Riccardo Cassin 1909 - 2009

Ha segnato il secolo scorso

06 ottobre 2009     Nasce nel 1909 a San Vito al Tagliamento (Friuli). A 17 anni la sua famiglia si trasferisce a Lecco dove il giovane Riccardo inizia a lavorare come muratore. Si iscrive ad un circolo sportivo e pratica con buoni risultati la boxe, fino al 1929, anno in cui inizia ad arrampicare sulle guglie della Grignetta, proprio sopra la sua città. Due anni più tardi è già alle prese con un itinerario nuovo, progettato e realizzato con la leggendaria Mary Varale, un personaggio affascinante che spesso si lega con Riccardo.   La coppia apre la Mary sulla est della Guglia Angelina in Grignetta, una via breve ma già impegnativa: V+/A0. In un paio d’anni, con Mary Varale e altri compagni molto forti come Mario Dell’Oro (Boga) esplora la selva pietrificata delle Grigne portandosi a casa un notevole bottino di nuove vie. Fondamentale per l’evoluzione della tecnica di Cassin è l’incontro nel 1933 con Emilio Comici, l’esteta dell’arrampicata.   Comici oltre ad essere uno scalatore plastico e leggero che sembra danzare sulla pietra come un ballerino svela ai lecchesi i segreti della progressione in artificiale e l’uso corretto della doppia corda e delle staffe. La palestra dove avviene questo corso accelerato è il Corno del Nibbio, un torrione strapiombante poco lontano dalle case dei Piani Resinelli, sopra Lecco.   Cassin fa tesoro degli insegnamenti di Comici, con quella preparazione  gli si apre un nuovo mondo pieno zeppo di tante nuove possibili vie da inventare sulle più repulsive pareti delle Alpi. Tra Comici e Cassin si instaura un rapporto di amicizia e stima, tanto che il triestino viene invitato ad aprire una via   sulla parete ovest dello Zuccone dei Campelli (Valsassina) con loro ci sono anche Mario Dell'Oro, Mary Varale e Mario Spreafico. Sempre nel 1933 c’è la prima uscita fuori dalla pareti di casa, sui monti che più assomigliano alle Grigne: le Dolomiti. Riccardo, con Antonio Piloni, compie la prima ripetizione della Comici sulla parete ovest della Torre del Diavolo nei Cadini di Misurina.   L’incontro con i monti Pallidi lascia il segno e presto Cassin sarà di nuovo su queste muraglie impressionanti, non solo per ripetere le opere di altri maestri, ma per dire qualche cosa di suo, lasciare una sua traccia. L’anno seguente infatti, ripete la via appena aperta dagli amici Panzeri, dell’Oro e Giudici sul Popena (gruppo del Cristallo), lo Spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo e la Comici sulla nord della Cima Grande. Ma soprattutto porta a termine la sua prima via nuova in Dolomiti sulla parete sud-est della Cima Piccolissima di Lavaredo, una via come molte altre di Cassin diventata classica.   Un segno più deciso Riccardo lo lascia nel 1935, quando supera con Vittorio Ratti lo splendido spigolo sud/est della Torre Trieste nel gruppo del Civetta, 600 metri verticali e strapiombanti che valgono VI+ e A1. Il passo successivo è la soluzione degli strapiombi impossibili sulla nord della Cima Ovest di Lavaredo, l’equazione del vuoto senza ritorno. La via è stata tentata da parecchi pretendenti, ma tutti si sono arenati al traverso orizzontale che, una volta terminato, precluderebbe la possibilità di ritirata. Cassin e Vittorio Ratti coscienti delle loro capacità scalano questa parete senza affanni, come fossero sulle Grigne, al primo tentativo e si aggiudicano una delle più audaci arrampicate fino ad allora realizzate in Dolomiti 550 m, VI+ e A1.    E’ la consacrazione di Cassin e dei suoi fortissimi compagni sulle pareti più ambite delle Alpi calcaree. La ricerca di Riccardo di spazi inesplorati non è difficile, i problemi insoluti sulle Alpi sono ancora tanti e sotto gli occhi di tutti, hanno già visto parecchi tentativi di risoluzione, senza successo e questo ne ha amplificato la percezione di difficoltà. Ma la differenza di Cassin e del suo team sta anche nell’approccio. Non servono grandi studi e prove di scalata: quando si decide di partire, bisogna essere preparati tecnicamente e fisicamente alle battaglie più dure e avere l’occhio nel scegliere il cammino appropriato, la traccia che porta in vetta.   