Intervista a Matteo De Zaiacomo

Etiopia, India, Monte Bianco e tanto altro...

22 dicembre 2015

Nato nel 1993, Matteo è uno dei giovani esponenti dei Ragni di Lecco. Entrato nelle cronache alpinistiche da relativamente poco tempo, ha presto affiancato scalatori del calibro di Della Bordella e Schiera (non di certo così lontani come età) dando forma ad un bel gruppo di giovani e talentuosi alpinisti. Dal boulder alla falesia, dalla Val di Mello all’India all’Etiopia, l’attività di Matteo non è certo monotematica ed è proprio da questa sua ultima spedizione in terra d’Africa che ci siamo fatti raccontare qualcosa sul suo modo di vivere l’arrampicata.

Partiamo dalla fine, dall'Etiopia, perchè avete scelto questa meta e su quali informazioni vi siete basati prima di partire?

Volevamo un' avventura! L'Etiopa aveva tutti i presupposti per essere una spedizione perfetta. Non volevamo la grande parete da doverci passare giorni e giorni sulla stessa via, volevamo divertirci e scalare il più possibile! L'unica vera informazione di cui eravamo sicuri era quella che avremmo trovato della roccia, poi siamo scalatori, tutto il resto vien da sè! Ovviamente eravamo a conoscenza dei siti già esplorati e delle vie già aperte, per esempio da Edu Marin, ma come al solito il nostro obbiettivo era quello di lasciare anche qui la nostra bandiera. E quindi senza un idea esatta sul da farsi 4 amici si sono ritrovati a Malpensa con 4 biglietti in mano pronti a partire. Io, Matteo Colico, Luca Schiera e Andrea Migliano sembravamo 4 malaticci confusi in mezzo a tanti sorrisi neri ma il nostro modo di fare assolutamente diverso da un classico turista ci ha regalato più volte il privilegio di vivere l'Africa più autentica. Abbiamo girato in lungo e in largo a bordo di minivan alla ricerca di un posto perfetto ma la roccia ci ha riservato sorprese davvero brutte quasi in ogni posto.

Quante e quali vie avete aperto e dove si trovano?

Abbiamo aperto quattro vie: due nei pressi di Adwa e due vicino ad Hawzen sulle fantastiche - da vedere! - torri di arenaria di Abuna Yemata. Esclusa una via aperta dal team Luca-Matteo ci siamo sempre trovati a dover fare i conti con una roccia tragica, estremamente friabile prima e estremamente tenera dopo, tanto è vero che bastava far scorrere la corda su un gradino di roccia per creare un solco profondo anche 5 cm. Date le pessime condizioni non ci è stato possibile forzare la libera più di tanto e sebbene fossimo tutti quanti abbastanza in forma le difficoltà in parete non sono mai andate oltre il 7a. Abbiamo quindi spostato la nostra attenzione sui monotiri cercando le fessure più belle realizzando una decina di tiri.

Eri reduce da un'esperienza importante in India. Quale dei due posti ha nei tuoi ricordi le "tinte" più forti e perchè?

