Mike Kosterlitz, l'alpinista che ricevette il Nobel

Il celebre scalatore riceve il prestigioso premio per la Fisica

05 ottobre 2016

Mike Kosterlitz, un nome legato tanto alla roccia quanto alla fisica, tanto all’arrampicata quanto alla scienza. Ieri infatti, il famoso apritore di molte vie in Italia fin dagli ani ‘60 ed esponente del Nuovo Mattino, ha ricevuto il Nobel per la Fisica insieme ai colleghi Thouless e Haldane “per il loro contributo allo studio della materia esotica nel mondo quantistico e per le loro scoperte delle transizioni di fase topologiche della materia.”

La storia di Kosterlitz come alpinista nel nostro paese parte dalla fine del 1960 quando, allora studente del Politecnico di Torino, fu portato le prime volte in Valle dell’Orco da altri due guru dell’arrampicata nostrana, Gian Carlo Grassi e Gian Piero Motti. Con alle spalle già delle salite importanti in Civetta e ai Dru, scopri e contribuì a sviluppare un nuovo modo di intendere e vivere l’arrampicata.

Dalla guida Valle dell'Orco di Versante Sud proponiamo un estratto delle guide che parlano di Mike Kosterliz, nello specifico la sua celebre fessura e la via Sole Nascente, capolavoro al Caporal.

Massi del Sergent
Due di essi sono famosissimi, il Masso Kosterlitz e La Fissure du Panetton, ma moltissimi altri sono in attesa di essere scoperti. Anche se, a ben vedere, alcuni sono stati saliti nelle loro linee più evidenti, fin dagli anni settanta. Questo gruppo di enormi massi di granito ha vissuto varie disavventure, che vale la pena di ricordare, in modo che si possa trarne una lezione per gli anni a venire. A metà degli anni novanta, durante la costruzione della nuova galleria, il Masso Kosterlitz stava per essere distrutto dalle ruspe. Una encomiabile petizione degli arrampicatori riuscì incredibilmente a salvarlo. Trovandoci in Italia, c’è da pensare che forse il primo firmatario della petizione di nome facesse Padre Pio!!! Oggi il Masso si trova per metà inglobato nel cemento, ma almeno un pezzo di storia dell’arrampicata italiana (il primo VII grado d’Italia?) è salvo e le attuali generazioni possono continuare così a confrontarsi con la celebre fessura. Pochi anni dopo qualcuno pensò (male) di spittare delle linee sui massi più strapiombanti e privi di prese, scavandole completamente, come accadde sul celebre Sasso Remenno in Val di Mello. Fortunatamente la cosa non ebbe seguito e altrettanti ignoti oggi han fatto sparire (quasi) ogni traccia di quelle vie. Rimane qualche catena di sosta sparsa qua e là... In seguito fu spittata la celebre Fissure du Panetton, che era stata liberata niente meno che da Patrick Edlinger. Gli spit furono rimossi ma per ben tre volte vennero rimessi: mentre sto scrivendo queste righe non ci sono, definitivamente? Infine nel 2008, in seguito alla rimozione di tutti i cavi messi sul Sergent dall’impresa di costruzione della galleria da parte di un gruppo di volenterosi, tutto il materiale tolto fu lasciato alla base dei massi. Fortunatamente qualcuno (il Comune, Il Parco o l’Anas?) si è incaricato di rimuoverlo... È accaduto il secondo miracolo!

Insomma, non sembra vero ma oggi la zona sta riacquistando piano piano una sorta di decenza, anche se è ben lontana da come era prima degli anni novanta. Permangono infatti costruzioni inutili, materiali abbandonati e rifiuti di vario genere. Ed è un peccato, se si pensa che potrebbe divenire un’area boulder tra le più apprezzate del Piemonte, considerato che è frequentabile in piena estate! È triste dirlo, ma forse noi italiani dovremmo un po’ viaggiare all’estero per capire come sfruttare (e preservare) le nostre risorse. I singoli possono però fare ben poco, servirebbe forse l’iniziativa di un gruppo consistente di climbers, magari di qualche nota palestra piemontese. Si dice che il boulder vada di moda, ma forse quello che interessa non sono i massi, la bella roccia, un ambiente alpino d’eccezione come la Valle dell’Orco. Se fosse così, questa sarebbe già una delle più belle aree d’Europa, invece di essere poco più che una discarica...

