Paradisi artificiali

Intervista a Fabio Elli e Diego Pezzoli sull'arrampicata artificiale new age

12 maggio 2016

Intervista a Fabio Elli e Diego Pezzoli sull'arrampicata artificiale new age

In un periodo - che dura ormai da tre decenni - di esaltazione, anche mediatica, dell'arrampicata sportiva, parlare di scalata artificiale sembrerebbe anacronistico o come minimo controcorrente. Dopo aver letto il libro/manuale Intelligenza Artificiale, la curiosità (la poca rimasta visto il tomo...) mi è venuta, e naturalmente anche le domande: «Ma come si fa ad avere il coraggio di salire un tiro di A5 dove se una protezione cede sei morto? Quanto coraggio e sprezzo della vita serve? Come si fa a resistere psicologicamente a ore di così pesante incertezza?» Poi mi sono ricordato che tra le icone dell'arrampicata moderna, accanto a Bonatti, Messner e Güllich, c'è anche un certo Jim Bridwell e allora mi sono detto che qualcosa di più su questa disciplina valeva la pena di saperla. 

Ecco a voi quindi Fabio Elli, l'uomo che parla ai pecker, e Diego Pezzoli per il quale la quotidianità è più pericolosa dell'avventura, che ci accompagneranno nel magico mondo dell'artif moderno.

Percorrere una parete o un tiro in artif non è barare allo stato puro? Salire a ogni costo?

F.E. Personalmente vedo in questo modo solo le direttissime a goccia d’acqua a chiodi a pressione sistematici aperte in Dolomiti quarant'anni fa. Per il resto è tutto il contrario. Non si sale con mani e piedi, è vero, ma chi ha detto che questo sia “giusto”? La maggior parte delle vie sportive odierne quanti fori nella roccia han richiesto per la sola chiodatura? Ecco, vie artif di 35 tiri al Capitan ne hanno molti ma molti meno. Solo chi non ci ha mai provato davvero lo ritiene un barare, basta una volta sola ritrovarsi appesi a qualche schifezza molto lontano da un chiodo solido e tutto diventa chiaro… è un gioco diverso, con le sue regole, la sua identità e la sua dignità. Che senso aveva negli anni 90 chiodare monotiri su roccia da salire con picche e ramponi di fianco a cadaveriche candele di ghiaccio? Sembrava un giochetto destinato a esaurirsi in fretta insieme allo shock che procuravano le prime foto… invece ha cambiato il mondo dell’alpinismo, il dry tooling è diventata la tecnica che lo traghetterà verso una nuova era, anzi, è già in viaggio! Secondo me anche una riscoperta più consapevole e mirata dell’artif potrebbe influire parecchio…

D.P. L'esigenza di salire una parete in artificiale non necessariamente significa barare, anzi, la maggior parte delle volte significa passare laddove in libera sarebbe quasi se non impossibile. Salire a ogni costo no, ma talvolta l'uso di spit e quindi protezioni solide si rendono indispensabili per superare sezioni impossibili anche in artificiale. 

Una riflessione tra chi apre vie a spit con l'idea di salirle poi in libera, superando passaggi in artif (cliff, friend+staffa, ecc) e chi invece sale sistematicamente in artificiale, in scarpe da tennis. Dove sta la differenza? Chi gioca più sporco?

F.E. Nessuno gioca sporco ma la differenza è molto grande, sta proprio nell’approccio. Un chiodatore che usa un po’ di artif cerca un mezzo per salire e piazzare gli spit che poi gli renderanno sicuri i successivi tentativi in libera, difficilmente si spingerà più lontano che un paio di passaggi su cliff. Chi apre invece una via di artif moderno cerca di rispettare al massimo la roccia, è quello il gioco, superando lunghe sezioni su protezioni precarie e lasciandole tali senza aggiungere spit. 