Sicuramente le due avventure, sebbene legate dallo stessa motivazione, sono di carattere completamente diverso. Cambia l'organizzazione, la preparazione e lo stato mentale con il quale dovrai fare i conti. L'Africa ha avuto un impatto molto forte a livello umano, cosa che l'isolamento del nostro campo base Himalayano non ci ha permesso di vivere. Abbiamo passato 50 giorni fantastici in uno dei posti più incredibili agli occhi di un alpinista, un balcone fiorito 50 metri sopra il colossale ghiacciaio Gangotri e di fronte a noi, ad accogliere il nostro sguardo ogni mattina il monte Shivling. L'obbiettivo era scalare l'immensa big wall del Baghirathi 4, la quarta in ordine di altezza del gruppo Baghirathi, ma non certo inferiore a nessuna per impegno alpinistico, infatti la parete strapiomba per quasi tutta la sua altezza, solo i primi tiri sono verticali. E non a caso è l'unica parete del gruppo ancora inviolata. Le condizioni di scalata si sono subito rivelate estreme, innanzi tutto la quota che rende tutto molto più faticoso, sopratutto nel recuperare i pesanti sacconi, e il freddo che rendeva la scalata una vera e propria prova di sopportazione: ognuno di noi ha accusato leggeri principi di congelamento a mani e piedi. Sebbene avessimo un sacco di tempo a nostra disposizione non era sempre possibile attaccare la parete, innanzi tutto le tempeste di neve che ogni volta intasavano le fessure da una delle quali siamo anche stati sorpresi in parete, poi i tempi di recupero non sono neanche lontanamente paragonabili ad una via sul monte Bianco, passavano almeno 3 giorni perchè tornassimo a camminare. Quindi siamo stati capaci di assestare tre tentativi a questa monumentale parete, il primo finito dopo solo 4 tiri in un sistema di lame insabili e pericolose, il secondo terminato con una ritirata dovuta a una tempesta di neve e il terzo invece, terminato ad una manciata di tiri dalla vetta dove la roccia cambia e il perfetto granito liscio che ci aveva accompagnato fin li diventa uno scisto nero e assolutamente inscalabile, improteggibile e troppo friabile per rischiare un run out. Non esiste elicottero che viene a prenderti in parete e con 700 metri sotto di noi rischiare così tanto era da pazzi. Della Bordella dopo questo tentativo ha accusato un dolore all inguine dovuto probabilmente ai pesanti sacconi e allo stress in parete, e decide di tornare a casa prima. Io e Schiera complice un crollo delle temperature siamo costretti ad abbandonare il progetto bigwall e segniamo il gol della bandiera salendo il tanto ambito Baghirathi 4 dal versante opposto. Salire un 6000 è comunque un emozione grandissima anche se quel che abbiamo mancato per un soffio era una via atomica! Quindi alpinisticamente parlando la tinta più forte è indubbiamente legata all' Himalaya.

Sulle Alpi ti abbiamo visto sulla Jory-Bardill, impossibile non pensare a Marco...come hai vissuto questa esperienza e cosa hai provato trovandoti sulla via e ritrovando il suo materiale?

E' nato tutto in previsione della nostra spedizione al Baghirathi 4, dovevamo allenarci e quale posto sulle alpi meglio del monte Bianco? Prima della Jori Bardill eravamo già saliti al pilastro rosso del Brouillard testando la cordata su les Anneaux Magiques. Questo ci aveva messo nella condizione di osare quel qualcosa in più e due week end dopo ci siamo ritrovati ai piedi del pilone centrale. La storia del pilone è a dir poco se spaventosa, la tragedia del 1961 e il disastro di quel maledetto 17 marzo 2014 mi mettevano tanta soggezione. Durante tutto l avvicinamento abbiamo percepito, grazie a quello che stavamo vivendo, tutta la grandezza di quello che Marco stava realizzando. Da solo, in inverno con negli occhi l avventura che solo un grande sognatore può intraprendere. E noi sulle sue orme attacchiamo la via stupendoci ogni volta delle difficoltà che aveva già superato e della velocità con la quale stava procedendo, per me assurdo pensare di gestire una via del genere come lui aveva fatto. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo lo spit più alto d Europa e appena 15 metri sopra eccolo li, il suo saccone. Il sangue mi si è congelato vedendo il lembo di corda tranciato nel vuoto e mosso dal vento, tutto divenne istantaneamente reale e terrificante, nei nostri occhi la scena del disastro, la caduta, la corda tranciata, i 600 metri sotto di noi. Recuperiamo il suo saccone e alla sera mentre bivacchiamo cerchiamo di dare un immagine più precisa a quello che abbiamo appena visto, ma non c è un evidente distacco che ci faccia pensare ad un crollo e purtroppo, pur essendo stati li, nessuno di noi è stato in grado di capire cosa esattamente sia successo quel 17 marzo. Recuperiamo quasi tutto tranne il sacco a pelo e la sua tendina ormai entrambi sotto forma di blocco di ghiaccio e scendiamo. A Marco mancavano appena 4 tiri per raggiungere la vetta e tutte le difficoltà erano ormai sotto i suoi piedi, la salita era dunque questione di formalità a quel punto e posso dire che questa sua impresa è alpinisticamente la cosa più incredibile con la quale mi sia confrontato.

E in mezzo, si vede dai tuoi social, che sei spesso in Val di Mello, dove tra le altre cose hai anche aperto King of the Bong. Semplice comodità o nutri un particolare affetto per queste pareti?

