Gli Oronnauti - Parte II

Coltivatori di malinconia

21 maggio 2020

Continua il racconto di Pietro Dal Prà sulla sua Sardegna.

Estratto, riveduto e corretto dal numero monografico di UP CLIMBING dedicato alla Sadegna verticale, questo racconto nella sua prima parte ci ha trasportati in un luogo magico, isolato e ancora selvaggio. 

In questa seconda parte scopriremo le avventure del Conte di Oronnoro e del Duca di Plumare, dei coltivatori di malinconia e di una Sardegna che forse non c'è più.

 

Parte II

Così dopo Gorropu ho vissuto anni bellissimi girando con Lorenzo Nadali, che già da un ventennio soffriva di mal di Sardegna. La sua voglia di scoperta e stare in parete, e la mia di salire vie nuove in un certo stile, ci hanno permesso di vivere cinque o sei anni eccezionali, con altrettante vie di spessore. La prima finita insieme non fu neanche una in libera. A Cumba Gianca, al centro della Grotta dei Colombi era una via di artificiale moderno e io andavo da secondo. Mi ricordo, fra tutti, un particolare curioso. Eravamo, ovviamente in inverno, a vivere nella grotta allora poco esplorata. A un certo punto abbiamo finito l'acqua, e una sera, appesi sulla volta e già rassegnati a ritirarci per sete, vediamo una barchetta bianca col bordo azzurro, di un pescatore. Spenzolanti gli urliamo, senza nessuna speranza, più per passare il tempo: “Acquaaaaa… acquaaaa!”.

Il giorno dopo, assetati e già attaccati su una fissa per uscire dalla grotta, vediamo che arriva la barchetta bianca e un tipo rovescia sugli scogli alcuni cartoni d'acqua! “Grazieeee, grazieeee!!!”. E così rimaniamo altri tre giorni per finire la via, pensando a come ringraziare. A Cala Gonone chiediamo in porto. Ma nessuno sa niente. A tutt'oggi è un mistero chi sia stato, non abbiamo mai trovato quell’uomo dell’incredibile regalo.

Comunque sia, finita la via, la sera stessa andiamo al rifugio Gorropu (di Enzo Lecis, n.d.r.), ci riprendiamo un po' (per modo di dire), carichiamo il trapano e partiamo alla volta del Monte Uddé, a Lanaito! Così in tre pomeriggi di dicembre, in cui il buio ci coglie sempre in parete, apriamo una super via. “La Forza del Colore” era la prima di parecchie linee di un certo impegno che avrei salito con Lorenzo. Il tacito accordo era che lui apriva, con Tato, Gogna o altri compagni, le vie di difficoltà più ragionevoli, con chiodature umane ma mai scontate. Dove le pareti erano più difficili, veniva in parete con il piacere di un’avventura anche solo tenendomi la corda. E li non mi importava molto delle ripetizioni, volevo solo spingere senza pensare a nulla. Era la mia storia. Il rischio era sempre presente, ma noi eravamo consci di cosa andavamo a fare. Oltre la verticale voli fino a venti metri, sul dritto meno. Era semplice, due cliff all'imbrago e il trapano giù. Con la regola che ogni volta che ti appendevi a un cliff dovevi mettere uno spit, in nome di una totale onestà intellettuale e sportiva.

Passammo i primi due anni a Lanaitto, sull’Uddé. Quella parete volta a sud-est, una dolina che è sprofondata a metà per formare una nicchia concava di calcare, è per me la più bella della Sardegna. Se la guardi da lontano ha l’esatta forma di un cuore. Ad oggi ci sono una decina di vie, dallo spigolo del Tempo Reale di Bernardi a Troglo Board.

Dopo Lanaitto la nostra esplorazione prosegue e scopriamo Oronnoro. “Scopriamo”, in realtà c'erano già tre vie, una di Bruno Poddesu sulla parete centrale, una di Alessandro Gogna ed Evinrude di Lorenzo. Ma la parete era enorme, e il luogo anche, in tutti i sensi. Oronnoro è stato certamente il regalo più bello che la scalata mi ha dato nella vita. Lì, con pochi compagni, Lorenzo, Macci, Ale Rudatis e altri che si avvicendano di volta in volta, si forma un gruppo di scalatori seriamente colti da mal di Sardegna, un po’ sbombardati e disadattati in continente, e con il cuore sempre là. Con loro condivido il piacere totale di stare lì, dalle albe in faccia alle ore in parete, dalle lunghe sere davanti al fuoco in campi base a milioni di stelle sospesi sul mare.