D.P. Bisognerebbe a mio avviso pensare un po' meno al confronto e più a ciò che una salita regala a se stessi. Ognuno ha il suo stile, la propria etica, e finché non è dannosa per l'ambiente e per gli altri, penso che ci sia abbastanza spazio per il gioco sporco di ognuno.


Capita che alcune vie salite in artificiale siano poi, dopo anni, percorse in arrampicata libera. Come vi sentite dopo queste performance dei grandi climber sportivi?

F.E. Sono il futuro che diventa realtà, la prova inconfutabile che la disciplina “arrampicata” in generale non è morta. Sono le massime performance, dove doti tecniche e atletiche vengono unite a una forza mentale sbalorditiva! Va bene, l’8b ormai lo fanno in tanti, ma quanti si metterebbero alla prova su un tiro “chiodato” a copperhead e cliff scotchati alla roccia?

D.P. Qui mi sento chiamato in causa. Infatti, sulla mia via Baba Jaga (al Pinnacolo di Maslana nella bergamasca Val Seriana, ndr) è stato fatto un tentativo per capire se potesse essere liberata. Con la corda dall'alto sono stati provati i primi due tiri, di quattro, con difficoltà presunte di 8b, 8b+. Posso dire con tranquillità che non mi darebbe fastidio vedere la via liberata, anzi, sarebbe una performance straordinaria, viste le poche protezioni in loco. È quindi questo un discorso da rivolgere specialmente alle vecchie vie di artificiale, sfido chiunque a liberare un tiro protetto con dieci copperhead con difficoltà attorno al 9a o anche più! Certe vie nascono in artificiale e resteranno tali.

Che qualità deve avere un buon arrampicatore artificiale?

D.P. Paura, follia, ingegno. Ritengo che la paura e la follia siano i versanti di una montagna, bisogna saper percorrere il crinale senza lasciarsi sopraffare ne da una ne dall'altra, ma sono necessari e devono convivere. 

F.E. Per fortuna è una disciplina dove il “fisico” conta meno ma è la “testa” che fa la differenza. “Testa” intesa non solo come concentrazione o determinazione, ma come capacità di rilassarsi, saper leggere la roccia e prevedere il funzionamento delle varie protezioni, se il cliff starà al suo posto o la leva che farà il chiodo romperà la scaglia di roccia. Se dovessi scegliere direi calma e inventiva.

Per questo il titolo Intelligenza Artificiale per il vostro libro/manuale?

F.E. È un gioco di parole che ha suggerito Diego ma che sintetizza bene il concetto, molto più di un banale “Manuale di Arrampicata Artificiale”. Serve Intelligenza; forza e coraggio da soli non portano lontano! Se vogliamo allargare il concetto alla robotica, dove si è coniato il termine Intelligenza Artificiale, potremmo dire che per resistere in parete settimane a rovinarsi le mani giorno dopo giorno bisogna davvero un po’ diventare dei robot, dritti sull’obiettivo e insensibili alle umane debolezze…

D.P. In artificiale è essenziale fare uso dell'intelligenza e adattarsi utilizzando gli strumenti che si hanno per progredire oltre. 

L'introduzione è stata scritta apposta per il vostro libro da Bridwell ed è ricca di riflessioni profonde. Che importanza ha avuto per voi Jim?

F.E. Jim ha mostrato al mondo cosa si poteva fare. È là, nell’Olimpo. Quando l’ho conosciuto di persona e abbiamo parlato per cinque minuti è stato stupefacente, lui chiedeva a me della mia salita in Alaska mentre io non volevo perdere tempo e avevo diecimila domande sulle sue..! Un personaggio come pochi! I “veri” grandi non hanno bisogno di sentirsi riconosciuti come tali. Sarà sempre una fonte di ispirazione, come tutti quelli che hanno il coraggio di vivere solo per le proprie passioni, in un mondo che spesso ti richiede esattamente l’opposto.

