INIZIARE DAL FINALE - Up-Climbing

INIZIARE DAL FINALE

Nessuno si era mai accorto di quelle bellissime scogliere d’entroterra, dalla pietra così singolare da essere chiamata pietra del Finale.

Un giorno di febbraio del 1972 mi ritrovai alla base di Monte Cucco, nei pressi di quella che già allora era una discarica fumante: ero del tutto inconsapevole che, a partire da qualche anno dopo, Finale sarebbe diventata la meta di parecchie centinaia dei miei weekend (e non solo).

Mario Pelizzaro su Folletto Rosso, Rocca di Corno, Finale Ligure.

Erano anni di grande cambiamento. Gli anni Settanta, noti in area alpinistica per il famoso Nuovo Mattino, videro il graduale accostamento di un alpinismo classico e ancora ben pagato all’avventura tipo Bonatti e Messner, a una maniera di intendere l’arrampicata che in effetti era distante parecchio da quella precedente: il rifiuto della montagna come sofferenza, come modalità autoritaria e codificata, come comportamento canonico per abbracciare invece un’azione più gioiosa, più sportiva e probabilmente meno romantica, il cosiddetto free climbing.

Era senza dubbio destino che le rocce finalesi incanalassero queste esigenze, assieme alla valle dell’Orco, alla valle del Sarca e alla valle di Mello (solo per rimanere in tema italiano), mentre la Grignetta, che tanto aveva significato in precedenza (e forse proprio per quello), dovesse per qualche tempo rimanere un po’ indietro.

Il periodo esplorativo a Finale durò quasi quindici anni, più o meno fino al 1982 quando anche lì comparvero i primi spit, cioè i chiodi infissi praticando un foro artificiale con il punteruolo o con il perforatore, segnando così l’inizio della cosiddetta arrampicata sportiva. Nei primi tempi i “pionieri” come Alessandro Grillo, Gianni Calcagno, Eugenio e Gianluigi Vaccari (ma non erano
i soli) affrontavano le varie pareti di 4 o 5 lunghezze di corda con l’intento di “vincerle”, esattamente come si era sempre fatto in montagna.

Finale, Bastionata di Boragni, via Pipino, 2a L, Gianni Calcagno, novembre 1979

La loro bravura evitava un eccessivo spreco di arrampicata artificiale, ma di certo non si poteva ancora dire che lo scopo principale fosse quello di salire quelle pareti in quello stile che stava definendosi come “arrampicata libera” e che imponeva il non uso per la progressione di qualunque aggeggio, chiodo, nut, cuneo o cordino che fosse. Ma già dal 1975, quando con la definizione di A0 si affermò la distinzione tra libera e artificiale, si notarono i primi timidi tentativi di non ricorrere neppure all’A0 per salire un determinato tratto di parete. Fu un passaggio epocale, perché da allora fu chiaro che la pratica dell’arrampicata a bassa quota e in falesia avesse più le caratteristiche di un “gioco” che non di un’avventura […]

Potete leggere l’articolo completo di Alessandro Gogna, FINALE ERA INIZIALE, sul numero 20 della rivista UP CLIMBING.

DS

In copertina Alessandro Gogna su Scheissegal 1a asc Monte Sordo Finale Ligure.

Condividi: