Ruffoni-Bartolini 700 m, 7b e A0

Nuova via alla est del Qualido

04 maggio 2022
Niccolò Bartoli e Jacopo Ruffo raccontano la loro nuova via Ruffoni-Bartolini alla est del Qualido (700 m, 7b e A0).
Né ragni né grandi o piccoli sponsor, né portaledge o altisonanti nomi, una coppia di amici, una cordata affiatata. Emozioni, paure, litigi, dubbi.
La maestosa granitica verticalità si nota e si nasconde lungo la stretta Val Qualido, semplice rimaner impressionati dalla sua mole.
Più il tempo passava e più fantasticavo su una possibile linea, nonostante ve ne fossero già molte, tutte o quasi ridotte dal passar degli anni in uno stato pietoso; 700 metri di granito e davvero poche le ripetizioni degli itinerari presenti.
Paolo Vitali quello che per più volte aveva avuto la caparbietà di ritornare sotto quel gigante per aprire a mano (a parte le ultime) vie che ad oggi contano davvero poche salite.
Sarà per lo stile, i vecchi spit, sarà che forse erano solo sogni, conquistatori dell’inutile. Aperte per non essere ripetute.
Curiosità e voglia di cimentarsi in qualcosa di nuovo ci portarono sotto al gigante. Ci accorgemmo subito di saper poco o nulla di Big Wall. Ripercorremmo le prime lunghezze chiodate da Pizzagalli e Soldarini, diavoli infervorati d'aderenza, poi allucinati dalla compattezza delle placconate superiori e dall'evidente verticalità iniziamo il nostro viaggio durato circa un anno e mezzo.
«Ce lo portiamo sul Qualido ‘sto skateboard? Lo usiamo come seggiolino in sosta!»
«Ok. Leviamo quei trucks e passiamo nei fori un paio di cordini!» accettai con entusiasmo la proposta.
Era uno dei tanti giorni di quel generoso maggio senza rivoluzioni né decadenza. Ci addormentammo sereni. I fiori ci allietavano, la roccia era asciutta, brillavano i pini e gli abeti, i fiumi scorrevano gonfi e cristallini e gli animali facevano da padroni sulla quotidiana strada, la primavera li rinvigoriva. Un cucciolo di stambecco risaliva una placca rocciosa nel suo punto più liscio e repulsivo, i più grandi della famiglia invece sceglievano le meno ardimentose rampe d'erba verde, l'ultimo della fila era l'esemplare più grosso. Io e Niccolò li si osservava divertiti, stando seduti alla base della parete, in attesa del sole.
Lo percorremmo avanti e indietro per tre settimane il sentiero della Val Qualido. Diventò una preziosa e piacevole routine. Ogni giorno, alla stessa ora, s'incontrava uno stambecco in un determinato tratto di strada, così finimmo col presumere che fosse sempre lo stesso esemplare. Salivamo con zaini pieni di vecchie corde sgualcite, recuperate nelle cantine più disparate, le quali sarebbero servite ad attrezzare ogni nuovo pezzo di parete arrampicato. In tal modo, ogni giorno, avremo potuto issarci su per esse fino al punto più alto raggiunto la volta prima.
Iniziavamo ad avvertire un leggero “mal di Qualido”, sopra le nostre teste i metri erano ancora molti.
«Noi la prendiamo di petto, affanculo le debolezze!» ci dicemmo. Così continuammo a salire lungo quella striscia sbiadita di granito più chiaro, interpretabile solo da lontano, larga una cinquantina di metri e lunga seicento, dritta. Cercammo la strada più verticale possibile, senza però dimenticarci che scalare in placca significa navigare, seguendo le increspature del tempo nella roccia.
L'etica che mi è sempre stata cara è: lasciare meno materiale possibile, così da conservare l'avventura. Però in questo caso ce ne sbattemmo dell'etica. Volevamo che questa via fosse difficile e un poco spaventosa ma non "troppo" pericolosa e nel complesso comoda.
Con l'aiuto di un paio di amici riuscimmo quasi a finirla entro l'estate, ma il lavoro stagionale cominciò ad occupare troppo tempo, perciò fummo costretti a lasciar stare il "cantiere" con l'intenzione di riprendere in autunno. Purtroppo però, l'imprevedibilità del moto egoico che infetta le relazioni umane fece il suo subdolo gioco; per me e Nik ci fu un periodo di allontanamento. Restammo distanti e venne l'inverno. I giochi erano interrotti. A ricordarci l'appuntamento previsto per la primavera successiva restava uno skateboard solitario, agganciato all'ultimo fix infisso quaranta metri sotto una grande cengia abitata dagli abeti, ciondolante a seicento metri da terra, distante qualche chilometro da casa nostra, in balìa dei lunghi bui invernali.
Durante i primi giorni di apertura Nik aveva fatto un patto con sé stesso e il Qualido: «Non mi taglierò la barba finché non la finiremo!». Questo patto durò un anno intero! E a dirla tutta, sarebbe dovuto durare ancora un altro anno, visto che la via fu completata davvero, cioè nei dettagli, appunto solo un anno più tardi, per un totale di due anni! Già, "nei dettagli", perché questa via è lunga, lunga come non ne avevamo mai nemmeno ripetute (su queste difficoltà tecniche), quindi ha richiesto una minuziosa e snervante cura dei dettagli tralasciati lungo la salita: soste da sistemare, fix da aggiungere su alcuni tiri (per una ripetizione in libera più o meno godibile), la correzione di un intero tiro. Volevamo fare un buon lavoro.
Ed eccoci alla nostra prima esperienza di bivacco in parete. Tornata la primavera, a un anno dall'inizio di questa avventura, ci trovavamo sulla grande cengia abitata dagli abeti, quaranta metri sopra l'eroico skateboard solitario. I grandi abeti, cupi e ospitali, ci protessero dal vento e dal vuoto, la notte passò gentile. Dopo un'aerea cagata aspettammo che il sole scaldasse la parete, decisi a mordere il granito. Avevamo una manciata di fix per raggiungere il cielo. Per dirla meno poeticamente: i fix stavano per finire. La speranza del successo fu come una mano amica che ci aiutò a salire, quel giorno, ma di certo non senza sforzi (il penultimo tiro ci costò più di due ore di tempo!). E finalmente fummo in cima! Al cospetto della terra e del vuoto. Nik poté tagliarsi la barba con esuberanti sforbiciate.
Dopo un'altra piacevole notte in cengia tornammo soddisfatti a casa, lasciando in parete ancora molte corde fisse che, oltre a essere scomode e pesanti da portarsi appresso, ci avrebbero in seguito aiutato a risalire la via per sistemarla definitivamente.
Fece in tempo a passare un altro anno di isolati rinvii, finché il 13 settembre 2021, grazie alla partecipazione tanto attesa del bravissimo amico Marco Zanchetta, la via fu davvero conclusa. Marco, oltre ad averci aiutato molto, ha liberato (a vista) un tiro davvero impegnativo!