Con questa filosofia Cassin viene a capo, nell’estate del 1937, della liscia lavagna granitica della nord est del Pizzo Badile. Con lui l’inseparabile Vittorio Ratti, poi Gino Esposito, e Ugo Tizzoni; i comaschi Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi - che già avevano fatto dei tentativi - si sono aggregati ai lecchesi quando già erano sulla parte iniziale della nord est. Purtroppo questa bellissima ascensione, ostacolata da una meteo feroce e durata 3 giorni, costerà la vita a Molteni e Valsecchi che esauriranno le loro energie nel corso della discesa dalla cima. Un colpo durissimo per Cassin che, per la sua generosità congenita, ha accolto nella sua cordata due alpinisti che probabilmente non erano in grado con i loro mezzi di superare una grande muraglia come quella del Badile.   L’estate successiva è quella del 1938 se Riccardo ha trovato soluzione alla nord est del Badile,  uno dei grandi problemi che i migliori scalatori d’Europa avevano nel mirino, ne restavano di altrettanto evidenti, forse ancora più ingaggiosi. La nord dell’Eiger è sicuramente uno di questi. Dal 21 al 24 luglio del 1938 però, dopo un’infinita serie di tentativi e una lista di morti da far spavento, gli austriaci Heckmair, Kasparek e Vorg hanno la meglio ed escono in vetta vittoriosi. Di pari impegno c’è da risolvere l’enigma dell’oscura bastionata della Punta Walker alle Grandes Jorasses, nel gruppo del Monte Bianco.   Cassin parte pochi giorni dopo la salita dell’Eiger, non è mai stato al Monte Bianco. E’ come al solito accompagnato dai suoi validi compagni, questa volta manca Ratti, ma c’è al suo posto Ugo Tizzoni con Gino Esposito. Hanno con loro una cartolina della nord delle Jorasses. L’occhio di Cassin ha già individuato una linea su quel pilastro immenso che termina in cima alla punta Walker. I nostri calano dal colle del Gigante e scendono la Mer de Glace fino all’incrocio con il ghiacciaio di Leschaux e di nuovo risalgono fino a trovarsi di fronte la gigantesca muraglia.   Dal 4 al 6 di agosto i tre tracciano una linea logica che porta senza tentennamenti dritta sulla vetta. Roccia difficile, ghiaccio, terreno misto, quota, ambiente duro e lunghezza dell’itinerario, fanno di questa ascensione, una delle più severe mai salite fino ad allora. 1200m VI e A1 sono numeri che non danno la reale dimensione della via di Cassin. Ancora oggi questa scalata, contrariamente ad alcune altre grandi opere di Riccardo, un po’ smitizzate, ("la Walker", come è chiamata la via di Cassin nel gergo degli alpinisti) non ha perso quasi nulla della sua originaria austera bellezza. Gode sempre di grande considerazione.  Nell’agosto del 1939 Cassin è con Ugo Tizzoni di nuovo al Monte Bianco, questa volta sul versante italiano, in fondo alla Val Ferret. Anche lì c’è una bella e difficile parete mai scalata, una via da inventare. Sarà la volta della Cassin alla nord est dell'Aiguille de Leschaux. 750 metri di granito, ghiaccio e misto che non diverranno celebri e ripetuti come la Walker, ma che conserveranno il loro carattere aspro e poco incline alle mode generate dalle ripetizioni.   Negli anni che seguono, Cassin torna al Bianco per ripetere alcune grandi classiche, come la cresta sud dell’Aiguille Noire o la cresta dell’Innominata. Negli anni della guerra, dal 1940 al 45, l’attività in montagna si fa meno intensa anche per Riccardo Cassin, che all’armistizio dell’8 settembre del 1943 si dà alla clandestinità divenendo un leader anche per la resistenza alle forze nazifasciste che occupavano il nord Italia. A capo di un gruppo di partigiani compie azioni audaci e di grande importanza strategica per la liberazione dall’esercito occupante e dalle milizie fasciste. Purtroppo, in questo periodo, Cassin perderà uno dei suoi più abili compagni di cordata e di vita ucciso dai fascisti a Lecco: Vittorio Ratti.   Bisogna attendere il 1947, per trovare Riccardo impegnato di nuovo in apertura, questa volta è in Dolomiti sulla parete nord-ovest della Prima Sorella del Sorapiss dove, con Felice Butti sale una via di V e VI grado. Con Carlo Mauri invece si aggiudica la prima dello spigolo sud-est della Torre del Diavolo (Cadini di Misurina).  Nel suo curriculum troviamo negli anni a cavallo tra il 1940 e il 1950 alcune ripetizioni di prestigio al Monte Bianco e nelle Alpi Centrali, come la Ratti Vitali alla ovest dell’Aiguille Noire de Peuterey, il Pilastro nord ovest del Cengalo, lo spigolo nord-ovest dei Pizzi Gemelli o la nord del Piz Roseg.   