Drytooling alla Grotta Caterina

Il primo D13 italiano e la ricerca del suo creatore

17 luglio 2020
La Grotta Caterina (Trieste) è un luogo significativo per gli appassionati di drytooling. Di seguito Gabriele “Lele” Bagnoli racconta la storia del sito e la sua ripetizione dell’unico “D13” della falesia. Un D13 piuttosto duro…

«Il Dry o lo odi o lo ami, ma proprio per questo motivo i pochi a praticarlo sono attratti da una passione infinita che li unisce in un unico obiettivo che, come nell’arrampicata sportiva, li spinge a migliorarsi e a scoprire nuove o “storiche” falesie» racconta Lele, che si è preso una breve pausa dal lavoro per visitare la grotta in compagnia dell’amico italo-sloveno Filip Princi.

La Grotta Caterina è una bella struttura calcarea con tetti orizzontali che raggiungono circa 35 metri di sviluppo. «Tra il 2000 e il 2012 la grotta fu meta di allenamento per il grande alpinista e ice-climber Mauro “Bubu” Bole, che la chiodò per allenarsi in drytooling. Successivamente, con l’innalzamento del livello medio dell’arrampicata sportiva, furono chiodate molte vie di free climbing fino al 9a e furono lasciate solo 2 vie adatte al dry, le più difficili ed estetiche: il D12 e il “D13”. Le virgolette sul D13 sono d’obbligo perché questa via ha poche ripetizioni. Pare che lo stesso “Bubu” non l’avesse mai salita, perché in quel periodo oltre a quel grado non si era mai andati. Solo nell’ultimo decennio si sono alzate le quote delle difficoltà massime anche nel dry, raggiungendo il D16».

Un appassionato come Lele non poteva lasciarsi sfuggire l’opportunità di provare questo “D13” con tanto di misteriose (e minacciose) virgolette. Una via che, come tante “storiche”, riesce a dare del filo da torcere anche all’epoca del D16. «Non credo di aver fatto mai così tanta fatica fisica ma soprattutto mentale» afferma Bagnoli.

«Ho fatto innanzitutto un veloce e intenso giro “on sight” sul D12, che mi ha impegnato a causa di qualche presa sfuggente che ha rischiato di farmi cadere e anche a causa di qualche presa nascosta. Galvanizzato dal risultato sul primo tiro mi lancio sul D13 tentando anche lì la replica “on sight”. Ma quello che doveva essere un lavoro veloce e privo di inconvenienti si trasforma in una miriade di cadute che quasi mi fanno rinunciare alla ripetizione. Le prese, consumate dagli anni e dai precedenti apritori, sono diventate quasi tutte sfuggenti e precarie. Non si può dare la colpa ai miei strumenti da “chirurgo” puntualmente preparati da Stefano Azzali della Grivel. Restava solo una cosa da fare: o arrendermi, consapevole delle mie capacità non ancora degne di quel tiro, oppure -come suggerito dal forte free-climber locale “Gigi” che ha assistito alla mia frustazione- reagire e studiare i movimenti adatti a far tenere e funzionare l’acciaio “adamantino” di Stefano nella giusta maniera».

«Assicurato magistralmente da Mihael Lavrencic, parto l’ennesima volta sul “D13” pensando solo a scalare, senza aspettative, solo cercando di essere il più fluido e rilassato possibile, dosando bene le energie rimaste. Dopo una lotta serrata di 20 minuti arrivo in catena, esausto ma anche estremamente soddisfatto della salita. Capisco una cosa preziosissima e utile anche nella vita di tutti i giorni: mai arrendersi e fare della perseveranza il fondamento della ricerca di obiettivi in cui si crede!»

Il “D13”, liberato dallo sloveno Dejan Koren, ripetuto dal Croato Alexandar Mataruga, ha visto così la sua terza ripetizione. Anche Lele, d’accordo con i precedenti salitori, ritiene che si tratti di una via molto più dura del grado che le è attribuito.

Gabriele Bagnoli conclude: «Nel giorno precedente il ritorno a casa, aiutato dai miei amici “local” che ringrazio per tutta l’ospitalità dimostrata, sono andato alla ricerca di chi ha fatto la storia di quel tiro e dell’alpinismo degli anni 2000: Mauro “Bubu” Bole. Purtroppo senza risultati e solo con qualche illusione di trovarlo. Forse però è meglio così, perché come tutti sanno le leggende e i loro protagonisti devono essere irraggiungibili per rimanere tali!».

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