 

Val di Mello (Alpi Retiche Occidentali)
Monte Qualido, parete est
Ruffoni-Bartolini
Niccolò Bartoli e Jacopo Ruffo. Iniziata nel maggio 2019, finita il 13 settembre 2021
700 m, 21 tiri, 7b e A0 (7a obbl.), P3

 

Materiale. Classico da roccia con due mezze-corde da 60 metri, 10 rinvii (di cui 4 lunghi), una serie di friends (da 0.3 a 3 BD) e microfriends/micronuts. Utile una staffa. Le soste sono attrezzate con due fix e due maglie rapide a eccezione di quella del dodicesimo tiro (su un friend medio e un fix).

Accesso. Dal fondo della Val di Mello seguire il sentiero che sale in Val Qualido da Ca' de Scuma. Dopo circa 50 minuti, superata la terza scala di piode (quella incassata fra le rocce) e poco oltre una zona di fitto sottobosco, si raggiunge un tratto di sentiero pianeggiante ed esposto al fondovalle (in questo tratto di sentiero ci si trova particolarmente vicini alla parete, che mostra ormai tutta la sua grandezza). Alla fine di questo tratto pianeggiante, quando il sentiero cozza contro una placca e volge drasticamente a destra seguendo alcuni gradini, abbandonarlo e dirigersi al letto del torrente. Oltrepassare quest'ultimo in traverso fino alla base della parete e scendere per pochi metri verso una piccola isoletta erbosa e alberata; presso questa isoletta, sul ciglio del franamento a valle, inizia la via.

Relazione.