Nel 1953 è in Pakistan con Ardito Desio per studiare una possibile via di salita all’allora inviolato K2. Il 1954 è l’anno della grande delusione, perché Riccardo viene escluso dalla spedizione con la scusa degli esami clinici dove si attestano problemi fisici nell’adattamento alle alte quote. Successivamente gli esami si riveleranno artefatti e palesemente falsi. La responsabilità di tutto ciò è  di colui che ha organizzato tutto, il professor Ardito Desio, che probabilmente non sopportava la leadership di Cassin e la sua autorevolezza all’interno del gruppo.   Nel 1958 Cassin si prende una grande rivincita tornando in Pakistan a  capo di una spedizione che ha come obiettivo il Gasherbrum IV. Con lui ci sono alcuni tra i migliori alpinisti italiani: Walter Bonatti, Bepi de Francesch, Toni Gobbi, Fosco Maraini, Carlo Mauri, Giuseppe Oberto e Donato Zeni. Il team coglie un grande successo raggiungendo in prima assoluta la vetta e tracciando una via molto tecnica e impegnativa su una montagna che sfiora gli 8000 metri. In cima Bonatti e Mauri. Cassin oltre coordinare gli alpinisti, tentò, da solo, di salire il Gasherbrum III dalla cresta nord, giungendo fino a quota 7350.   Nel 1961 arriva un altro grande successo per Riccardo Cassin: il McKinley il colosso dell’Alaska. Anche qui Riccardo è leader di un team molto determinato e composto da: la Luigi Airoldi, Gigi Alippi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi. La scalata dell’interminabile sperone centrale della parete sud richiede molte energie, tecnica e audacia e si svolge nel selvaggio ambiente del grande nord con temperature molto basse e venti impetuosi. Nonostante le difficoltà elevate in vetta arrivano tutti, un successo senza precedenti. Ancor oggi questa via, nota come La Cassin Ridge gode di una speciale reputazione nel mondo alpinistico internazionale.   Nel 1969 Riccardo guida una spedizione che si reca in Sud America, nelle Ande peruviane dove traccia una splendida via di 900 metri sulla ovest del Nevado Jirishanca. Il gruppo è formato da Natale Airoldi, Gigi Alippi, Casimiro Ferrari, Giuseppe Lafranconi, Mimmo Lanzetta, Sandro Liati e Annibale Zucchi. A 66 anni, nel 1975, Riccardo Cassin parte come capo spedizione alla volta di un obiettivo molto ambizioso, la sud del Lhotse (8501m, quarta montagna della terra per altezza) una parete himalayana difficilissima e molto pericolosa.   Nel gruppo ci sono alcuni tra i migliori alpinisti italiani, tra di loro anche Reinhold Messner. Cassin individua una linea sulla parete che secondo il suo intuito porterebbe in cima in modo diretto e logico. Il gruppo però trova una seconda soluzione che sembra migliore. Riccardo si adegua. Arriveranno abbastanza in alto, fin verso 7500m di quota poi dovranno scendere per le continue scariche di neve che seppelliranno anche un campo. Questa è l’unica montagna che non si è concessa a Cassin. Se può essere di consolazione, la parete sud del Lhotse sarà superata solo 1991 da uno dei migliori alpinisti in circolazione, lo sloveno Tomo Cesen che salirà sulla linea che Cassin aveva progettato!   Alla soglia degli 80 anni, nel 1987, in occasione del 50° anniversario della prima salita della nord est del Pizzo Badile, Riccardo ripete per ben 2 volte la sua via sulla montagna della Bregaglia. Da allora fino alla sua scomparsa, ha sempre seguito con passione l’alpinismo e i suoi protagonisti, dandone una lettura chiara e disincantata del moderno andar per montagne e avendo particolare riguardo per le nuove generazioni, le loro aspirazioni e novità.   E’ stato uno dei più importanti alpinisti di tutti i tempi, ma anche una persona discreta e di modestia non comune. Quei suoi occhi chiari e luminosi, ultimamente meno pungenti, non hanno mai smesso di vedere quello che alla maggior parte degli scalatori è oscuro e di dare una lettura semplice ma efficace dell’evoluzione del modo di andare in montagna.   E’ morto, il 6 agosto 2009 a Piani Resinelli (Lecco), Aveva compiuto  100 anni il 2 gennaio scorso.   mario sertori    “A chi mi chiede dove stia andando l’alpinismo rispondo semplicemente: in montagna. È questo quello che conta. Tutto il resto è un di più».   Riccardo Cassin  
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