Beh si! La val di Mello è un po' la culla della mia arrampicata, e pur essendo un disastro nell'aderenza tipica della valle proprio a questo posto sono legate le mie esperienza più “audaci”. La parete del Qualido è secondo me la parete perfetta, è quello che più si avvicina a una big wall e i suoi 700 metri verticali sono un invito a nozze. King of the Bong è per me una storia importante. Nata dall'idea di Luca Schiera la via segue una logica di diedri verticali non sempre raccordati l'uno all'altro. Abbiamo intrapreso quest'avventura a fine agosto 2014 subito dopo il nostro rientro dalla spedizione in Kirghizistan in compagnia di Paolo Marazzi. Aprire i 19 tiri della via è stato un rischio in fila all'altro e i delicati passaggi sui clif ancora mi fanno venire la pelle d'oca. A fine settembre la via era pronta ma il primo week end di ottobre fui vittima di una terribile caduta in Dolomiti con tanto di frattura alla caviglia e due fratture alle vertebre. 3 mesi a letto!

La vera sfida era diventata superare quel trauma e scoprire se davvero ero tornato in una condizione mentale da poter affrontare una via dove in molti punti anche difficili è caldamente consigliato non cadere. E così dopo un anno mi sono ritrovato a tirare quelle liste che prima avevo cliffato e, con il friend ormai 2 metri sotto i piedi e 300 metri sotto il culo, impostare un lancio alla ronchia finale. Avevo liberato il tiro che più faceva urlare i miei demoni che è solo un 7b, ma 7b obbligato. La via è perfetta! Abbiamo scalato fino al 7c+ riuscendo a mantenere la roccia così come l abbiamo trovata, senza spit, così che chi vorrà ripeterla avrà la possibilità di vivere la nostra stessa avventura.

Non sono molti gli alpinisti che scalano col proprio babbo, invece abbiamo visto che tu e Silvano talvolta fate cordata. Quante volte ti capita di uscire a scalare con lui? Decidete il giorno prima che via andare a fare o avete una certa "programmazione"?

Ovviamente la passione per l'arrampicata è stata colpa di mio padre. Dico colpa perchè con tutte le volte che mi sono sfasciato forse era meglio se continuavo a suonare il violino. Comunque sia , gli anni più spensierati della mia avventura verticale sono proprio i giorni con mio padre quando mi portava in falesia nel lecchese e senza nemmeno una guida in mano scalavamo dalla mattina alla sera. È un ricordo talmente vivo che ogni tanto sento il bisogno di doverlo rivivere e quindi cosa c è di più facile che organizzare una scalata col vecchio!? “Pa', scaliamo assieme domani?” “Ok!”. Non c è una frequenza, semplicemente quando a uno dei due va di farlo lo facciamo! E quasi mai decidiamo con esattezza che fare, io ancora mi fido di lui per le vie che sceglie, e poco importa il grado o il tipo di roccia basta che all'altro capo ci sia mio padre.

Ribadiamo che per scalare forte in via, falesia e boulder sono un bell'allenamento o siamo in errore? Dai, dacci qualche grado e qualche nome di tiri e blocchi che hai chiuso!

Innanzi tutto dire che scalo forte è una bugia! Amando nel profondo l'arrampicata e tutte le varie discipline della libera trovare un compromesso perfetto è difficile. Cerco di concentrarmi di volta in volta a preparare al meglio il mio prossimo progetto, ovviamente in vista di una spedizione come quella himalayana l'unico allenamento è andare in montagna il più possibile. Diverso è quando decido di dedicare magari una stagione al boulder dove allora gli allenamenti diventano i classici circuiti al trave e brevi blocchi tracciati al mio pannello in garage.

Per quanto riguarda le mie prestazioni c è poco da stupirsi in confronto agli standard moderni, preferisco fare boulder essendo in ogni caso più allenante, e ancora una volta, per comodità, la val Masino è un laboratorio perfetto. Melloblocco per esempio è un passaggio di 8a davvero estetico, o la Placca di Bonny firmata Rudy Colli, anch'essa di 8a, rimarrà sempre un bellissimo ricordo. Octopussy a Magic Wood e Junglebook a Cresciano sono alcuni dei passaggi che più mi son piaciuti. In falesia invece la mia miglior performance legata al grado è sicuramente Al Vigne, un 8b+ strapiombante alla falesia delle Prese (Val Malenco). Ma se dovessi scegliere il monotiro che più ha significato nella mia carriera direi senza dubbio Hatu per tu diretto in Antimedale. Hatu per tu è una placca supertecnica gradata 8a libera da Andrea Gallo nel 1985. E per anni era rimasto incompiuta l'idea di risolvere la versione diretta che aggiungeva 5 spit. Idea che ho ripreso in mano liberandone quindi la versione diretta, e è uscito un 8a+ davvero alla Manolo.

Intervista Stefano Michelin  

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