L1: placca da navigare e breve strapiombo verso destra. 6b;
L2: placca ripida con vena sottile in diagonale verso sinistra, poi più abbattuta e da navigare ancora verso sinistra. Sosta su cengia alberata. 6b e A0 (7b?);
L3: muretto a destra e placca con fessure cieche e svase. Sosta sulla seconda e grande cengia scoscesa. Tiro medio-lungo e spesso bagnato. 6a;
L4: salire dritti per la grande cengia scoscesa (prato ripido e muretti finali) puntando a un evidente diedro. V;
L5: traverso appigliato verso sinistra, spigolo aleatorio da oltrepassare, fessura e placca a tacche. 7a;
L6: diedrino a destra, breve traverso e discesa a sinistra sotto il rigonfiamento, poi verso l'alto sul pilastro tra delicati movimenti in placca e in un diedrino sbilanciante. Seguire il logico! 6c+/7a;
L7: in discesa a sinistra per aggirare la placca bombata, fessura, strapiombino, spigoletto e fessura. Sosta su cengia comoda. 6b+;
L8: breve strapiombo, ribaltamento, poi verso l'alto su breve placca a cristalli. 6c e A0;
L9: placca a funghi, breve traverso aleatorio a destra fino a una vena, lungamente a sinistra sulla vena, breve diedro nero arrotondato con fungo molto sporgente, uscita a destra su funghi e buchi. 7b (salito in libera a vista da M. Zanchetta);
L10: a destra per placchetta fessurata, cengetta di mughi a destra, ingresso faticoso su muro lavorato, diedro liscio e compatto oltre lo spigoletto a destra, 3/4 fix in A0 (in piedi sui fix), pendolo a sinistra e traverso saliscendi a sinistra. 6c e A0;
L11: placca e muretti finali in diagonale a destra. Sosta contro un tettino arrotondato. 6b+ e A0;
L12: breve traverso a destra, in placca a sinistra e poi dritti verso un diedro svasato da seguire fino a una lama spesso bagnata. Sosta su 1 fix e un friend medio. 6c;
L13: lama sottile, muro giallo verticale con fessura cieca e tacche, lama corta, breve traverso a sinistra sotto un tetto e uscita su placca adagiata oltre lo spigolo. 6b e A0;
L14: ribaltamento ostico oltre il muretto strapiombante sopra la sosta, placca abbattuta e fessurata fino ad arrivare quasi contro lo strapiombo, poi traverso facile su placca compatta a sinistra. Cengia di sosta sotto un tetto spiovente e fessurato. 6c;
L15: lama sottile a destra della sosta, ribaltamento aleatorio in placca liscia e fessura sul fondo del tetto spiovente fino a una cengetta in basso a destra. 6b+;
L16: breve diedro a sinistra chiuso da un piccolo tetto, dopo il piccolo tetto placca a sinistra oltre un vago spigolo arrotondato (superato a corda tesa in apertura), poi verso l'alto in placca e per brevi fessure, da navigare, con finale erboso, fino al gradino di sosta alla base di un diedro. Tiro molto lungo, è facile perdersi. 6c e A0;
L17: a sinistra nel diedro e su pilastrino fino a una cengia alberata (spiazzo comodo per dormire 20 m a sinistra della sosta). V;
L18: placca articolata in diagonale a destra, muretti e corto diedro fessurato finale. 6c;
L19: muretto sopra la sosta, zolle ripide, placca a cristalli verticale e finale in traverso a sinistra, esposto e da proteggere, fino alla piccola cengia scoscesa di sosta. Tiro medio-lungo. 6c e A0;
L20: diedro facile, muro spigoloso a destra, conca e placca a cristalli e buchi, fessura svasa in diagonale a destra e muretto finale per raggiungere una cengia sotto un breve tetto. Tiro impegnativo e molto lungo, attenzione a non perdersi... in un bicchier d'acqua! 7a e A0;
L21: breve traverso a sinistra e ribaltamento per uscire dalla parete. 6b.
 

Discesa. In doppia sulla via oppure dalla Val Livincina/Precipizio degli Asteroidi.

 

MR. Testi e immagini forniti dagli apritori. Foto con tracciato della via tratta da VAL DI MELLO Arrampicate Trad e sportive nella culla del freeclimbing italiano. Mario Sertori, ed. Versante Sud.

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