Peter Zabrok, idolo di Yosemite dell'arrampicata "artif" intervistato da Fabio Elli

Alla scoperta di uno dei più forti artificialisti attualmente in circolazione

02 luglio 2018

Fabio Elli, autore con Diego Pezzoli di Intelligenza Artificiale, manuale di arrampicata artificiale edito da Versante Sud nel 2016, intervista Peter Zabrok.


Peter “Pass The Pitons Pete” Zabrok, canadese, classe 1960, è un personaggio tanto sconosciuto in Europa quanto “venerato” oltreoceano, nella Valle di Yosemite si è costruito un curriculum di salite unico al mondo che tra poco ci faremo raccontare direttamente dalle sue parole.
Ma perché se è davvero così forte non lo avete mai sentito nominare? Alex Honnold e Dean Potter li conoscono tutti… La risposta sta in due parole, artificiale moderno, quello duro e puro, che qui sembra interessare solo a pochi ehm… fortunati…Il suo mondo è fatto di staffe, rurp, pecker, beaks, hooks, heads, pendoli e notti in portaledge… È appena stato in Italia per una corta crociera con la sua compagna Anita, anche lei ovviamente espertissima big waller, ed ha poi passato alcuni giorni di arrampicata tra Roma e Finale.
Ecco una breve intervista in Peter-style per i lettori di Up-Climbing.

Ciao Peter, presentati e spiegaci il tuo soprannome “Pass The Pitons Pete” (Pete Passami I Chiodi, ndr).
Ma stai già registrando? Aspetta, non ho ancora aperto la birra! [rumore di bottiglia che si apre, tappo che cade sul pavimento e Peter che beve un sorso]. OK, Pitons Pete, piacere. Nel 1995, durante il mio primo “viaggio di rinascita post-divorzio” in Yosemite, c’era un motto scritto su un foglio appeso ad un finestrino nel retro del mio van “Prega il Signore e passami i chiodi!”. Lo dicevo spesso al mio secondo di cordata… d’altra parte mi piace chiodare ed il soprannome quindi ci stava.

Rinascita post-divorzio??
Eh si… per 12 anni sono stato sposato con una donna che non sopportava minimamente le mie attività di speleologo, climber e pescatore. Spesso lo chiamo il “Dark Period”, il mio periodo nero. Pensa che in questi 12 anni ho scalato El Capitan solo una volta…

Come hai iniziato a scalare?
In realtà ho iniziato con la speleologia quando frequentavo la McMaster University in Hamilton, Ontario, Canada, esplorando e mappando grotte nella West Virginia e nel Kentucky, ma anche in Messico ed in Belize. Ero abbastanza timoroso dell’esposizione e dell’altezza mentre invece mi sentivo a mio agio a strisciare nelle grotte. Iniziare ad arrampicare mi è costato molti sforzi e col free climbing non sono mai diventato certo un asso, anche se anni fa ero molto meglio di adesso…

Cosa hai studiato all’università?
Ingegneria chimica e business management, tra un viaggio e l’altro per scalare o andare in grotta ovviamente… ah, suonavo anche il trombone in una band jazz! Mi sono laureato come ultimo del mio corso, era già chiaro che non mi piaceva fare più lavoro dello stretto necessario. Hey, sai come chiamano chi si laurea per ultimo in un corso di ingegneria?

Ho paura a chiedertelo…
Un ingegnere. A parte le cazzate, ho aperto circa 200 vie in libera sulle pareti di dolomia dell’Ontario fino a quando, beh, ormai lo sapete, lei me lo ha lasciato fare. Ma alla fine è rinsavita, si è liberata di me e la prima cosa che ho fatto è stata comprare un biglietto aereo per Yosemite.

Il tuo curriculum alpinistico fa impressione, facci un riassuntino (se no ci addormentiamo) e dacci un po’ di numeri.
[Ride] Beh, tralasciando le cose di poco conto, ho scalato il Cap 64 volte da 59 vie diverse, passando 743 notti in parete, senza contare i bivacchi alla base o in cima. Fino ad oggi, tra poco questi numeri cambieranno ancora…

Accidenti, sei davvero lento! In media fanno 12 giorni a via!
Assolutamente, e lo faccio di proposito! Mi sento più un “big wall camper” che non un “big wall climber”. L’arrampicata è soltanto un mezzo per raggiungere i posti da bivacco più fighi e con la vista migliore. In fondo vado in parete per vivere un’esperienza, per divertirmi, per allontanarmi un po’ dal mondo reale, anche se mi trovate lo stesso spesso su Facebook. Mi piace avere sempre abbastanza cibo, acqua, birra e tempo per vincere “per costanza”. È così che mi piace, è davvero stupendo! Se solo non rinunci e non ti cali ma continui a resistere, anche col brutto tempo, alla fine arrivi sempre in cima.

