Samuele Scalet 1940 – 2010

Protagonista dell’arrampicata dolomitica

21 gennaio 2010     Il 15 gennaio, tra i monti di cima Marzola, a due passi dalla sua casa di Trento, se n’è andato Samuele Scalet, un grande interprete dell’arrampicata dolomitica. Aveva 70 anni e da tempo combatteva una dura battaglia contro una malattia, ostica più di una parete inaccessibile.   Il suo nome è legato indissolubilmente a una montagna grandiosa del gruppo delle Pale di S.Martino, il Sass Maor, un tempio selvaggio. Ed è sulla parete sud-est di questo gigante che Scalet con Giancarlo Biasin, in tre intense giornate d’agosto nel 1964, trova la sua via. I due aprono un itinerario difficile ed elegante, con uso di pochissime protezioni, considerando la lunghezza (VI A0 700 m). Un capolavoro.   Sono gli anni delle direttissime artificiali e delle chiodature esagerate. Ma  Samuele vede lontano e anticipa di quasi vent'anni il corso dell’alpinismo. Ma come i grandi visionari non è fortunato e l’epilogo di quella straordinaria opera a quattro mani sarà funestato nel corso della discesa a piedi.   Il compagno, Giancarlo Biasin, per una banale disattenzione scivola e muore. Dopo questa tragedia, per un lungo periodo scala poco dedicandosi a un'altra sua grande passione, il windsurf. Negli anni novanta è di nuovo molto attivo e a conferma della sua concezione alpinistica evoluta, adotta con intelligenza le moderne tecniche di apertura, ma sempre con rispetto per la montagna e la sua storia.   Lascia un altro segno importante nel 2001, ancora sulla “sua” parete preferita, la sud-est del Sass Maor.  Con Marco Canteri e Davide Depaoli  inventa Masada (acronimo dei loro nomi) 1260 metri al cardiopalma, con uso di pochi spit e difficoltà fino all’VIII- e A1. Questa via è considerata dai ripetitori una delle più belle delle Dolomiti.   Nell’ottobre scorso il fortissimo “locale” Riccardo Scarian riesce a percorrerla in completa arrampicata libera scomodando addirittura l’8b.   Scalet aveva iniziato il suo percorso esplorativo nel 1959 sulla parete sud della Cima Principale di Manstorna, poi sulla parete nord-ovest della Cima Immink, percorsi con lunghi tratti di arrampicata libera impegnativa e su quella linea guida ha proseguito il suo cammino. Nato  a Primiero, nelle Dolomiti feltrine, si era in seguito trasferito a Trento. Professore di matematica e grande amante e studioso dei numeri primi era anche accademico del CAI di lungo corso. La montagna ce l’aveva dentro e la sapeva attraversare con leggerezza, lasciando dietro di sé grandi disegni da ammirare, apprezzare e ripetere.   Samuele Scalet ha anche pubblicato due apprezzate guide con la casa editrice Versante Sud di Milano: la Guida alpinistica alle Pale di san Martino con S. Zagonel, T. Simoni, M. Lott e D. Boninsegna e da solo una guida sulle escursioni sempre in quell'area.   Masada free su upclimbing     mario sertori   Un simpatico racconto di Samuele Scalet pubblicato su www.lavocedelnordest.it   I chiodi "Quello dei chiodi posso considerarlo un affare di famiglia. Mio bisnonno aveva una piccola officina vicino al torrente, poco a valle degli altoforni per la fusione del minerale di ferro, in via Forno a Transacqua. Produceva soprattutto martelli e tenaglie, chiodi grandi e quelli piccoli che si chiamavano broche. Tutto era fatto rigorosamente con il maglio e poi rifinito a mano. Quando chiusero le miniere, l'officina divenne un mulino, ma un certo numero di casse rimase tanto a lungo che potei esplorarle e farmi un piccolo campionario personale di cui ero gelosissimo. Erano chiodi bellissimi, ognuno con la propria testa, il corpo e qualche particolare che lo rendeva unico. Il più sottile di tutti mi faceva sempre venire in mente un compagno di classe che tutti dicevano che era magro come un chiodo, però era intelligente e simpatico. Anche i chiodi, come tutti