D.P. Per quanto mi riguarda Jim è l'esempio al quale mi sono ispirato fin da quando ho conosciuto l'artificiale! Ho letto i suoi libri, ho visto i suoi video, l'ho conosciuto un paio di volte passando anche diverse ore insieme e quando parla di grandi pareti e di alta difficoltà mi si riempiono gli occhi di commozione e di emozione pensando alla dote visionaria grazie alla quale ha creato vie leggendarie.

Nella sua introduzione Bridwell dice: "(l'arrampicata artificiale) Promuove e solidifica la fratellanza umana spesso al di là di ogni nazionalismo, ma distrugge le persone deboli e non allenate senza regalare gloria ai superuomini: dissolve l’illusione di uguaglianza e selettivamente gerarchizza la società."Che ne pensate di questa affermazione? Non vi sembra una visione troppo elitaria?

D.P. Lo è in effetti, senza tuttavia la presunzione di considerarci migliori o in ogni caso superiori a chi non è in grado, vuoi fisicamente o mentalmente, di affrontare i sacrifici che l'arrampicata comporta. È nella condivisione della sofferenza e dell'incertezza, per quanto volontariamente ricercata, che suddetti  legami si instaurano e si solidificano.

F.E. Qui sbatti contro un muro… Sono cresciuto a pane e Mark Twight, l’elitario per antonomasia, e appena ho letto l’intro che ci ha gentilmente scritto JB ho avuto un’iniezione di adrenalina… anche lui è dei nostri! Non è questione dei risultati che raggiungi in senso assoluto, sta tutto in quanto ci credi, in quanto ci provi e quanta passione ci metti. Se ti dai un obiettivo che reputi impossibile e fai di tutto finché non lo porti a casa, allora sei andato oltre te stesso, sei entrato nell’élite di chi c’è riuscito… forse sto delirando, ma mi è successo più volte di provare quella estrema soddisfazione. Una droga!

Quindi come siete arrivati all'artif moderna? 

F.E. Appendendomi a ogni protezione possibile quando non riuscivo a passare in libera, cioè spesso! Fa ridere ma è così. Il primo cliff e il primo paio di staffe li ho comprati 20 anni fa, andavo spesso in Medale, sopra Lecco, a fare vie oltre il mio livello tecnico e “baravo” così… Ma non mi sentivo troppo in colpa, i libri che leggevo erano pieni di uomini con pantaloni alla zuava che si destreggiavano tra ragnatele di corde, staffe e chiodi, volevo diventare bravo come loro. Poi l’interesse non si è spento, anzi, e si è insinuata la voglia di Capitan, o forse ho solo iniziato a sognarlo… 

D.P. L’artificiale moderno è entrato nella mia vita di colpo, infatti, dopo una lezione in falesia ero già appeso al mio primo copperhead. Successivamente ho ripercorso qualche via di stampo classico facendomi le ossa e preparando una solida base.

Mi sembra di capire che se non si è maniaci di materiali, se un friend vale l'altro, è meglio lasciar stare l'artif. Come e dove ci si procura l'hardware?

F.E. Collezionare e imparare a utilizzare tutti i vari materiali esistenti è una delle cose divertenti dell’artif, un po’ come quando da bambino andavo a pescare e avevo trenta diversi tipi di ami e galleggianti… solo che qui non c’è un pesce in palio… Data la scarsa diffusione della disciplina in Italia è ben difficile rifornirsi dei materiali più esotici ma per fortuna c’è internet! Scovare nuovi materiali e negozi online è un bel passatempo e si può imparare molto!

D.P. In calce al libro abbiamo indicato dei siti attraverso i quali è possibile ordinare gli unici materiali "esotici" difficilmente reperibili. Consiglio comunque di dedicarsi anche all'artigianato e fabbricare da sé qualche "pezzo" su misura secondo le proprie esigenze, che sia un piccolo chiodo, un pecker o quant'altro.