Avvicinamento: all’uscita a monte della galleria, proveniendo da Noasca in direzione di Ceresole, svoltare subito a sinistra verso il Campeggio La Peschiera. A lato della strada si incontra subito il masso Kosterlitz, con la celebre fessura. Poco oltre, in fondo alla strada, è il masso della Fissure du Panetton, con la fessura rivolta a est. Scendendo (a piedi per 5 minuti) sulla strada si incontra sulla sinistra il masso di Non so chi mi Tenga, poco sopra la strada.

Esistono moltissimi massi ancora da scoprire o ri-scoprire. Ad esempio appena a lato della Fissure du Panetton. Oppure sul sentiero che conduce al Nautilus (vedi Sergent), a 5 minuti dalla strada. Anche nel campo di fronte alla Fessura Kosterlitz vi sono bellissimi massi vicino alle case e così pure poco più avanti, sotto il Droide di San Menerio, nei campi a lato della strada. Infine anche dall’altro lato del torrente, sotto la Parete del Disertore, vi sono alcuni boulder che “tolgono gli occhi a un cieco”... Alcuni sono stati saliti dall’inglese Tom Randall e i suoi amici.

FESSURA KOSTERLITZ
Mike Kosterlitz, 1970
6b boulder
7 m

Spit sulla cima, celebre fessura su un masso, liberata da Mike Kosterlitz nel 1970 e ripetuta da Roberto Bonelli solo 8 anni dopo. La fessura propone un incastro di mano, leggermente strapiombante all’inizio. È divenuta così famosa perché salendola con altre tecniche che non siano l’incastro è molto più difficile. La fessura è gradata 6b boulder, ma per alcuni arrampicatori non in possesso della tecnica adatta, risulta difficilissima, se non impossibile. Solitamente la Fessura Kosterlitz si sale slegati, ma è bene rendersi conto che si tratta di un high-ball, anche possedendo il crash pad. Si consiglia pertanto di provarla prima con la corda dall’alto.

CAPORAL
Il Caporal è la parete più famosa della Valle dell’Orco e, forse, dell’intero Piemonte. Essa rappresentò il fulcro dell’evoluzione della scalata negli anni settanta nell’Italia Occidentale, il luogo ideale dove mettere in pratica la neonata filosofia del Nuovo Mattino. La storia della parete abbraccia ben 35 anni ed è tanto importante quanto affascinante. Infatti il Caporal ha ospitato, in ogni rispettivo periodo, un itinerario di avanguardia, quasi gli apritori abbiano voluto scegliere questa parete come loro manifesto.
Alla prima via, battezzata logicamente Tempi Moderni (1972) fece seguito un piccolo capolavoro come il Sole Nascente (1973), quindi le grandi artificiali yosemitiche (Comanches, Strapiombi delle Visioni, 1974): questo può essere definito il periodo classico del Caporal, tutto dedicato alla salita delle linee più estetiche ed evidenti. La libera si affermò prepotentemente nel 1979, anno del primo VII grado (Orecchio del Pachiderma), poi con la salita in libera del Diedro Nanchez (1980), fino ai limiti estremi di Arrapaho (1983), che inaugurà lo spit su questa parete.
Gli anni ottanta proseguirono senza molte novità, se non l’avvento delle vie moderne aperte dal basso (1989, Tapis Roulant), che proseguirà negli anni novanta (la superestrema Colpo al Cuore). Nel 1998 il Caporal torna a far parlare di sè con due vie complementari, l’artificiale estrema del Sogno di Jack e la libera moderna di Aquila della Notte. Il nuovo secolo afferma poi questa tendenza: da una parte vengono liberate le grandi vie, dall’altra vengono salite le ultime linee in artificiale.
Ma dopo le vie è bene ricordare i nomi degli apritori, praticamente tutta la crema dell’alpinismo occidentale dell’ultimo trentennio. Dagli scopritori Manera, Motti, Grassi, Kosterlitz, Gogna agli arrampicatori estremi Bernardi, Manolo, Pedrini e Bassi, fino ad arrivare ai neo-tradizionalisti Bonelli, Beuchod, Caneparo, Perucca. Si affacciano infine i chiodatori moderni Bar e Oviglia e gli artificialisti new age come Folco e Buccella. Poi i liberisti Larcher, Farina, Nardi, Brenna, Berthod e Favresse, completano il quadro degli ultimi anni.
Ma vale la pena analizzare ogni tappa, dato che tutte le vie hanno una loro storia e filosofia alla base...