Arrivai sul posto per la prima volta nel 2005, e dopo un paio di giorni a disfarci le braccia per costruire un super campo, con la schiena provata mi infilai su per la linea che sarebbe diventata Ginepri e Vento. Lorenzo, che era già stato in quel paradiso si era autoeletto Conte di Oronnoro. A me, suo vassallo che lottavo per accedere a un titolo, concedeva solo il Ducato di Plumare, dove l’avevo trascinato in un giorno di riposo per scoprire la linea ache sarebbe diventata Aria. Fra la vita che potevamo fare in quel posto fuori da mondo e la dedizione profonda alla scalata, passammo anni intensi. A salire vie impegnative dal punto di vista psicofisico, sopratutto in apertura, in cui scalavi parecchio tra spit e spit, su roccia decisamente aspra e sporca, pronto a voli anche lunghi. Lì, quando staccavo il secondo piede da terra, partivo in una dimensione del tutto personale, che i miei compagni capivano e sentivano, senza dimenticarci insieme di gustare dove eravamo e ben consci del privilegio unico che stavamo vivendo. Ci sentivamo sempre più come degli Oronnauti.

Eravamo gelosi dei posti e della nostra dimensione esclusiva, ma non abbiamo mai voluto tenere segreto il tutto. Alla fine era più pudore che segretezza. Ogni volta ci proponevamo di pubblicare le relazioni e divulgare. Ma la realtà è che vivevamo una dimensione troppo profonda, quasi un po’ mistica, per essere descritta. E troppo intima per essere condivisa se non con amici profondi. A scriverne pubblicamente mi sarebbe sembrato di tradire me stesso e quei posti, e anche un po’ lo spirito dei sardi che ci avevano accolto e che erano diventati amici. Una specie di famiglia che faceva riferimento alla casa di Gaetano, navigatore sardo. Un gruppo da cui mi sentivo un po’ adottato in quegli anni cosi importanti per me. E questo più spesso nell’intimità dell’inverno sardo.

Una volta, con Ale Rudatis, in un febbraio freddo e ventoso, siamo stati per quindici giorni a Oronnoro senza mai uscire. Forse eravamo i soli scalatori in tutto il Supramonte, e lo percepivamo.
Un amico barbaricino doc, mi disse: Siamo un po' dei coltivatori di malinconia. Ed è vero. Una dimensione in qualche modo sospesa fra essere in pochi su un’isola e la bellezza struggente che ogni giorno ti entra dagli occhi. Una malinconia abissale che ti può inghiottire. Ecco, allora non potevo scrivere della nostra esperienza, la profondità portata in superficie sarebbe svanita.

Sentivo che tutto ciò prima o poi sarebbe finito, e mi faceva terribilmente paura anche solo pensarlo. Mentre vivevo quella realtà, non immaginavo come avrebbe potuto essere la vita senza.
Finite le vie a Oronnoro (non volevo farne dieci una di fianco all'altra) girai per un paio d’anni senza meta e dopo tanto girovagare alla ricerca di altri Oronnori, accettai che non ce n’erano più. Ho trovato altre pareti (ine), in posti affascinanti, più nella Baronia che in Barbagia e Ogliastra. Ma la vena di roccia, quella che cercavo io, stava inesorabilmente esaurendosi.

Non si spegneva invece l’attaccamento alla Sardegna. Montato in bicicletta, mi persi nell’interno dell’isola, scoprendola finalmente più in orizzontale che in verticale. Quasi sempre da solo, ancora in autunno o in inverno, mi prendo ogni tanto il privilegio di andare a pedalare in lungo e in largo nelle strade più deserte dell’isola. Sempre a guardare e respirare quell’aria e quella lontananza. Con una gioia e una stretta nel cuore che non posso dire.

Pietro Dal Pra

 

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