Essendo canadese hai “vicino casa” un sacco di montagne, dalla British Columbia alle Rocky Mountains, dall’Alaska ai deserti dello Utah oltre ovviamente a Yosemite, The Valley, ma non sembra che tu le abbia frequentate tutte con la stessa intensità…
Assolutamente no. Quei posti sono freddi amico! Io non sopporto il freddo e Yosemite offre il meteo migliore di tutti.

Non c’è solo il Capitan in Yosemite, hai almeno scalato tutte le pareti della valle?
Stai scherzando? Ma sai che avvicinamenti hanno molte di quelle pareti, come l’Half Dome o il Mount Watkins? Non salirei mai fino lì, non potrei mai portare tutto il mio circo di attrezzatura alla base, dovrei cambiare stile. Forse se trovassi uno o due sherpa entusiasti andrei volentieri a fare un paio di pareti del genere. Mi piacerebbe salire Zenith all’Half Dome per esempio.

Da quando ti seguo su Facebook ho visto che non sei molto alla moda, non insegui di certo i record di velocità di salita, anzi, ti piace restare in parete tempi spropositati…
Non alla moda?? Che brutta cosa che dici… guarda questo outfit: pantaloni corti, 5 dollari da Walmart, occhiali da sole, 1 dollaro, e maglietta usata color limone. Per essere figo devi sembrare figo.

Hai molti “record di lentezza” immagino…
Esattamente. È proprio questo il punto. È tutta questione di stile, di essere tranquilli nel più ostile ambiente verticale, e tornare a casa. Non esiste brutto tempo, solo cattiva attrezzatura. E davvero, chiunque può trovarsi a disagio se non è preparato. Ti fanno male i fianchi quando recuperi i sacconi con un metodo 1:1? Impara il 2:1. Ti stanchi scalando? Stai andando troppo forte. Ti fan male le mani di notte? Più avanti ti svelo un libro da comprare con tutti i trucchi per non farlo mai più succedere.

Ne avrai passate di tutti i colori negli anni, raccontaci le chicche più interessanti.
Quando passi quaranta anni in queste attività e ti spingi sempre al limite, sia sottoterra che in parete, prima o poi qualche errore lo fai e la fortuna ti gira le spalle. Una volta ho guidato 700 km fino in West Virginia per esplorare un nuovo camino che si apriva oltre una grossa grotta allagata, soggetta ad inondazioni e con solo un sottile strato di aria sopra. Le previsioni davano pioggia leggera e pensavamo di potercela fare se entravamo ed uscivamo veloci. C’erano solo 6-7 cm di aria tra l’acqua e la volta rocciosa e siamo riusciti a mala pena a tenere accese le nostre torce al carburo. Iniziamo la salita ma presto facciamo dietrofront, la storia della pioggia in arrivo non ci lasciava tranquilli. Al ritorno l’acqua nella pozza era aumentata molto, restavano solo 3 o 4 cm di aria. Entrambe le lampade si spensero, così come due delle nostre tre torce elettriche. Si fosse spenta anche la terza saremmo morti. Fortunati o stupidi? Molto di entrambi!

Un’altra volta andai a ripetere una mia via, Iguanadon, 5.10d, decisamente una via seria con brutte protezioni. Non ero col mio compagno solito e finii presto il materiale giusto per proteggere il tiro. Sul passaggio chiave volai strappando fuori uno dei due soli micronut che avevo piazzato, l’altro mi salvò da una caduta a terra da 20 metri. Mi sudano ancora le mani se ci ripenso… Mi sono rotto una caviglia dopo un volo di 10 metri su Wyoming Sheep Ranch, una via molto dura data A5 classico sul Cap. Non è raccomandabile atterrare in cengia quando voli… Era maggio, a settembre tornai ancora col gesso al piede e salii Son of Heart, un’altra via di A3+ sempre sul Capitan. Ho chiuso poi i conti con Wyoming Sheep Ranch la primavera successiva.