“Risalendo la Valle dell’Orco poco dopo Noasca, quando la strada comincia a inerpicarsi nella cupa e selvaggia gola che poi, come per incanto, si apre e lascia spazio alla splendida conca di Ceresole Reale, sovente il mio sguardo si era posato, poco prima della galleria, su una gigantesca lastra di granito grigio e giallastro che si alzava per più di 200 metri da un caos di blocchi ammonticchiati. Lo sguardo indagatore andava alla ricerca di qualche possibile via di salita tra quei lastroni panciuti e levigati che ricordavano le muraglie granitiche della Yosemite Valley in California. Ma ogni desiderio di salire mi pareva impossibile…”. Così inizia un articolo di Gian Piero Motti che riferisce sulla scoperta del Caporal… Sono parole scolpite nel cuore di chiunque abbia arrampicato in Valle dell’Orco, perché fu questo l’inizio di tutto, quella che possiamo definire una vera e propria “rivoluzione” nell’ambito dell’arrampicata.
È il 1972 e ciò che per Gian Piero solo pochi anni prima pareva impossibile ora si sta concretizzando. Con Guido Morello ha individuato una possibile linea di salita e ne parla a Ugo Manera. Insieme attaccano quella che sarà, ovviamente, la via dei Tempi Moderni” dovuta terminare pochi giorni dopo in compagnia di Boreatti e Leone. Ma la pietra nello stagno è gettata e non è più possibile fermare le onde... Anche Ugo Manera è entusiasta della parete e sale lo spigolo Sud Est. Arriva anche il genovese Alessandro Gogna a salire i Tempi duri, in risposta ai “Tempi moderni” degli amici rivali. Ma a Motti non interessa la gloria personale e vuole capire meglio gli sviluppi a cui può portare l’azione su una parete come questa: si unisce perciò come secondo di cordata al fortissimo scozzese Mike Kosterlitz, che rappresenterà la chiave per innalzare il livello sino a difficoltà sconosciute agli arrampicatori piemontesi. Grassi così descrive “il maestro”: “L’incontro con Kosterlitz fu per me l’inizio di una svolta, l’embrione che incominciò a svilupparsi e a operare verso quella giusta trasformazione del senso eroico attribuito alla mia attività alpinistica. Mike portava nel suo modo di arrampicare una gradevole dimensione sportiva, non annegata di retorica e svincolata da ogni luogo comune. Era un dissacratore dell’estremamente difficile, pur rimanendo conscio dei propri limiti. Il fatto di vederlo superare certi passaggi in arrampicata libera era una dimostrazione gratuita di evoluzione.

Arrampicava sui massi e sulle pareti di granito in modo eccezionale, ma in forma sostanzialmente diversa…” Oggi Mike è ritornato in Inghilterra ma non arrampica più, bloccato per sempre dalla sclerosi. Per anni ha rifiutato di parlare di quei giorni, preferendo cercare di dimenticare l’arrampicata e l’alpinismo che pur gli avevano dato molto nella vita.

