Il puzzle dell'Everest

Cosa succede sul tetto del mondo (di Elena Corriero)

28 giugno 2012 di Elena Corriero Oggi ho aperto il sito di Kairn, come faccio tutti i giorni, e ho trovato in evidenza una breve news intitolataTroppi turisti sul tetto del mondo”. La news citava l’alpinista tedesco Ralf Dujmovits, che commentava l’affollamento sull’Everest, dichiarandosi rattristato per ciò che aveva visto. A una profana come me la sua fotografia, che ritrae una lunghissima fiaccolata di astronauti lungo la via normale, aveva fatto impressione, soprattutto per le tragiche morti di quegli stessi giorni. L’intervista di Simone Moro, che paragonava l’Everest a Gardaland, mi aveva colpito ancora di più. Mi chiedevo se davvero l'Everest fosse diventato un luna park, e quale fosse il ruolo degli operatori commerciali nel determinare la pericolosità della montagna; mi chiedevo se davvero gli aspiranti alpinisti al seguito delle grosse spedizioni fossero carne mandata al macello, e quali fosse il modo migliore per affrontare i problemi posti dal sovraffollamento.   Il 2012 è stato paragonato al funesto 1996, quando sulla montagna morirono ben 14 persone; secondo numeri non ancora ufficializzati, il bilancio di quest’anno è di 10 morti. Ma le notizie non sono così facili da confermare, basti pensare che per alcuni giorni c’era stata incertezza perfino sull’identità di un morto.  Le notizie dalla montagna arrivano frammentarie e confuse, finché non vengono confermate attraverso laboriose indagini e interviste con le spedizioni. La fonte più autorevole per ottenere informazioni precise e numeri è Ms. Elizabeth Hawley, curatrice dell’Himalayan Database, che registra da decenni i dettagli di tutte le spedizioni lungo il versante nepalese.   Il TRAFFICO   É a Ms.Hawley che mi rivolgo per capire se il traffico sull’Everest nel weekend del 19 maggio sia stato un fatto eccezionale, o una situazione abituale. “La concentrazione di molte persone nella parte alta dell’Everest nei due giorni del 19 e del 25 maggio”, mi risponde Ms.Hawley, “è stata assolutamente inusuale”. Altrettanto atipico che la maggior parte salisse dal versante nepalese, anziché dividersi come negli anni precedenti fra i versanti nord (Tibet) e sud (Nepal). Questo, secondo la Hawley, è dovuto all’aumento del costo del permesso per scalare in Tibet, nonché alle condizioni generali che rendono più complicata la logistica e la sicurezza sul versante nord.  Mentre Elizabeth Hawley è prudente nel tracciare una tendenza stabile, Simone Moro non ha dubbi che il traffico investirà sempre più il versante nepalese.  “L’Everest dal versante cinese costa  il 30% in più rispetto all’anno scorso, dall’anno prossimo il costo [sui due lati] sarà equivalente. Il versante nord sarà sempre più spopolato. Il permesso in Cina costa 7.500$, inoltre sei soggetto alle decisioni strampalate dei cinesi. Il campo base è lercio, se hai un edema non puoi scendere di quota, nessuno ti considera, non arrivano gli elicotteri… Il permesso per il Nepal costa 10.000$, il campo è pulito, arriva l’elicottero e sei in un paese amichevole…” I numeri esatti non sono ancora disponibili, ma in una stima approssimativa Eberhard Jurgalski, curatore di 8000ers.com mi risponde che circa 550 persone sono arrivate in vetta nel 2012. Grandi numeri, non c’è dubbio, ma non troppo dissimili da quelli degli anni precedenti: 457 alpinisti sono arrivati in cima nel 2009, 543 nel 2010 e 542 nel 2011. Nel 2007 si è raggiunta la cifra eccezionale di 633 ascensioni (fonte E.Jurgalski).   IL TEMPO   Niente di strano, dunque? Non esattamente, visto che negli anni precedenti, secondo quanto spiega Ms. Hawley, le spedizioni si dividevano quasi pariteticamente fra i due versanti, mentre quest’anno le salite sono state concentrate sulla via che passa per il Colle Sud. A peggiorare le cose ci si è messo anche il tempo, insolitamente volubile per il mese di maggio. Uno studio pubblicato sull’American Alpine Journal mostra chiaramente come il successo delle spedizioni sia una funzione del periodo scelto: la primavera - in particolare maggio - pare essere la stagione migliore, probabilmente soprattutto per le condizioni meteorologiche stabili. Quest’anno, tuttavia, un insieme di fattori ha contribuito a ritardare il piazzamento delle corde fisse. In un primo momento, spiega Eric Simonson, manager, comproprietario e guida di International Mountain Guides, la parete del Lothse era ghiacciata, con caduta di rocce; un problema risolto con le abbondanti nevicate, che però hanno ulteriormente ritardato i lavori per il fissaggio delle corde sopra il Colle Sud. In sostanza, le corde sono state piazzate solo il 18 maggio, anziché nella prima settimana del mese, come negli anni precedenti, determinando un picco di traffico mai visto prima nella seconda metà del mese.    