Ma la più spaventosa di tutte è stata sicuramente la immane frana dell’autunno scorso sulla Waterfall Route: eravamo sulla via e siamo stati sotto la zona poi franata per sei giorni. Il settimo giorno avevamo appena fatto un lungo tiro in traverso quando tutta la parete si staccò, centinaia di miglia di tonnellate di roccia vennero giù. Qualche ora di ritardo e saremmo morti. Come per le altre situazioni descritte prima, il tema comune è che soffro di “peccato d’orgoglio”, un momento penso di essere un figo, il momento dopo vengo brutalmente preso a schiaffi dalla realtà… Ma che posso dire? Non era il mio momento. Non credo molto nella fortuna, solo fato e destino. 
Detto questo, sono il bastardo più fortunato che conosco!

Ci ricordiamo tutti i tuoi video della frana dall’alto… che culo avete avuto! Conoscerai anche un sacco di climber ben più famosi di te, giusto? Ho visto tue foto con i fratelli Huber, Alex Honnold, Leo Houlding, Adam Ondra, Tommy Caldwell….

Di sicuro! La nostra comunità di big waller a Yosemite è abbastanza piccola e dato che vivo al Centro dell’Universo (come loro chiamano la Yosemite Valley, ndr) per 3 o 4 mesi all’anno, prima o poi ti capita di bere una birra o andare a scalare un po’ con tutti. Quello che mi piace davvero di Yosemite è il cameratismo che condividiamo e la nostra passione per le big wall. Penso che più questo “sport” progredisca più gli ego dei climber si calmino, ognuno diventa più tollerante verso gli altri ed il loro stile. Ci sono ragazzi, e ragazze!, che preferiscono scalare in velocità, non riesco ad immaginare di salire il Cap in due ore e poco più come Brad Gobright e Jim Reynolds hanno fatto (anche se Honnold e Caldwell si sono appena ripresi il record, ndr!), quanto è fantascientifico?? Ma tutti ci sproniamo a realizzare i nostri progetti divertendoci. Non è questo forse il senso dell’arrampicata? Andare là su a modo tuo, senza nessuno a dirti come farlo.

Com’è l’ambiente dei climber a Yosemite oggi? Come è cambiato dagli anni in cui hai iniziato?
È sicuramente più tranquillo e, credo, più aperto. Negli anni ’90 c’erano personaggi pieni di sé e molto campanilismo. Tra loro qualcuno si inventò la gradazione “New Wave” che secondo me non fu altro che un modo per sgradare le vie e gonfiare l’ego di qualcuno. “Pfui, quel tiro è facile, solo A2+ New Wave. Sei proprio scarso se lo hai trovato duro!”.

Quando Tomaz Humar – scelto dalla Millennium Edition di Climbing Magazine come miglior alpinista polivalente del mondo per le sue ascensioni, come la parete sud del Dhaulagiri in solitaria – venne in Yosemite per salire, sempre in solitaria, Reticent Wall (forse la più famosa via di A5 del Capitan, ndr), che allora era ancora molto dura (oggi, dopo quasi 50 ripetizioni, non è più così impegnativa), nessuno volle dargli anche solo la relazione della via! Io non sono mai stato così, mi piace aiutare la gente a raggiungere i proprio obiettivi, ho insegnato a molti come salire le big wall, e Tomaz è stato uno di loro. Qualche mini-tutorial di Dr. Piton alla base del Cap e lui fece la nona ripetizione della via, con la mia relazione e le mie note, ovviamente! Io ero appena sceso dalla ottava ripetizione…

Chi sono i migliori artificialisti del momento?
Quelli che si divertono di più, che domanda! E quelli di cui probabilmente non avete mai sentito parlare…

Dove sta andando l’artif moderno? Cosa vedi nel suo futuro?
Nei posti freddi e remoti della Terra. Ci sono così tante pareti mai scalate se hai voglia di andarle a cercare, e volenti o nolenti l’unico modo per salirle è l’artif. Le più dure vie di adesso verranno salite sempre più velocemente, il livello si alzerà ancora, si vedranno sempre più climber sulle big wall. Ma anche posti più facilmente accessibili, come la Sierra, vedono spesso nascere nuove linee. Pensa che questa primavera è stata addirittura aperta una via nuova sul Capitan, molto vicino al Nose ma completamente indipendente. È stata salita dal Ranger Brandon Adams con Kristoffer Wickstrom. Mi piacerebbe molto ripeterla! L’artif non è una disciplina reietta, ha molti praticanti, seppur poco seguiti…

Cosa diresti a chi “accusa” l’artif di essere solo un modo di barare per chi non sa scalare in libera?
Eh!? Di provare a fare un tiro di A4 e poi di venire a raccontarmelo ancora!  Ma aspetta un attimo… stai dicendo che non so scalare in libera? Controlla un po’ sulla guida dell’Ontario la lista delle mie aperture..!