Ma ritornando alla parete del Caporal il problema è ora lo scudo centrale, dove attira una linea di incredibile bellezza. Un primo tentativo non dà frutti, siccome occorrono anche i chiodi a pressione, e i due restano a guardare la parete godendosi il sole. Ma la giornata è positiva perché la loro fantasia inventa sui muri lisci del Caporal una via straordinaria, quella che diverrà la via del Sole Nascente.
A Gian Piero paiono spalancarsi improvvisamente mondi straordinari e sconosciuti e, presagendo una grande avventura, chiama con sè il giovane Gian Carlo Grassi.
È giusto ricordare con le parole di Gian Carlo quel giorno, se non altro per capire la portata storica dell’impresa e per vedere le cose da un angolazione diversa da quelle dell’amico Gian Piero: “Mike fungeva da capocordata, quindi pensai che a seguirlo non rischiavo niente, ma più che seguire aspettavamo: sette ore per due tiri di corda! Ritornammo la domenica successiva. Mike aveva creato un capolavoro superando la grande placca con estrema arrampicata libera e forse avevamo la chiave per concludere la scalata… Mike, sempre più in alto, appiccicato alla parete grigia e strapiombante che ripeteva in continuazione: “difficile”. E noi sapevamo riconoscere il significato di quel termine”.
Tuttavia, come ho già detto, non era tanto il concetto di difficoltà a rappresentare la vera novità di quel genere di vie: quello che interessava Motti era soprattutto l’esperienza in parete, un qualcosa di nuovo che apriva le porte della percezione verso elementi sino ad allora trascurati.
Dopo il Sole Nascente (aprile 1973) ormai tutto pareva detto, in incredibile anticipo rispetto a quanto potessero immaginare i loro stessi autori. Le altre vie del periodo classico, seppur magnifiche, non sono che il replay di quella storica domenica di aprile. Furono salite la Rivoluzione, Il Lungo Cammino dei Comanches, Itaca nel Sole; vie artificiali perché, come ho detto, non era tanto importante il come si saliva (non era escluso, per esempio, l’uso dei chiodi a pressione, come del resto in Yosemite, nè si sposavano in toto le tesi di Royal Robbins a riguardo). Certo di Kosterlitz ce n’era solo uno e le sue performance in libera erano irripetibili per i torinesi. Ma, nella prima salita del Diedro Nanchez, che chiuse il periodo d’oro del Caporal, un nuovo protagonista si affacciava alla scena. Era il giovane Danilo Galante, anticonformista e spiantato, destinato però, nella sua breve vita, a lasciare il segno. Per compatibilità di carattere egli legò più con Grassi che con Motti (che era un intellettuale borghese) e, per una sorta di rivincita, con questi diede vita all’esplorazione del Sergent che, come vedremo, riservò anche qui delle grandi imprese.
La morte di Galante lasciò un vuoto. Grassi si rivolse all’esplorazione dei massi e delle palestre torinesi e Motti rallentò molto la sua attività. Le cose non potevano che ripartire da Kosterlitz che rappresentò l’esempio e la motivazione per il salto di qualità dei giovani locali.

SOLE NASCENTE
Gian Carlo Grassi, Mike Kosterlitz, Gian Piero Motti, 18 aprile 1973
La via è stata liberata dall’A0 che rimaneva da Michele Amadio e Adriano Trombetta, nel 2008
7b o 6a+/A2+(5c obbl.)/R2+/III
205 m (7L)
Materiale: la via è interamente chiodata, ma conviene portare micronut e due serie di friend. Attualmente l’artificiale è ben attrezzato, 10 rinvii, 2 corde da 60 m.

Sole Nascente rappresenta il simbolo dell’arrampicata anni settanta in Valle dell’Orco, essendo stata, all’epoca dell’apertura, una via innovativa sotto tutti i punti di vista. Il tracciato, grandioso e originale, l’impossibilità di ritirata, l’artificiale e la libera estrema, contribuirono negli anni a fare di questa via un vero mito. Seppure non difficilissima (con i parametri attuali), anche oggi che è stata tutta liberata, questa via rimane molto impegnativa per la sua sostenutezza e per la chiodatura, non sempre buona. Su di essa furono superati diversi passaggi di 5c/6a obbligatorio (come ad esempio il mitico traverso), che contribuirono a far rimanere il Sole Nascente, per molti anni, la via più dura del Piemonte.
Se si sale la prima lunghezza in libera, prima di arrivare al fessurino, tenere il bordo spiovente a sinistra.

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