I MORTI   Al 21 maggio erano stati registrati quattro decessi sull’Everest. Grayson Schaffer di Outside Online ne riportava i nomi dal Campo Base: Shriya Shah, una donna canadese di origine nepalese; il cinese Ha Wenyi; un dottore tedesco, Eberhard Schaaf, e il coreano Song Wonbin. Secondo tutte le fonti, nessuno di loro era al seguito di una spedizione commerciale autorevole (o per dimensioni o per esperienza, o per entrambe) come Himex o International Mountain Guides.  La donna canadese si era affidata a una compagnia, “Utmost Adventures”, che né IMG né Peak Freaks avevano sentito nominare prima. “Questa compagnia”, mi scrive Tim Rippell, proprietario e guida di Peak Freaks, “che affermava di essere un operatore commerciale […], non aveva nessuna credenziale per la guida in alta montagna, né precedenti esperienze o referenze sul proprio sito.”  Eric Simonson di IMG mi conferma quanto esposto da Rippell, spiegandomi che in effetti c’è un numero crescente di compagnie nepalesi che vogliono entrare nel business, ma che non si appoggiano a guide certificate, che non hanno nessun tipo di supporto, né l'autorevolezza per imporre al cliente di scendere quando le condizioni lo richiedano. Un fatto sottolineato da Schaffer, che riporta come alcuni sherpa abbiano dichiarato che due dei morti si fossero ostinati a salire nonostante i loro sherpa li pregassero di scendere. “Ci sono centinaia di compagnie che vendono l’Everest”, spiega Simonson, “ma che non gestiscono direttamente la spedizione, non c’è modo di stabilire la responsabilità di chi fornisce il servizio.”   LE CIFRE   É altamente probabile che la definizione di “operatore commerciale” sia cruciale nel comprendere alcune problematiche dell’Everest, come dimostra il fatto che nessuna delle compagnie più autorevoli sia stata coinvolta negli incidenti mortali dello scorso mese. In effetti, le cifre sembrano dire che la montagna è diventata più sicura, visto che la proporzione dei decessi sul numero totale delle salite è diminuito costantemente, fino ad attestarsi sotto l'1.5% negli ultimi anni, secondo i dati forniti da Eberhard Jurgalski. Raymond Huey e Richard Salisbury, nel loro studio Success and Death on Mount Everest,ipotizzavano che il declino delle competenze tecniche e dell’esperienza media dei climber fossero state più che compensate dai miglioramenti dell’attrezzatura e della logistica, migliori previsioni e maggiore conoscenza delle vie, nonché maggiori capacità dei portatori e dei capi spedizione”.  Moro è fortemente convinto che gli scalatori sull’Everest manchino di competenze. “Solo il 10% delle persone che oggi salgono l’Everest sono capaci di affrontare la salita con un grosso margine di sicurezza, che se gli finisce la bombola hanno ancora la birra per venire giù. Che se c’è una zona ghiacciata sanno usare ramponi e piccozza. Nessuno è mai sicuro al 100%, qui però abbiamo persone totalmente dipendenti, dalle fisse, dalle guide, dagli sherpa.”   