Eiger Via dei Giapponesi free: 1800m 8a

Robert Jasper e Roger Schäli sulla Nord dell' "orco"

18 settembre 2009   Robert Jasper (Germania) e Roger Schäli (Svizzera) hanno realizzato nel mese di agosto la prima salita redpoint della famosa “Via dei Giapponesi” sulla Nord dell’Eiger. La cosiddetta "Super-Diretissima" è adesso la più difficile e impegnativa via in libera dei 1800m di parete e presenta  del 5.13b/8a e M5. Non sono state aggiunte protezioni fisse oltre a quelle che già c'erano  che, anche se numerose, sono ormai poco affidabili. Ricorre proprio quest'anno il 40esimo dell'apertura dell'itinerario che in alcune parti è esposto alla caduta di sassi. Jasper e Schäli si sono presi i loro rischi  arrampicando in queste porzioni di parete e sono stati anche colpiti senza riportare conseguenze. Grande soddisfazione in cima per la riuscita del loro progetto ma soprattutto per esserne usciti integri.    Ecco il racconto di Robert: “per sei anni sono rimasto completamente catturato dall’Eiger e dal progetto di salire redpoint la Via dei Giapponesi. Più e più volte sia io che il mio compagno Roger Schäli abbiamo provato la “ Difficult Crack" e la "Rote Fluh", ovvero le sezioni-chiave della via.   La “Rote Fluh” è la parte più verticale e repulsiva di tutta la parete Nord dell’Eiger: il nostro scopo era di liberare l’intera via dei Giapponesi che l' attraversa esattamente.  Ce l’abbiamo fatta proprio nel quarantesimo anniversario dell’apertura di questa storica via, aperta dal 15 luglio al 15 agosto del 1969 da un team giapponese che aveva cercato con determinazione assoluta la sua strada diretta verso la cima, lottando con selvaggia determinazione per issare sulla sommità la  bandiera con tutte le loro firme.   Sopra la “Difficult Crack" lasciarono la via classica dei primi salitori del 1938 e cominciarono ad esplorare  una linea nuova e diretta.   La sezione chiamata Rote Fluh è estremamente verticale e per lo più strapiombante, una sfida anche per i padroni del 6° grado. Toni Hiebeler, nel suo libro “Abenteuer Eiger- Avventura Eiger” la descrive “paurosa compatta, qua e là una piccola scaglia o una microscopica fessura nell’ombra senza fine della parete”   I giapponesi utilizzarono 250 chiodi a pressione e sistemi di progressione artificiale, seguendo la linea più verticale possibile, quella “della caduta dell’acqua”.   Il mio  primo contatto con la Via dei Giapponesi risale al 1991, quando durante un tentativo di salita in stile alpino, incappai in una rovinosa frana di sassi e fui costretto alla ritirata.   Mi domandavo se la compatta e nuda struttura della Rote Fluh avrebbe permesso la salita in libera: comunque i chiodi arrugginiti dei Giapponesi non mi incoraggiavano a scalare ai miei limiti.   Roger Schäli aveva tentato la salita nell’inverno 2002, poi con Simon Anthamatten (entrambi erano tra i migliori alpinisti svizzeri) cercarono di liberare la via nell’agosto del 2003. Quando seppi del loro tentativo, devo confessare che soffrii molto all’idea che qualcun altro avesse il mio stesso sogno e stesse cercando di farlo diventare realtà!. Roger e Simon ci lavorarono tutta l’estate e liberarono quasi tutta la  "Rote Fluh" ma dovettero bypassare il tiro chiave, con una "Harikiri-Variation" praticamente senza protezioni. Ancora una volta una scarica di sassi interruppe le loro ambizioni negli 800 metri finali della parete.   Ormai però anche Roger era preso quanto me dal sogno di liberare la via.      Diario della salita   28 agosto 2009. Il termometro è un po’ sopra lo zero, è caldo per questa parete: Roger e io guardiamo sconsolati le righe nere di acqua sulla Rote Fluh, proprio dove dovremmo passare noi.Ci domandiamo se vale la pena di imbarcarci in quest’impresa e fare un tentativo di redpoint dei tratti chiave in queste condizioni pietose.Una volta Hermann Buhl paragonò la "Rote Fluh alla Nord della Cima Ovest di Lavaredo, dicendo che entrambe non erano salibili in libera.   