All'estero e principalmente in America la disciplina dell'artif ha una diffusione completamente diversa presso il grande pubblico. Perché da noi così pochi climber si cimentano appesi alle staffe o in scomode nottate in portaledge?

F.E. Prima cosa, noi non abbiamo il Capitan. Se avessimo una così grande e difficile parete praticamente priva di vie salibili in libera (se non dai migliori del mondo), le cose sarebbero sicuramente diverse. Non c’è mai stato “bisogno” di fare artif per divertirsi in montagna, quindi è rimasta una disciplina negletta e trascurata. In realtà di pareti adatte ce ne sarebbero, non così imponenti ovviamente, e sarebbe un sogno se qualcuno iniziasse ad aprire itinerari artif spronato da quanto potrà apprendere dal nostro libro!

D.P. Quello che ho percepito io negli ultimi anni in Italia è che si è perso un po' lo spirito dell'avventura. Ormai i giovani si rifugiano nelle comodità delle falesie e l'idea di stare appesi a dormire in una portaledge affascina ben pochi. Ma sono certo che, anche grazie ai tanti alpinisti che diffondono notizie di big wall conquistate, si ritornerà a riscoprire l'avventura poiché è meno pericolosa della quotidianità. E comunque  ritengo che in America ci sia una visone diversa solo grazie a Yosemite, alla fine è un parco giochi, si arriva in macchina quasi sotto al El Capitan e trovarsi davanti al Blue Tornado e non farci un giro sarebbe da stupidi. 

In un momento di sconforto magari non trovando niente per piazzare un aggeggio avete mai parlato alla roccia? 

F.E. Sempre! Alla roccia, ai chiodi, ai cliff, ai copper, ai friend… quando vado in cantina a preparare lo zaino li saluto, li avverto che tra poco avranno da divertirsi e non dovranno tradirmi..! (faccio lo stesso con le picozze…) Ho fatto un po’ di solitarie anche, e lì sì che parlare al vento ti aiuta a mantenere il controllo, a concentrarti, a svuotare la mente dal turbinio di pensieri che la avvolge. Ma è un rituale che pratico spesso anche in salite classiche con un compagno, immagino di spiegare a mia moglie come superare un certo passaggio, mi aiuta a concentrarmi e non sbagliare mentre sto arrampicando, è un po’ come se lo spiegassi a me stesso.

D.P. Io ci parlo sempre, ma nei momenti di difficoltà devo ammettere di richiedere in continuità la protezione ultraterrena. 

In fondo gli eroi sono altri, quelli che alzano il grado. Sono quelli che ci stupiscono ogni giorno sui social network... Voi artificialisti vi sentite inferiori ai vari Ondra o Sharma?

F.E. Ondra pratica un altro sport…! Mi sento inferiore ma non perché faccio artif…! Personalmente ho ben chiari i miei limiti e nella “piramide” gerarchica mi colloco al livello “amatore ossessionato con più passione che doti naturali”. Non mi sto piangendo addosso, dopo 22 anni di onorata attività è una giusta conclusione, mi accetto così e cerco sempre di migliorarmi, in fondo ho più margine di altri per riuscirci..! E poi, finche mi diverto e riesco a realizzare vie che sogno da anni, son più che soddisfatto! Se invece vogliamo parlare di come si collocano i veri big dell’artif, parliamo di un Tomaszewski, di un McNamara o di un McKneely per esempio, rispetto a un Ondra o un Sharma, potremmo fare un paragone tra un medagliato olimpico di uno sport minore e un giocatore di calcio tipo Messi. Sono tutti eccellenze nel loro ambito, tutti con un “dono” che son stati capaci di sviluppare e sfruttare al massimo, solo che alcuni godono di più fama  e considerazione presso il grande pubblico dei “poco addetti” ai lavori. Nei tanti racconti (23) che abbiamo inserito nel libro, lo spessore di questi campioni viene fuori molto bene. Sono racconti che “prendono” davvero, fanno sognare posti vicini o lontani, avventure impossibili o da pianificare per l’anno prossimo e trasmettono alla gente la vera essenza dell’artif, quella che in America è così diffusa e qui proprio no. Quale modo migliore potevamo scegliere se non le parole dei suoi massimi interpreti?

