D'Addazio su Arborea dopo 26 anni

Prima ripetizione dal 1996

07 aprile 2021
Andrea D'Addazio è riuscito nella prima ripetizione di Arborea, 8c+.

In un mondo in cui il 9a fa poco rumore, ci sono storie che vanno al di là del grado secco. È il caso di Arborea, una bestia liberata dal World Champion Mauro Calibani rimasta irripetuta per anni. Per scoprirne di più dobbiamo fare un salto indietro, precisamente di 26 anni. Nel 1996, a Roccamorice, Sergio Di Renzo chioda e crea questa via con le regole del tempo, migliorando gli appigli. Non si limita ad essere al passo con i tempi, anzi. Si proietta nel futuro, tanto che solo Mauro Calibani riesce a salirci. Solo il nome bastava (e basta tutt'oggi) ad incutere timore, visti i numerosi insuccessi nella lunga lista dei climber che hanno provato a ripeterla. Nella prima parte di questo 2021, un ventiduenne già avvezzo all'alta difficoltà la fa sua, "conquistando una donna" più grande di lui. Questa è la storia di Andrea e della prima ripetizione di Arborea, 26 anni dopo la prima salita.

Andrea: chi è? Come lo presenteresti ad uno che non lo conosce?

Ho 22 anni e sono super appassionato di arrampicata dall’età di 12 anni, tanto da farne uno stile di vita. Cosa mi piace dell’arrampicata? Semplicemente tutto, dalle emozioni che si provano quando si conquista una via, alla successiva ricerca di un qualcosa in più che metta a dura prova te stesso, sfidando il tuo limite.

Arborea: raccontaci la storia di questa via.

Arborea è una via chiodata da Sergio Di Renzo nel 1996, artefice insieme a pochi altri della nascita della maggior parte dei tiri della falesia di Roccamorice. Salita nello stesso anno da Mauro Calibani, ai tempi una delle vie più dure del centro sud Italia. Chiodata e scavata in perfetto stile dell’epoca, con diverse prese incastonate nella roccia e la maggior parte scavate. Molti sono a ritenere antiestetiche queste vie, ma vi posso garantire che presenta delle sequenze di movimenti unici, futuristici per quei tempi. Per un lungo periodo è rimasta lì, sola tra le tante vie vicine, ad aspettare che qualcuno la ripetesse. Durante gli ultimi anni è stata provata da diverse persone, ma senza successo. Infatti sin da quando iniziai a frequentare questa falesia sentivo parlare continuamente di questa via irripetuta, che mi incuteva un senso di mistero già nel sentirla pronunciare.

Portaci sulla via con te. Raccontaci prima come è tecnicamente e poi il lato emotivo della salita.

La via si trova nel settore Pancia d’elefante, il settore storico della falesia. Arrivati alla base del settore, si può intravedere questo paretone semistrapiombante con una linea centrale, liscia e alta circa 23 metri: è proprio lei, Arborea. Presenta dei movimenti duri e tecnici dall’inizio alla fine, estremamente estetici e brutali da scalare, dove la sensibilità e l’utilizzo dei piedi sono presupposti fondamentali per salirla. Il passo duro più particolare è sicuramente quello a metà, famoso per avere un sasso incastonato molto strano da prendere e soprattutto da “sentire”. Riuscire a concatenare tutti i passi fino in catena è stata dura, perché puoi cadere in ogni momento. Non c’è tratto in cui puoi rilassarti o scacciare via i pensieri, tutto d’un fiato ti ritrovi ad affrontare in continuità il duro chiave finale con dei piedi super precari. Trovare le condizioni giuste per provarla è stato difficile specialmente in questo settore…perché se fa caldo o è umido le prese non si tengono; se è freddo non si hai più sensibilità e man mano che si sale non si “sente” più nulla. Queste precarietà sono state molto stressanti da sopportare psicologicamente.

Dal punto di vista emotivo è stato un vero e proprio viaggio immerso tra mille emozioni ed esperienze vissute. Alla fine di tutto “mi” ha fatto capire che l’ossessione, la voglia di fare a tutti i costi qualcosa, il dare troppa importanza a ciò che si vuole raggiungere, non sono la vera chiave di tutto. Per cui sono stato “costretto” a cambiare il mio approccio verso la scalata e la vita in generale, dandogli un peso in un certo senso più soft, più menefreghista… Sembra un paradosso ma per me è stato cosi. Una sensazione molto strana e profonda da spiegare, perché è come se avessi dovuto resettarmi e prenderla totalmente con un’altra filosofia. Questa è stata la vera vittoria per me. Un’altra cosa che non dimenticherò mai sono le giornate passate insieme agli amici, che mi hanno fortemente supportato e sopportato (ride) in questo percorso. Insomma… Con questa via è stato amore e odio allo stesso tempo, ma mi ha insegnato veramente tanto ed è per questo voglio “ringraziarla”.

Fonte e cortesia foto Andrea D'Addazio

AP

 

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