Gli Oronnauti - Parte I

Coltivatori di malinconia

19 maggio 2020

Il quinto numero di UP CLIMBING venne dedicato interamente a quel paradiso selvaggio che è la Sardegna. Un numero che ebbe grande successo e nel quale era presente anche un articolo di Pietro Dal Prà, attraverso il quale raccontava la sua Sardegna.

Ora riproponiamo il racconto di quegli anni e di quella Sardegna, in una versione più affascinante e intima che mai.

Parte I

A fine anni 90 ero un climber che ci teneva alla difficoltà e il mio primo viaggio in Sardegna fu… particolare, in un gruppo di zingari molto eterogeneo e ben assortito.

Ero con Lynn Hill e partimmo a fine novembre in quattro furgoni, con Andrea Gobetti, Icaro, Mauro Girardi, Paolino Tassi, Lorenzo Nadali, la Lucy e un amico di Cortina. Quando ci ritrovammo tutti appollaiati sulla cima dell’Agulia feci uno sforzo per rimanere l’unico sano e calarli tutti, prima di ritrovarli in spiaggia. In quel viaggio comiciai ad annusare un po' di Barbagia ed Ogliastra. Visitai Gorropu, dove vidi i primi spit di Hotel Supramonte, restando incantato dalla parete e dal luogo. Così ci tornai un anno per fare in libera Hotel. Il giorno dopo averla salita, andai a camminare a Donanigòro, un altopiano sopra alla sponda opposta delle gole. Già stavo respirando la magia dei posti, e lì mi innamorai definitivamente di quella Sardegna.

Non mi catturò il lato sportivo dell'arrampicata, ma quel mix di ingaggio ed esplorazione di luoghi così assurdamente belli, in una cornice, quella sarda, che non ha uguali. Venivo dalle Dolomiti, ero un arrampicatore e un alpinista dallo spirito piuttosto romantico, e nelle mie montagne vivevo un periodo povero di nuove motivazioni. Avevo fatto da poco un passo dall'alpinismo verso le vie lunghe a spit, ero andato a trovare Beat (Kammerlander, n.d.r.) per salire Silbergeier, e quella cosa mi piaceva. Subito dopo arrivai in Sardegna, dove trovai il perfetto connubio fra arrampicata libera ed intensità dei luoghi, unito alla possibilità di scoprire nuove pareti.

Ho sempre sostenuto che la verticalità è un moltiplicatore di distanze. Perché essere a 300 metri da terra è come essere a 300 km di distanza su un terreno piano. Poi aggiungiamo quella che Lorenzo ha chiamato “isolitudine”, l’imprescindibile isolamento di quella terra, il fatto che sia un microcontinente, la sua cultura così diversa, e la sensazione di lontananza diventa ancor più netta. La lontananza, per me il sale della scalata, lì in un contesto di struggente bellezza. Tutto ciò, per un alpinista come me, era l'alternativa autunnale a un'arrampicata alpina ormai troppo provata. Arrivarci e trovare un terreno quasi vergine dove vivere quella dimensione silenziosa e profonda per me è stato fortissimo. Quasi mi imbarazzo a scriverlo, ma per diversi anni ho vissuto “in continente” lavorando e arrampicando in funzione dell'andare in Sardegna. Era talmente forte e unica, e tanto incarnava la mia visione dell'arrampicata (e della vita) che quando avevo qualche giorno libero andavo a Livorno e montavo in traghetto. Si chiama semplicemente mal di Sardegna.

E non era solo l'interesse dell'arrampicata, lo scoprire posti e l'aprire vie. Quei desideri si mescolavano a una voglia di Sardegna in un senso molto più ampio e il risultato diventava un bisogno. A Natale scappavo da Cortina e, come guida, portavo persone a camminare nel Supramonte in luoghi non per continentali. A vivere l'Isola.

A distanza di anni, posso dire che in Sardegna ho camminato più di quanto ho scalato. Mi muovevo fra i Supramonti di Oliena, Dorgali e Baunei. Parliamo di Gorropu, Lanaitto, Serra Ovara, Oronnoro, Bacu Su Orruargiu e molto altro. Lì mi sentivo a casa più che in qualsiasi altro posto, anche quello in cui vivevo.

Allora, oltre al fascino della lontananza c'era anche un timore reverenziale del tutto sardo, perché negli anni '90 (e tuttora) si percepivano gli strascichi di un periodo e una cultura non proprio tranquilli. C'erano ancora dei latitanti in giro, si respirava un’aria di anarchia e ti sentivi nudo e osservato quando accendevi un fuoco la sera e ti fermavi a dormire. Oggi a ripensarci, mi sembra un tempo lontanissimo. Eppure sono passati solo pochi anni.

Non sono mai stato a Kalymnos, tutti mi dicevano di andarci, che era bellissimo, un must da non perdere. Rispondevo che sì, ci sarei andato da vecchio, che di Kalymnos non me ne fregava nulla. Preferivo andare in Supramonte e fare quella vita che solo là era concessa. Ho sempre detto che la Sardegna è una terra vicina a noi come raggiungibilità, ma ti regala la sensazione di una lontananza estrema. Ogni tanto partivo da casa o da La Sportiva (Pietro ci lavora, n.d.r.) il pomeriggio, la solita notte sul ponte o se pioveva negli angoli di ben conosciuti traghetti, e il mattino dopo ero in un altro mondo.

L’anno dopo Hotel, nel 2001, sono di nuovo a Gorropu, e ci vado con Beat anche per imparare ad aprire come lui, in stile molto semplice e pulito. Arrivato alla base della parete gli dico: “Ok, sono qui per vedere come si fa, vai!”. Beat mi ha mette i “tiramolla” con i due cliff all'imbrago, mi attacca il cordino del trapano e mi dice che posso andare. E io sono andato! Non mi pareva vero, mi sono dimenticato dei buoni propositi dei primi spit vicini e mi sono subito abituato a questo modo di salire, un arrampicare così semplice e sicuro (ma ancora avventuroso) in confronto alle solitarie da cui venivo.

Quella decina di vie “giuste” che ho aperto in Sardegna sono la sintesi di ideali e sensazioni a cavallo fra romanticismo, esplorazione, cultura, alpinismo e arrampicata libera. Con la convinzione, in tono con la vita arcaica dell'isola, che meno tecnologia e ferraglia si usa, più vengono fuori lo spessore e l’autenticità dell'arrampicare. Quelli erano i miei valori. Essere capaci di respirare a fondo, roccia davanti e aria tutt’intorno, controllarsi e andare!

Pietro Dal Pra

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