Carlo Cosi e la Patagonia

L’alpinista racconta la sua recente spedizione

02 luglio 2020
Carlo Cosi, alpinista e guida alpina, racconta la sua recente esperienza in Patagonia.

Di seguito l’intervista rilasciata al suo sponsor Kayland.

Carlo, com’è nata questa spedizione?

Era il “sogno della vita” ma devo ringraziare il mio amico Fabrizio che ha lanciato la proposta concreta. Ho passato tutto l’anno lavorando sodo, quindi mi sono concesso tutto gennaio libero e siamo partiti all’avventura. L’idea era di andare a scalare il Cerro Torre ma in Patagonia tutto dipende dal meteo, spesso le condizioni climatiche sono sfavorevoli e ti rovinano i piani. Per dire: dei 27 giorni trascorsi a El Chaltén abbiamo trovato solo 3 giorni di bel tempo! E li abbiamo fatti fruttare: in quel breve lasso di tempo clemente abbiamo fatto 4 cime in 4 uscite diverse, di cui una con brutto tempo e le altre tre con un timido sole.
Il meteo in Patagonia è strano ma le previsioni sono attendibili: è sempre brutto ma riesci a prevedere quelle rare finestre orarie di bel tempo che ti permettono di fare le salite.
La Patagonia è un sogno per qualsiasi alpinista: è un luogo talmente distante da noi, remoto e ostile, tanto raccontato su libri e riviste che diventa un richiamo per chiunque faccia alpinismo. Io ero curioso, volevo vederla con i miei occhi e lo ammetto: volevo vedere dal vivo le famigerate condizioni climatiche. Avevo sentito dei racconti assurdi e non ci credevo, volevo verificare e me la sono proprio “andata a cercare”. Ma sono stato ripagato: ad esempio, scendendo dal Fitz Roy abbiamo fatto un paio di lanci di corde doppie che invece di scendere, come gravità vuole, venivano spinte verso l’alto dal vento, in verticale!
 

Avevi già fatto spedizioni con Fabrizio Della Rossa?

Diciamo che era la prima spedizione all’avventura totale! Per il resto siamo rodati, abbiamo scalato assieme lo Yosemite, El Capitan e anche un intero mese nelle falesie spagnole.

Ripercorriamo le tappe della spedizione?

Siamo partiti da El Chaltén, cittadina molto turistica. La spedizione era all’insegna del low cost, tra volo economico e pernottamento in ostello. Lì abbiamo trovato parecchi amici che non sapevamo fossero in Patagonia, è stata una bella sorpresa, con loro abbiamo aspettato le finestre di bel tempo per iniziare le escursioni.
Da El Chalten parte il trekking di almeno 8 ore per arrivare sotto le pareti, dove ci si accampa per poi andare a scalare il giorno successivo. Siamo riusciti a fare quattro ascensioni:
  • la prima volta abbiamo fatto la Aguja de la S, l’ultima della catena;
  • la seconda volta abbiamo tentato la Aguja Poincenot ma il maltempo ci ha fatto desistere;
  • la terza volta abbiamo scalato la via di misto sull'Aguja Guillaumet, con il brutto tempo;
  • la quarta volta siamo riusciti a fare la Aguja Poincenot, cima sinistra del Fitz Roy;
  • la quinta volta abbiamo affrontato la celebre Supercanaleta al Fitz Roy. Ci abbiamo impiegato due giorni, uno di avvicinamento, dormendo sotto la parete, il giorno successivo abbiamo raggiunto la cima e siamo tornati indietro. È stata dura, il tempo non ci ha dato tregua.

A parte il tempo terribile, avete avuto altre difficoltà?

No, erano difficoltà legate al meteo, il resto è tutto filato liscio. Non è stata una vera e propria spedizione, abbiamo trascorso molto tempo in città e l’abbiamo vissuta con un altro spirito. Mi è capitato in altre spedizioni, ad esempio in Pakistan, Perù o Marocco, in cui devi stare fermo con 2-3 compagni di cordata in una tenda per venti giorni: è ovvio che dopo un po’ non li sopporti più, anche se sono i tuoi migliori amici. Con Fabrizio è andato tutto bene.

Qual è stata la parte più bella della spedizione?

Il primo raggio di sole dopo una notte gelida in cima al Fitz Roy. E ovviamente il paesaggio: le montagne del Fitz Roy e del Cerro Torre sono più affascinanti di tutto il resto. L’ultimo giorno, prima di tornare a casa ci siamo svegliati presto e siamo andati a vedere l’alba da una collina dietro El Chaltén: da lì vedi tutta la catena dal Cerro Torre al Fitz Roy, ti lascia senza parole.

Nel tuo report di viaggio dici che “è bello sentirsi parte di qualcosa di unico”, cosa intendi?

Sul Fitz Roy, cercando di andare su il più veloce possibile dato che il bel tempo era veramente limitato, siamo saliti con un sacco a pelo per due persone. Quando abbiamo visto il raggio di sole ci siamo abbracciati: faceva veramente freddo. Quel raggio di sole me lo ricorderò per sempre, mi ha scaldato le ossa.

Come si vive l’alpinismo in quelle zone, è molto turistico?

El Chaltén è una zona che vive di turisti che fanno trekking e alpinismo, la gente è più che abituata, li aspetta. I gestori degli ostelli sono curiosi e molto partecipi, ti chiedono dove vai, cosa fai, quando torni, com’è andata. Invece quando tornavamo giù dalle pareti la sera, ci ritrovavamo tutti insieme intorno a grigliate memorabili.

Hai qualche consiglio da dare a chi vuole fare il tuo stesso percorso?

Ci vuole tanta pazienza per il meteo ed essere veramente preparati. Lì qualsiasi cosa succeda devi contare solo su di te: non esiste un soccorso alpino, non ti vengono a prendere, non esiste un elicottero, non esiste un soccorso organizzato. Devi andare con un compagno di cui ti fidi ciecamente, che deve essere preparato quanto te e non puoi improvvisarti, anche facendo la via più facile. Non è come sulle Alpi. Certo, non parti con l’idea di farti male, è l’ultima cosa che pensi, ma se c’è qualche imprevisto può diventare veramente pericoloso, quindi l’attrezzatura e la preparazione sono fondamentali.

Hai altre spedizioni in previsione?

Tantissimi sogni. Mi piacerebbe tornare in America, magari con Sara, per il momento non abbiamo previsioni.

Più dettagli sull’avventura di Carlo e Fabrizio in Patagonia qui.

Fonte: Kayland.

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