Le difficoltà di 7b 7c si susseguono  su piccole prese e micro-appoggi ed  eccoci al crux:  5.13b/8a nel mezzo della Nord dell’Eiger, su una parete che è il doppio di quelle famose  di Yosemite; sia Roger che io abbiamo già fatto dei tentativi, andati a vuoto per la pessima qualità della roccia, le continue cadute di sassi, i chiodi poco affidabili vecchi di 40 anni e le avverse condizioni meteo Circa metà delle prese sulla Rote Fluh sono bagnate. Arrampichiamo e lottiamo spingendoci verso l'alto. Due dei tiri più difficili sono parzialmente bagnati e ci vogliono parecchi tentativi per salirli in libera. Con dita bagnate e congelate afferro una piccolissima presa dopo l'altra, le mie scarpette strette scivolano perché le dita dei piedi sono intorpidite.   Ciecamente faccio i movimenti che avevo imparato a memoria, quasi senza sentire il mio corpo. E’ solo la forza di volontà che mi spinge ad andare avanti, rivelandomi riserve d'energia che non conoscevo.   Al terzo tentativo riesco finalmente - per un soffio - a liberare il tiro chiave. Ce la possiamo fare! Il giorno successivo (29 agosto) la meteo è brutta e trascorriamo il tempo aspettando nella nostra piccola tenda nello "Stollenloch". Come dalle previsionit la  pressione si alza durante il pomeriggio e il tempo migliora durante la notte. Questa è la nostra chance!    Il 30 agosto partiamo nel cuore della notte, seguendo la luce delle nostre frontali. Velocemente saliamo il secondo nevaio che è di ghiaccio vivo coperto con detriti e ci immettiamo sul’ enorme e pauroso muro sovrastante. Ora tutto diventa difficile: ci aspetta il "Pilastro rotto", con roccia ovunque marcia,  quasi nessuna possibilità di piazzare delle buone protezioni, e  pochi chiodi arrugginiti lasciati dalla spedizione giapponese, per lo più colpiti svariate volte dai sassi. Il fischio dei sassi che cadono attorno ci riporta a tutte le famose storie dell'Eiger... per noi quest'avventura è quasi eccessiva. Poco prima della” Centerband. Cengia centrale” - il nostro terzo programmato bivacco – le scariche si intensificano. Un sasso grande come un pugno centra il mio casco e  quasi lo rompe. Per fortuna riesco a stare in piedi e a non cadere. Sfiniti i piantiamo la tenda. I sassi continuano a cadere durante tutta la notte e più di una volta la nostra tenda viene sfiorata. Tentiamo disperatamente di riposare i nostri nervi. Un po' di cibo e da bere, poi dentro i sacchi a pelo. Nonostante tutti i tormenti riusciamo a recuperare per il giorno successivo. Come nei giorni precedenti Roger ed io ci alterniamo per salire da primi, e riusciamo a procedere velocemente. Sul "Pilastro Sphinx" Roger lotta come un Samurai – ha un conto aperto con uno dei tiri artificiali di A2, che ora diventa un difficile 7b. Dopo alcuni tiri molto alpinistici e dei traversi terribili riusciamo finalmente a raggiungere l'ultimo nevaio. Lì ad attenderci c'è una sorpresa: troviamo un vecchio zaino inglobato nel ghiaccio e, poiché avevamo soltanto due chiodi da ghiaccio, lo utilizziamo per attrezzare una buona sosta. Con tutta probabilità è lo zaino lasciato da Jeff Lowe. Salutati dagli ultimi raggi di sole scappiamo dall'infinito buio della parete nord. Ci abbracciamo, sollevati, sulla cima. E' fatta!"     Via dei Giapponesi (Imai, Kato, Kato, Negishi, Kubo, Amano 15 luglio 15 agosto 1969) 6,A2; Robert Jasper e Roger Schaeli prima redpoint 28 - 31 agosto 2009 1800m 8a M5   Fonte:upclimbing   ms
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