La bestemmia del no limits

Senza limiti (ma anche senza rischi): precauzioni

16 giugno 2015 Si intitola così un articolo come sempre interessante di Alessandro Gogna con il quale condividiamo il sentiero, un passo dietro, dell’informazione lontana da luoghi comuni, stereotipi e sensazionalismi a tutti i costi. Da qui la scelta di trattare spesso (ma non sarà mai abbastanza) il concetto di “sicurezza”. Tema centrale di questo nuovo contributo, che invitiamo a leggere integralmente sul blog Osservatorio delle Libertà in Montagna, è la contrapposizione (quindi ambiguità) che viene posta di fronte chi va in montagna dove da un lato viene spinto a seguire un famoso slogan, quello del “no limits”, mentre dall’altro preme per un confezionamento del concetto di sicurezza volta all’acquisto di prodotto che dovrebbe, stando agli esperti di marketing, eliminare il “rischio” a favore di una “sicurezza totale”. Chiuso tra le lame di questa forbice, scatta la situazione di reale pericolo. Sfruttando questo articolo, proviamo a capire perché. La condizione iniziale: siamo immortali, o quasi. Il concetto pubblicitario del “no limits” presuppone che non ci siano limitazioni a ciò che l’uomo può fare. Il concetto è vero, in gran parte, ma ciò che non viene considerato è la SOGGETTIVITA’ della questione. L’esempio perfetto è Alex Honnold ed i suoi free solo. Le capacità mentali e fisiche di Alex sono così enormemente alte che è capace di muoversi “dentro” i suoi limiti controllando ansie e paure in modo superiore a tutti gli altri. Per farlo, come ha lui stesso spiegato parlando di Dean Potter, ci vogliono anni di preparazione. Questi NON SONO esempi “no limits”, la pubblicità è fuorviante. Sono campioni maggiormente dotati, estremamente preparati ed impossibile (mortalmente pericoloso) da imitare. “I limiti ci sono per tutti, ciascuno ha i suoi, ogni gruppo di individui ha i suoi. Questo dev’essere chiaro. Non si può dire il contrario, non si può scherzare (o semplicemente esagerare a uso marketing). No limits è una vera e propria bestemmia, è un’iperbole pari a quella di chi paragona l’essenza della massima divinità a quella suina. Chi tutti i giorni profferisce questa bestemmia è l’apparato pubblicitario, il marketing in generale.” La condizione aggiunta: se anche non sei immortale, puoi diventarlo, ecco come… “Quando per esempio si voleva promozionare l’ultima APP per GPS, la frase che io udii al Festival di Trento (quindi in una sede assai competente, per di più) fu, testualmente: “perché così, finalmente, anche il signor Rossi potrà andare ovunque voglia, in piena sicurezza. Questo, tradotto, significa che per il signor Rossi non ci saranno più limiti. Vuole dire predicare una gigantesca falsità alle migliaia di signori Rossi, allo scopo che questi comprino questo “dannato” oggetto… che non è importante qui sapere se funziona, o se non funziona.” Già solo questa frase basta a spiegare il tutto. L’idea di sicurezza non si basa su capacità, abilità e giudizio (soggettività) ma sul portare con sé uno o più articoli (oggettività) che cancellano il rischio. Questo perché accade? Perché si DELEGA all’oggetto la nostra incolumità. Il concetto di delega tra l’altro, era già stato toccando quando si era trattato di leggi che potrebbero limitare i morti in montagna. Contro la tecnologia quindi? Certo che no!!! Già a questo punto, la banale osservazione sarebbe quindi di essere “contro” la tecnologia. Ovvio che la tecnologia aiuta, ha aiutato ed aiuterà sempre di più: i prodotti migliorano di anno in anno, durano più a lungo, le comunicazioni sono estremamente veloci. Ad esempio “le previsioni meteorologiche sono ben altra cosa rispetto a solo 30 anni