Beh, ma quello era 30 anni fa…
Dovresti sapere che sono da qualche tempo tornato al free climbing e pure al ghiaccio! Proprio settimana scorsa abbiamo fatto un po’ di tiri insieme…. quindi…

Giusto! Volevo portarti ad assaggiare un po’ di artif italiano in Valle dell’Orco, mi sarebbe piaciuto un sacco vederti all’opera, ma una meteo senza precedenti ci ha costretti ad andare al mare… te la sei cavata benissimo anche sulla roccia del finalese, credevo che avresti accusato un po’ di più il colpo… come ti sei trovato su questa roccia bianca e liscia tutta a buchi?
Sono state tutte delle magnifiche arrampicate in un ambiente eccezionale! Sono rimasto davvero impressionato dalla qualità della roccia, molto bella, lavorata e tagliente, non è unta come molte altre location in Europa. E non è neppure chiodata troppo lunga! Questo non è male quando sei un free climber del cavolo come me. Per fortuna c’eri tu a fare i tiri duri e lasciamelo dire… di sicuro son stato felice di non aver corso rischi di volare su quella roccia appoggiata, sarei finito grattuggiato come il Parmigiano…! Deve esser doloroso!!
Anche io mi son divertito un sacco! Finale è sempre Finale…!

Torniamo a noi. Domanda poco disinteressata… Come si fa a diventare forti in artif?
Per me l’artif ruota tutto intorno a quanto vuoi davvero arrivare in cima ed alla tua abilità a risolvere di volta in volta i problemi che ti trovi davanti. Il big wall climbing è un processo di problem solving continuo e quello che ti fa arrivare in vetta è solo la tua abilità ad affrontare le tue paure e le sfide che ti sei scelto e perseverare nella sofferenza; semplicemente mai mollare! Resteresti sconcertato nel vedere quante volte finiresti la via se solo ti forzassi a non buttare le doppie! È davvero tutto qui. Se i climber non rinunciassero ce ne sarebbero molti di più in cima.
Quindi pratica, pratica, pratica! Fuori le staffe ed iniziate a fare artif! Riempite i sacconi di pietre ed imparate come recuperarli, ci vogliono le basi! Leggete i miei post su internet, ed anche il nuovo libro di cui parleremo poi, in cui troverete tutti i trucchi ed i consigli che possono portare anche un vecchio decrepito sacco di patate come me in cima ad alcune delle più belle pareti del mondo. Se posso farlo io di sicuro potete anche voi. Quindi leggete, capite, provate, pensate e scalate!

Facciamo un’anticipazione ufficiale: da ormai un bel po’ di tempo io e te stiamo lavorando alla versione inglese “upgradata” del manuale Intelligenza Artificiale, edito da Versante Sud nel 2016, che ho scritto con Diego Pezzoli e che per fine anno dovrebbe finalmente esser data alle stampe. La proposta di questa collaborazione è venuta da te ed io, sinceramente, non ti ho ancora chiesto perché, tra tutte le partnership “importanti” che avresti potuto ottenere, hai deciso di lavorare proprio con noi.
Scrivo di artif e di come scalare le big wall su internet fin dai primi tempi in cui è divenuta disponibile al grande pubblico; negli anni ’90 su rockclimbing.com (che non esiste più) e dopo su Supertopo e Mountain Project. Ho scritto articoli tecnici per riviste di settore e su Rock&Ice per qualche tempo c’è stata la rubrica “Chiedi a Dr. Piton”. E ho sempre pensato che avrei dovuto scrivere un libro, me lo hanno chiesto in molti. Ne conosco talmente tante su questo argomento che varrebbe davvero la pena divulgarlo in un modo più consono rispetto ai semplici forum sul web.

