Jirishanca - Cordillera Huayhuash

Michi Wohllebens, Arne Bergau e Hannes Jähn

23 marzo 2013  L'anno scorso, Michi Wohllebens, Arne Bergau e Hannes Jähn hanno tentato di scalare il Jirishanca, una vetta di 6094 metri nella Cordillera Huayhuash, in Perù. Dopo la prima salita di Toni Egger e Siegfried Jungmeir nel 1957, solo un'altra spedizione aveva raggiunto la cima della montagna. La zona della Cordillera è estremamente inaccessibile; per attraversarla è necessario percorrere oltre 180 km a piedi, a una quota sopra i 4000 metri.  La giornalista tedesca Johanna Stöckl ha intervistato Michi Wohllebens in occasione della presentazione del documentario girato da Hans Hornberger, di cui possiamo vedere qui il trailer. Ecco l'intervista di Johanna Stöckl Un’intervista che parla di pressione, fallimento, delusioni e la voglia di un secondo tentativo. Michi, non siete riusciti a raggiungere la cima dello Jirishanca. Ti rode ancora oggi? Michi Oggi non più. Ma se devo essere onesto, aver fallito l’obiettivo mi ha tormentato per alcune settimane. Il dispendio di energie è grande, si mettono tante cose in gioco, e se poi non arriva il successo… Si resta per forza un po’ frustrati. Hai usato la parola “fallire”. Suona molto negativa. Michi Di fronte a una tale impresa bisogna naturalmente mettere in conto che potrebbe anche non riuscire. Ma, da alpinista, si fissa una meta e la si vuole raggiungere. Anche se ce l’avevamo fatta fino a un’altezza di circa 6.000 metri, la parete era proprio dietro di noi e solo una cresta innevata ci divideva dalla vetta, abbiamo dovuto tornare indietro. Avrei naturalmente preferito essere lassù. La sicurezza ha la precedenza. Michi Assolutamente sì. Dopotutto, una spedizione fallisce nel momento in cui un componente del team si ferisce gravemente o, nel peggiore dei casi, non torna proprio più a casa. Come nel recente episodio sul Broad Peak, dove dopo la prima e riuscita ascesa alla vetta in inverno due alpinisti polacchi sono andati dispersi durante la discesa. In quel caso non ti consola proprio nessuna vetta, se non torni più a casa. Cosa provi oggi, quando guardi il film sulla tua spedizione? Michi È una bella sensazione. Molto bella. Abbiamo trascorso anche dei bei momenti. Il team ha funzionato alla grande. Ma è stato anche estremo. Una volta scesi, ero molto felice di essere tornato sano e salvo. Ma ora, quando vedo le splendide immagini, mi rendo conto di quanto questa montagna e questa via mi affascinino tuttora. Posso proprio immaginarmi di ritentare ancora una volta lo Jirishanca. Adesso ci siamo arricchiti di alcune esperienze e sarebbe un vantaggio nel caso di un secondo tentativo. Se devo essere onesto, sono già molto motivato a prepararmi per partire di nuovo. Sulla tua pagina Facebook ho visto che subito in seguito alla spedizione sei stato molto attivo. Seoul, Sicilia, Patagonia… Michi A Seoul sono stato per il Salewa Rock Show, in Sicilia sono riuscito a fare una fantastica via nell’arrampicata libera (Hystrix 8a+/ 250m). È stato positivo. A seguire, la Patagonia non è andata proprio bene, lì abbiamo imparato a nostre spese. Quindi, non ho proprio raccolto grossi successi ultimamente. Non posso certo dire di essere soddisfatto. Con i tuoi 21 anni senti già la pressione degli sponsor? O sei tu a crearti pressione, nel senso che ti aspetti molto da te stesso? Michi Non avverto per nulla pressione da parte degli sponsor. Definisco io stesso i miei progetti. Personalmente non mi creo alcun tipo di pressione. Piuttosto, ho voglia di questi progetti. E quando sono in Patagonia e il mio obiettivo è la vetta del Cerro Torre, voglio solo arrivare lassù. È chiaro. Dal punto di vista mediatico anche un fallimento si può vendere molto bene. Il bel film sulla spedizione Jirishanca lo dimostra. Michi La gente è molto interessata anche agli insuccessi, non solo alle storie di successo. Si deve solo “confezionare il fallimento” nel modo giusto. Ma una cosa è certa: non vado in montagna per suscitare l’attenzione mediatica. Voglio seguire in prima linea la mia passione.
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