gli oggetti, per usarli bene bisogna conoscerli. Con la guida di mani esperte imparai a sceglierli, a piantarli senza spaccare il legno, senza piegarli, a ribadirli dove serviva, a levarli e raddrizzarli per poi rimetterli al loro posto. Già, è pericoloso lasciarli in circolazione, magari con le punte scoperte rivolte all'insù, o perderli per strada, così passa un ragazzino che ha subito un'alzata d'ingegno, li raccoglie e comincia a rigare le fiancate belle luccicanti delle macchine in sosta. A qualcuno particolarmente acuto potrebbero venire delle idee ancora più brillanti, però il male non si può eliminare nascondendo i chiodi, ma lavorando sulla coscienza delle persone. Poi un giorno la nonna disse che il nonno aveva un chiodo fisso. Io pensai che si trattasse di un chiodo che non riusciva a levare, ma non tardai a capire che si parlava di una cosa completamente diversa e che l'unica cosa che aveva in comune con i chiodi normali era il fatto di essere difficile da togliere. Anche dei chiodi mentali, e forse di più, si può dire che sono come quelli fatti a mano, tutti diversi, in parte buoni e in parte cattivi e, dato che sono già nascosti nella testa della gente, è impossibile nasconderli altrove. La vera padrona che li tiene sotto controllo è la coscienza. L'esperienza con i chiodi cominciò a diventare veramente interessante appena iniziai a fare le prime scalate in montagna. Con dei sudatissimi risparmi comperai una corda di canapa, dei moschettoni, un martello ed alcuni chiodi da roccia, forse cinque di diversa misura e nascosi tutto in soffitta. Il mio amico Aldo ed io studiammo con curiosità le varie forme a lama, l'anello e le diverse dimensioni per sfruttare bene le fessure della roccia. Finalmente venne il giorno buono per usarli, ma il primo chiodo che incontrammo in montagna era già stato piantato da altri. Anzi ce n'erano due vicini collegati con un anello di corda. Era il segno sicuro che eravamo arrivati ad un punto di sosta e che eravamo sulla strada giusta. Fu un vero momento di gioia: altri erano passati di là prima di noi e avevano lasciato un segno. Più avanti accadde che si ruppe un appiglio e piombai giù per qualche metro finché il chiodo mi trattenne. Probabilmente quel chiodo mi salvò la vita. Ne usammo anche per la discesa come ancoraggi delle corde doppie. Quando arrivammo alla base non ne avevamo più. Si potrebbe discutere all'infinito se è meglio fare una via con tanti o con pochi chiodi. Cambiano la sicurezza ed il senso d'avventura che sono il sale ed il pepe dell'alpinismo. E se vogliamo ingarbugliare un po' la matassa diciamo che i chiodi si possono mettere soltanto dove ci sono delle fessure, che non sempre ci sono, mentre gli spit sono dei chiodi speciali che con un trapano o a mano possono essere fissati dove si desidera. L'etica che riguarda il loro uso conduce direttamente ad una discussione intorno al valore della vita e dell'avventura che fa parte della sfera d'influenza della coscienza di ciascuno. Giocando con le parole e saltando di palo in frasca, si vede che l'etica dell'andare a tutto chiodo è quella appena vista, mentre essere inchiodati è l'esatto opposto. Congiungendo i due, nasce chiodo scaccia chiodo che, pur essendo un segmento nullo, completa il famoso triangolo dei chiodi. Tutti sanno che i veri specialisti dei chiodi sono i carpentieri, tuttavia sia a chiodi normali che a chiodi fissi gli alpinisti non li batte nessuno perché hanno il chiodo fisso dei chiodi. La cosa più straordinaria che si possa dire dei chiodi è che vi sono persone capaci di piegarli con il pensiero. La cosa più bella è invece che quando una persona è arrivata alla fine della sua carriera, quello che possiede di più caro, l'oggetto a cui è più affezionato lo appende al chiodo. Roba da chiodi!" Samuele Scalet 
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