Poi un giorno ero ad El Cap Meadow, il grande prato davanti al Capitan, e Tom Evans, il famoso fotografo che tutti conoscono qui, mi passa una copia del vostro libro. Sono rimasto davvero colpito fin da subito per la sua grafica, la qualità della carta e della stampa. Ovviamente non so leggere l’italiano ma anche solo sfogliandolo risulta evidente quanto sia approfondito, ogni possibile argomento è stato trattato, anche se io ne so di più! E ho subito capito che avevate studiato anche sui miei post…!

Certamente! Devo ringraziarti anche io! Ho passato intere serate a cercare e leggere i tuoi post su internet. La mia esperienza iniziale è stata 100% autodidatta, leggevo qualunque cosa sull’argomento e poi andavo in parete a provare… Peccato nessuno avesse fatto prima un libro come il mio, sarebbe stato tutto più facile! Cosa avrà di nuovo questa versione inglese?
Di tutto! È stata mantenuta l’ossatura della versione italiana ma ogni argomento è stato ampliato con centinaia di consigli un pò ovunque. Quello che troverete sono i più recenti ed avanzati trucchi, cose che ho personalmente testato sulla mia pelle ed affinato in più di due anni vissuti in portaledge sulla parete del Capitan. Queste sono cose che funzionano davvero e quando leggerete il libro imparerete senza dubbio un sacco, diventerete climber migliori e, la cosa più importante, vi divertirete molto di più nel farlo! É stato ampliato moltissimo il capitolo di vita in parete, d’altra parte chi più di me ne ha da scrivere qui?? Di solito se ne parla poco ma è questo l’aspetto più divertente del big wall climbing! Ma anche gli argomenti più tecnici, come piazzare i copperhead o salire i temibili expanding flakes, sono stati approfonditi al massimo; nessun testo precedente era davvero esaustivo a riguardo.

E leggerete anche delle quattro più grandi innovazioni degli ultimi vent’anni in ambito artif, ossia i pecker giganti, i Totem Cams, l’All-FREE-fi e la nuova portaledge D4. Queste sono invenzioni che hanno cambiato le carte in tavola, le regole del gioco, potete starne certi!

Il materiale giusto gioca davvero un ruolo fondamentale in questo tipo di progressione o sono tutte “pippe mentali” e se sei bravo passi lo stesso?
Tutto dipende dal tipo di via che ti sei scelto. Se ne stai salendo una tecnicamente facile, come il Nose ad esempio, allora l’arrampicata è evidente ed il materiale ultra-tecnico, l’artiglieria pesante, potete anche lasciarla a casa. Ma dovete sicuramente essere ferrati sulle basi, come organizzarsi e gestirsi in parete e sui tiri, come fare un tiro da primi ma anche come pulirlo da secondi e recuperare i sacconi, come vivere in parete per più giorni. Salire big wall è un lavoro duro, meno della metà delle persone che attaccano il Nose arrivano in cima, tutti gli altri buttano le doppie molto prima! Improvvisazione significa lentezza e rischio, a qualunque livello. Devi essere sveglio e preparato per riuscire, devi avere imparato un sacco di cose PRIMA, e questo libro te le insegnerà.

Ma se puntate alto, ai veri horror show, allora il materiale corretto è più che fondamentale. Se non hai l’attrezzatura giusta, e non sai come usarla… beh, stai per morire!!

Camp e Cassin, dopo aver sponsorizzato Intelligenza Artificiale (che, lasciatemelo dire, ha avuto un gran successo!) hanno deciso di ripetersi ancora con questa nuova versione inglese. Hai avuto modo di testare un po’ dei loro materiali, cosa ne pensi?
Qui in America, ma anche in Russia con Krukonogi e in Spagna con Kopdegas, ci sono alcune aziende specializzate in materiale da artificiale e da big wall, sto pensando a Fish e Moses, ma sono piccole. Camp/Cassin è ovviamente un’azienda di un altro livello, con un mercato molto maggiore ed uno spettro di prodotti che copre diversi ambiti degli sport outdoor e di montagna, non sono certo solo specializzati sull’artificiale. Però il materiale per artif che producete voi italiani spacca davvero! Negli anni sono diventato un grande fan del materiale Camp. Adoro davvero le loro fettucce, offrono il perfetto compromesso tra “annodabilità” e spessore, puoi equalizzare i tuoi power point, appenderci tutto gli haul bag che vuoi e poi scioglierlo ancora facilmente, ovviamente col “trucco del martello” di cui parlo nel libro. Anche i loro moschettoni sono molto leggeri e le ghiere hanno la giusta durezza. Il cliff Captain Hook #2 ha il raggio di curvatura perfetto, intermedio tra i ben noti BD Cliffhanger e Grappling Hook della BD. Camp/Cassin è anche tra i più prolifici produttori di chiodi vecchio stile, i suoi Lost Arrow sono una pietra miliare, ed il piccolo pecker Iron Hawk si piazza molto facilmente e trasmette sempre molta sicurezza!