COME LIMITARE IL RISCHIO   Le competenze e le risorse delle grosse spedizioni diventano allora la chiave di volta per capire come “alpinisti” poco esperti, e con un curriculum spesso scarno, abbiano maggiori possibilità non solo di tornare a casa sani e salvi, ma anche di coronare il proprio sogno e raggiungere la vetta. Il supporto offerto dalle spedizioni più autorevoli è tale da compensare capacità tecniche e preparazione fisica ridotti, ma le maggiori compagnie comunque si tutelano dai rischi eccessivi selezionando i propri candidati. Eric Simonson dichiara che IMG ha rifiutato circa 10 domande nel 2012. “Non è nel nostro interesse accettare persone che non hanno buone possibilità di arrivare in cima. Vogliamo che i nostri potenziali clienti dimostrino di avere scalato almeno un 6000 come il McKinley, oppure l’Aconcagua, e con buoni risultati. Ci aspettiamo che abbiano buone capacità tecniche, scalata su ghiaccio, cramponage, corde, calate.” “La donna canadese”, continua Eric, “non aveva esperienza, noi non l’avremmo accettata. Non era sicuro per lei scalare sulla montagna.” Anche Peak Freaks, la compagnia decisamente più piccola di Tim Rippell, insiste sulla preparazione tecnica, e offre una formazione specifica per i climber con uno “storico debole”, ovvero con poca esperienza o abilità tecnica. Sia Tim sia Eric concordano nel dire che se un cliente si trova in difficoltà durante la salita, o è troppo lento, lo rimandano indietro. Nel 2008, Tim racconta di avere trascinato giù per gli stivali un cliente che si era rifiutato di obbedire e di scendere. “Nessuno muore quando sono di turno io!” conclude. Il punto di forza dei maggiori operatori commerciali sono le risorse e i grandi numeri. Per il tentativo di vetta, quasi tutti offrono una proporzione di 1:1 fra sherpa e cliente, cui si aggiungono le guide, in proporzione variabile a seconda della cifra pagata, e il supporto logistico: comunicazioni efficienti, personale medico, sherpa, guide e risorse per fare fronte alle emergenze, ossigeno. Sono i grossi operatori che si occupano del piazzamento delle scale nella Icefall e delle corde fisse lungo il percorso e che, fino all’anno scorso, se ne accollavano i costi (nel 2011, Russell Brice di Himex ha introdotto un sistema che prevede il contributo dei piccoli operatori e dei team privati).   LA LENTEZZA   Maggiori risorse e migliore logistica significano maggiore sicurezza per gli operatori commerciali; nonostante le maggiori spedizioni incidano notevolmente sul traffico lungo la via, esse sono le meglio preparate ad affrontare le situazioni potenzialmente rischiose e a ridurre le conseguenze negative che i clienti possono riportare a causa dei ritardi lungo il percorso. Conoscono la montagna e le dinamiche della salita, compresa la lentezza che la caratterizza. La lentezza deriva sia dalle ridotte capacità tecniche di molti climber, sia dall’uso estensivo delle fisse, sia dalla morfologia di alcuni tratti del percorso, che in alcuni punti si trasforma in un vero e proprio collo di bottiglia. Nell’attraversamento della seraccata del Khumbu, o sul famoso Hillary step, passa una sola persona per volta, e i tempi di attesa, già alti a causa del numero elevato di scalatori, crescono esponenzialmente quando alcuni di essi si dimostrano palesemente incapaci di manovrare in modo indipendente. “In alcune spedizioni, non quelle più famose, ho visto gente che non sapeva usare la jumar, che aveva bisogno dello sherpa per spostarlo da una corda fissa all’altra; mostruose, palesi incapacità”, racconta Simone Moro, che proprio a causa dell’incredibile traffico e lentezza lungo il percorso aveva rinunciato al suo progetto di combinare la salita senza ossigeno dell’Everest a una nuova via lungo la cresta del Lothse. L’impatto che le lunghe attese - si parla anche di ore per l’Hillary Step -  hanno in alta quota, dove muoversi è fondamentale per mantenersi caldi e in ultimo sopravvivere, può essere molto diverso a seconda delle risorse a disposizione e dell’equipaggiamento. La disponibilità di ossigeno è fondamentale per mantenere il calore corporeo e la mente sveglia, per evitare congelamenti, ipotermia, delirio, ma la competenza dei climber e dei loro accompagnatori, la loro conoscenza della via e delle dinamiche del traffico, giocano un ruolo altrettanto importante. Chi frequenta l’Everest sa cosa aspettarsi, chi ha meno dimestichezza può rischiare di trovarsi in situazioni pericolose o fuori controllo. Secondo quanto ha dichiarato al Daily Telegraph Song Young-il, membro di una spedizione coreana indipendente, il suo team sarebbe stato costretto ad attendere 4 ore prima di poter scendere lo Hillary Step, dopo avere raggiunto la vetta alle 7 di mattina. Song Wonbin sarebbe poi collassato e morto durante la discesa della Balcony; secondo lo sherpa che li accompagnava, “è morto perché ha dovuto aspettare così a lungo”.     