fa. Quando c’è alta pressione sulle Azzorre siamo tranquilli… Ma quando la meteo è incerta, abbiamo una considerevole percentuale di gente che fa attività in montagna, confidando nella cosiddetta “finestra” di bel tempo. Se avessimo previsioni del tutto inaffidabili, nessuno parlerebbe di “finestra”, qualcuno in più starebbe a casa. Questo discorso porterebbe assai lontano, il mio scopo non è quello di convincere ma è solo quello di fornire dei bagliori di verità alternativa. Dunque sì alle informazioni, alle tecniche e alla strumentazione: ma senza diventarne schiavi o fanatici, senza attribuire loro maggiore importanza di quanta ne riserviamo al nostro istinto.” Ancora una volta non basta che sia l’OGGETTIVITA’ della sicurezza (previsioni sempre più accurate, materiali sempre più tecnologici, ecc) ma anche la SOGGETTIVITA’ dell’utilizzo di essi (capacità decisionale, valutativa, ecc.) come già ne aveva parlato Popi Miotti nell’articolo “Più Tecnologia = Più Sicurezza?” Come vincere quindi la “montagna assassina?” Il legame tra montagna e morte è tutt’altro che superato, anche nel 2015. Da un lato è vero: la montagna è un posto dove si muore. Può non piacere o essere “politicamente scorretto” dirlo ma di fatto è un posto che presenta dei pericoli e l’operazione di marketing di annullarli con l’acquisto di uno o più oggetti è ciò su cui si basano questi articoli. Dall’altro c’è chi usa l’argomento “morti in montagna” per sviluppare la propria testata, essendo sempre un argomento che colpisce molto l’opinione pubblica, il più delle volte tuttavia senza prendere posizioni sull’accaduto o provando a dare possibili soluzioni (senza sia chiaro avere la superbia di proporle come soluzioni certe e definitive). “Ciò di cui prima di tutto dobbiamo dotarci è la modestia di fondo che ti dà il senso del limite, esattamente contro l’imperversare del no limits. Questa volta, decisi! Avere il senso del limite è una manifestazione di umiltà, di ricettività all’esempio e all’insegnamento degli altri, amici e non amici. E’ manifestazione di “amore” per la montagna perché c’è il rispetto per essa, che ti può dare indifferentemente gioia o dolore.” Un approccio “umile” alla montagna: la capacità di darsi la giusta fiducia. “Umiltà vuole dire capacità di dare fiducia, dunque dare amore. Se c’è una cosa che quasi tutti noi facciamo malvolentieri è proprio il dare fiducia. E’ raro che lo facciamo. La diamo se siamo innamorati, quindi in una condizione di amore. E quanto dare fiducia a noi stessi, alla totalità di noi stessi?” Il capirsi, comprendersi e valutarsi torna al centro della questione. Ancora una volta, una coerente autovalutazione dei propri mezzi e capacità e una propensione ad investire su di essi piuttosto che sul mezzo tecnologico, può dare una maggiore sicurezza. “E’ importante dunque, accettando la molto incompleta conoscenza di noi stessi, dare grande fiducia a ciò che ci dirige nel bene e nel male. E’ l’unico valido sistema per fare in modo che le nostre scelte profonde coincidano con la nostra sicurezza. Il riconoscimento del limite (e dunque l’umiltà e l’amore) è l’unico passaporto per la vera responsabilità, la sola “carta” che ce la può permettere. Un individuo responsabile è davvero libero (nel senso dell’essere dotato di libero arbitrio): perché non è libero chi “fa quello che vuole”, ma è libero chi fa dopo aver scelto.” Tutto questo ragionamento ovviamente scardina il concetto di “montagna sicura” che si vuole vendere, riproponendo il soggetto al centro dell’azione e non l’oggetto ed è quindi difficilmente attaccabile (ma sarebbero interessanti delle repliche). Stefano Michelin      
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