Ma a parer mio Camp si sta perdendo immense opportunità di mercato in questo settore. I pecker giganti della Black Diamond hanno davvero cambiato il gioco dell’artif estremo, spesso tiri che erano spaventosi viaggi di A4 diventano molto più abbordabili utilizzandoli nel modo giusto. Sono una delle quattro grandi innovazioni degli ultimi 20 anni. Ma BD ha toppato alla grande mettendo un cavetto troppo sottile, fanno un chiodo che tiene 1500-2000 kg con un cavetto che si rompe a 600, sempre non lo si abbia già rovinato piazzandolo, se no tiene anche molto meno! Io e Camp dobbiamo parlare… un paio di stampi ed in poco tempo byebye pecker BD…!

Quale credi possa essere l’utilità di un manuale? Ha senso passare ore e ore a leggere un “instructional book” o l’esperienza diretta in parete è sempre la miglior cosa?
Questo libro è per tutti, dal free climber con poca esperienza che vuole imparare come fare dell’artif semplice al veterano che di pareti ne ha già scalate molte ma vuole imparare qualche nuovo trucchetto. Garantisco che chiunque prenda in mano questo libro imparerà tonnellate di cose che si riveleranno utili sulla roccia. Ma come ho già detto, pratica, pratica, pratica! Non si può imparare a scalare da un libro, dovete andare là fuori e impegnarvi!

Ci sono anche molti di quelli che qui chiamiamo Big Wall Theorists, i teorici delle big wall, gente che non ne ha mai fatta una ma pretende di saperne. Questo è un gran libro anche per loro, ne impareranno altre da raccontare in giro!

Un paio di consigli per chi è affascinato da questo mondo dell’artif ma non sa come iniziare.
Andate in una falesia comoda, scegliete una bella fessura ed esercitatevi a salirla in artif (solo nut e friend, niente chiodi please, se è una via di libera!!! Ndr). Affinate i vostri sistemi, provate tutto, andare da primi, da secondi con le jumar, a recuperare sacconi pieni di pietre. Prendete familiarità con le manovre di corda che richiedono i traversi e gli strapiombi, praticate dell’arrampicata solitaria con la corda anche! Una volta imparato non è così proibitivo. Tutto torna utile! Iniziate da una parete che ha una bella cengia per bivaccare ed andate a passarci la notte. Non importa quanto veloci scaliate, sta tutto in quanto vi divertite mentre lo fate!

Prossimi progetti? Ci sono ancora sogni sul Cap che non hai realizzato o ormai è solo una caccia a spuntarle tutte dalle lista?
Certo, ci sono ancora molte vie sul Capitan che voglio salire, purtroppo sono tutte molto dure e dovrò scegliere con cura i compagni adatti. Credo invece di potermi ritenere soddisfatto con le solitarie, nove posson bastare…
Questo pomeriggio abbiamo passato ore ad organizzare il materiale per la nostra prossima via sul Cap, Ned’s Excellent Adventure, una via dura che sale tra Tangerine Trip e Zodiac. Sto seduto di fronte al furgone del mio compagno a finire quest’intervista perché la scorsa settimana ero troppo intento a mangiare pizza con te in Italia per pensarci. Adoro il Capitan perché gli avvicinamenti sono brevi, il meteo buono e la roccia fantastica. È sempre un’avventura ed un gran divertimento!
Non mi piace proprio il freddo, sarà difficile che mi troviate sul Sam Ford Fjord a Baffin in aprile… ho un compagno cileno e ci sono possibilità che un giorno nei prossimi anni faccia un giro a Cochomo. La Shipton Spire non sarebbe male ma forse preferirei il Madagascar. Fa caldo laggiù…

Intervista Fabio Elli
Galley foto gentile concessione Peter Zabrok

 

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