D.P. Fa più notizia una via aperta in Norvegia in inverno sulla più "merdosa" delle pareti o a un 9a a vista? A mio parere è più emozionante e mi stupisce di più il video di una salita estrema in condizioni estreme, rischiando la vita con il trascorrere delle ore, piuttosto che una veloce cavalcata in pantaloncini e in maglietta su tiro al caldo sole della Spagna. 

Quindi per te Fabio è la sfida in sé che ti affascina, il mettersi alla prova, il coraggio da buttare in campo a ogni metro, mentre per Diego è il rapporto intenso con la montagna, la natura nella sua forma più estrema?

F.E. Dipende da dove pratichi l’artif. Quando ti alleni su una parete ”qualsiasi”, che non porta in cima a niente, in modalità “sportiva” direi, il rapporto con la natura passa in secondo piano ed entra in gioco prepotentemente l’aspetto tecnico e mentale, la sfida con se stessi. Ma in fondo il mio background è decisamente alpinistico, spero un giorno di poter praticare quanto sto faticosamente imparando su una bella parete alpina… o canadese…

D.P. In effetti la montagna é l'unico posto dove veramente mi sento a casa, dove posso essere me stesso, completamente a mio agio. Sia per una spedizione importante, rischi connessi, oppure una salita fuori porta con amici.

Il rapporto tra i componenti la cordata è più o meno importante rispetto a una salita di una via multipitch "normale"?

D.P. Senza dubbio è molto importante avere un buon feeling con i componenti della cordata in quanto toccherà stare a stretto contatto con loro per molto e molto tempo. Quindi secondo me è meglio conoscere a fondo i propri compagni rispetto a una via multipitch dove la sera, con molta probabilità,  si ritorna ognuno a casa propria. Anche se, a dirla tutta, non ho seguito molto questo consiglio e un paio di anni fa in Yosemite mi sono legato con un compagno conosciuto a Camp4 poche ore prima…

F.E. Forse sì, è ancora più importante. Qui spesso si deve vivere a contatto in spazi ristrettissimi per moltissimo tempo, pensiamo a quelle vie dove si resta in portaledge 15 giorni… è facile innervosirsi col compagno per una sciocchezza, solo perché si è stanchi e scomodi. Per resistere è necessario conoscersi e apprezzarsi a fondo, saper vedere oltre gli scazzi quotidiani… un po’ come un matrimonio…! Ahahah!

Cosa vi aspettate dall’uscita del libro?

Beh, non certo fama e denaro…! Ci piacerebbe davvero molto ricevere un commento da chiunque dedicherà un po’ del suo tempo a leggerlo e, perché no, andrà a metterne in pratica le tecniche discusse. Ci interessano in egual modo i commenti dei neofiti come quelli delle Guide alpine, il nostro target era quello di interessarli entrambi! E se qualcuno ci scrivesse che grazie a quanto imparato ha realizzato qualcosa che fino a oggi riteneva impossibile… beh, avremo fatto centro!

Intervista di Bruno Quaresima

Intelligenza Artificiale
Tecnica, materiali e storie dell’arrampicata artificiale classica e new age.
di Fabio Elli, Diego Pezzoli
Ed. Versante Sud

Banner740x195px upclimbing

Copyright © Up-climbing.com By Versante Sud Srl
Sede legale Milano via G. Longhi, 10 - Registro Imprese di Milano P.IVA n. 12612150156 REA MI-1569599 - Cap. Sociale euro 10.000,00

Logo footer e307f2bce5042c4e7a257ec709ea497334ec09124162c27e291131063b267875