EFFETTI COLLATERALI   Qual è stata la causa degli incidenti, allora? I tempi di salita dilatati? Il vento in quota, che peraltro era previsto? L’incompetenza degli operatori coinvolti, piccole compagnie di scarsa esperienza e prive di un adeguato appoggio? Sembra difficile dirlo, ma pare invece evidente che la prolungata esposizione alla quota e alla temperatura non abbia risparmiato nessuno, determinando un gran numero di incidenti “minori”.  Nel suo articolo per Outside Online, Schaffer riporta di un cliente di IMG recuperato dal Campo II a causa di un grave congelamento ai piedi.  “Quando si è alzato il vento”, spiega pragmaticamente il sito di Everest ER, un’associazione no-profit di “medici in prima linea” sulla montagna, “il freddo ha penetrato perfino gli scarponi da 800$. E non importa quanti strati di piumino tu abbia addosso, se sei costretto ad aspettare […] è praticamente impossibile rimanere caldi.” I rischi sono malattia da quota, ipotermia, congelamenti. “Normalmente vediamo 5-6 casi di congelamento nel corso della stagione”, riporta il sito, “ma quest’anno ce ne sono stati 20, e 15 nel solo weekend [del 19 maggio]”. Everest ER riporta di avere visitato più di 570 pazienti nel corso della “più drammatica stagione che si ricordi”. “Molti concordano nel dire che bisogna fare qualcosa - qualsiasi cosa - per ridurre l’inutile rischio di così tanti climber che convergono sulle fisse contemporaneamente…”   IL COORDINAMENTO   Quando gli chiedo se esista un coordinamento fra le spedizioni per i tentativi di vetta, Eric Simonson di IMG mi risponde dicendo che si tratta piuttosto di una “partita di scacchi”. “Da un punto di vista strategico, un team può essere più avvantaggiato non annunciando i propri piani”, spiega. Questo, in particolare, per evitare che i piccoli team si accodino per ottenere supporto nel caso di problemi. Grayson Schaffer mi conferma che in generale le grosse spedizioni si parlano fra di loro, mentre fra le altre il coordinamento manca del tutto; nel suo articolo, riporta che le guide da lui intervistate “concordavano che le morti recenti siano imputabili a semplice disorganizzazione generale e forse a un po’ di sfortuna”. Simone Moro è molto pragmatico nella sua visione del problema. Fattori cruciali nel determinare il rischio sono, secondo l’alpinista italiano, la mancata consapevolezza delle proprie capacità da parte degli aspiranti “alpinisti” e la loro scarsa preparazione fisica. Ma non bisogna demonizzare le spedizioni commerciali, anzi. “Le spedizioni commerciali sono una benedizione per il Nepal”, mi spiega. Ma sebbene gli operatori più quotati siano, secondo Moro, i più sicuri, perché impongono al cliente altre salite di preparazione all’Everest, non tutti i clienti sono disposti a spendere e a progettare l’Everest come il culmine di un percorso di apprendimento. “Alcuni si fanno consigliare”, mi spiega Simone, “altri vanno da spedizioni più spregiudicate e mercenarie che prendono chiunque anche per soffiare clienti alle altre.” Detto questo, il problema del traffico rimane, e non si può pensare di risolverlo con una limitazione dei permessi, che i governi di Cina e Nepal non attueranno mai, ma nemmeno con i richiami all’etica dell’alpinismo. L’affollamento sulla montagna va affrontato con senso pratico e realismo, partendo dal presupposto che l’Everest continuerà a essere una cima ambita da una moltitudine di persone.  Chiedo a Moro il perché di quel suo paragone fra l’Everest e Gardaland. “La mia non vuole essere una critica tout court”, mi spiega. “Nell’evidenziare questa criticità vorrei sollecitare le spedizioni a rielaborare le strategie di vetta, parlarsi e mettersi d’accordo; prima di quest’anno non erano mai saliti tutti nelle stesse giornate. Mi piacerebbe che tornassero ai vecchi usi.”   Ringrazio per l’aiuto che mi hanno dato e per la pazienza nel rispondere alle mie domande Simone Moro Elizabeth Hawley Richard Salisbury Eberhard Jurgalski Tim Rippell (Peak Freaks) Eric Simonson (IMG) Grayson Schaffer Roberto Mantovani   Elena Corriero            
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