture sono tutte nel rispetto delle zone di nidificazione e sotto tutela ambientale. Dove sono le chiodature indiscriminate e le falesie abbandonate alle quali si riferisce il comunicato?

2- Prima di questi proclami non sarebbe stato giusto sentire i chiodatori? e magari, in seconda battuta, anche chi da anni finanzia il materiale (chiodatori stessi in primis, poi Rock Store, Versante Sud con il progetto books for Bolts, Outpost e certamente tante altre realtà private)? È stato tentato un dialogo? Nessuno dei chiodatori da me interpellato se ne è accorto.
Un paese che si definisce Capitale Europea dello Sport Outdoor e che lo è diventata sulle spalle del volontariato di pochi privati cittadini e di qualche piccola realtà economica illuminata, così li ringrazia: chiedendo la galera per il loro lavoro “indiscriminato”, volto a “degradare e snaturare il territorio”.
È incredibile, invece di far loro un monumento e accoglierli al banchetto da loro stessi preparato e offerto, invece di far ciò gli si da un calcio per rispedirli in cucina, illudendosi che il banchetto prosegua all’infinito, anche sputando in faccia al cuoco.
A me non risulta che il CAI abbia mai speso un euro per un fix, una catena o un resinato, e se non erro l’amministrazione pubblica ha iniziato a finanziare parte del materiale da solo un paio di mandati, non di più.

3- Il territorio del Finalese è già da tempo un parco di divertimento sportivo, non “anonimo” (e non si capisce perché dovrebbe esserlo), ma unico. Uno dei parchi outdoor più belli e completi che esitano in Europa. Se il sindaco se ne accorge solo ora è un problema, perché significa che non esiste pianificazione economica e ambientale. Se il percorso che ha portato Finale a questo meraviglioso parco giochi è invece voluto, come credo, che il Sindaco prenda posizione e dica al CAI che si sono persi qualche puntata.

4- Infine il problema di sostenibilità ambientale a Finale esiste e come!
Ma non trova origine nel numero di Falesie o di linee di discesa in mountainbike, ma nella cronica insufficienza di infrastrutture per il flusso sportivo che queste pareti e questi sentieri sono in grado di generare.
Una vera Capitale Europea dello Sport Outdoor farebbe dei parcheggi seri (all’alpe Devero, in Ossola, c’è un tre piani sotterraneo, e siamo a 1600m slm), organizzerebbe bus-navetta alle principali e congestionate aree di accesso per evitare ai climber di entrare in attrito con gli abitanti, o di perdere in rabbia da parcheggio quello che si guadagna in una giornata all’aria aperta.
Una vera Capitale Europea dello Sport Outdoor farebbe dei servizi igienici nei punti principali di accesso alle pareti, in modo da permettere a chi scala di far giocare i bambini senza correre il rischio che tornino imbrattati di escrementi, o più semplicemente di non scalare nella puzza cronica, come accade a Boragni o a Monte Sordo quando non piove da più di una settimana.
Una vera Capitale Europea dello Sport Outdoor prima di parlare di controllo e rispetto delle regole dovrebbe mettere le persone nella condizione di poterlo fare.

Alla fine di questa lunga considerazione mi sento quasi in dovere di ringraziare il CAI di Finale per quel proclama un po’ approssimativo che, come ha sostenuto il suo presidente durante l'intervista a Climbing Radio, non voleva essere così aggressivo, come d’altronde spero di non esserlo stato io con questo articolo.
Vorrei ringraziarli innanzitutto perché il problema messo in luce con un po’ di approssimazione porterà altri e ben più consistenti nodi al pettine, e in secondo luogo perché sarà (spero) lo stimolo definitivo a far sì che i chiodatori si associno anche ufficialmente, per guadagnare un peso politico che oggi purtroppo non hanno, ma che assolutamente meritano e devono avere, per il bene di tutti.

Cap

la dichiarazione congiunta CAI, Finale Outdoor Resort, l’ Istituto di Studi Liguri sezione di Finale Ligure, WWF, Liguria Birding:

Il 2018 è un anno importante per l’arrampicata sportiva nel Finalese, sono infatti trascorsi 50 anni dalla prima apertura di vie per il free climbing nel nostro entroterra. Attualmente sono a disposizione degli appassionati di questa affascinante disciplina sportiva oltre 4000 vie .
In un comprensorio, la cui estensione è di circa 3500 ettari, l’ulteriore apertura di nuove vie inevitabilmente renderebbe il free climbing nel Finalese non più in equilibrio con il territorio con conseguenze negative per il prezioso patrimonio naturalistico e storico archeologico presente riducendolo / degradandolo / snaturandolo ad un anonimo parco di divertimenti sportivo .
Il CAI Finale Ligure, Finale Outdoor Resort, l’ Istituto di Studi Liguri sezione di Finale Ligure, WWF sezione di Savona, Liguria Birding chiedono che cessi l’apertura indiscriminata di nuove vie di arrampicata nel Finalese nelle ultime pareti non ancora chiodate e nelle volte delle caverne e grotte al fine di preservare l’integrità delle ultime aree wilderness ancora presenti, e ci si dedichi invece ad una migliore manutenzione e gestione delle vie già esistenti

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