Patrick Gabarrou - Up-Climbing

Patrick Gabarrou

Intervista di Claude Gardien, direttore di Vertical, pubblicata su UP2003

Fin dall’adolescenza sono stato un fanatico del calcio. Sarei morto in combattimento piuttosto che dichiararmi vinto, potevo giocare per ore prima di andare a bere un sorso d’acqua al rubinetto. Così non ho tardato a comprendere che ero pieno di grandi riserve di energia vitale che dovevo imparare a spendere. Questa energia si esprimeva in diverse maniere ma via via che crescevo cominciava a dividersi in maniera polare: l’azione e la contemplazione. Questa dualità ha poi caratterizzato fortemente la mia maniera di vivere l’alpinismo ed è stata la pietra di paragone della mia vita. Mi piace dire che sono un tipo introverso, “contemplativo”. Per questo sono stato capace di passare dalle competizioni di sci-alpinismo a dei periodi in cui passavo il tempo a sognare. Mi piace stare nell’ambiente alpino, dove ci sono parecchie cose da contemplare. Fin da bambino sognavo, leggevo e passavo il tempo a correre. Una delle cose di cui mi sento sicuro oggi, è che in montagna stò bene, visceralmente in pace con l’ambiente.
Quando ho cominciato a sognare di andare in montagna, non pensavo di fare alpinismo. Volevo fare il pastore o fabbricare dei mobili in legno. Dovevo apprendere il mestiere da Giovanni Fanton, una guida originaria della Valle d’Aosta, che si era stabilita a Bosson, vicino a Chamonix. Lui purtroppo si suicidò e io non ho imparato a fare i mobili rustici del Queyras decorati con dei rosoni. I sogni dei grandi spazi e dell’altitudine, li ho ritrovati leggendo Gaston Rebuffat, particolarmente Cervin, cime exemplaire, che ho scoperto a quindici anni nella biblioteca di Seine-et-Marne. Ci sono delle pagine scritte in modo sublime, sulla sua ascensione alla parete Nord del Cervino. Mi ero dedicato sino all’età di diciassette anni a divenire un campione di calcio. Ma non ero dotato e questa passione è evaporata, sostituita da quella per l’arrampicata.
In montagna, ho provato molto presto un profondo sentimento di libertà.. Ritorno a essere un animale selvaggio, uno stambecco che vaga a suo piacimento. Mi piace andare di pietra in pietra, senza meta, su terreno accidentato. Vivere di poco, immerso nella natura mi dà la sensazione di essere nel mio spazio. Conservo un meraviglioso ricordo di un periodo di cattivo tempo in Patagonia. Eravamo bloccati, non c’era nient’altro da fare che stare chiusi nei propri duvet, leggere e aspettare. Avevamo fatto cuocere delle cipolle sulla brace. La cottura era interminabile, il risultato fu eccellente. Sono delle cose semplici che non abbiamo tempo di fare nella vita di tutti i giorni. Laggiù era una cosa normale, che veniva da sé. Conservo di questo episodio di inattività nel mezzo di una spedizione un’impressione di felicità e di serenità.
Fare una prima, aprire una via, è creare una linea sulla montagna. Mi piacciono le belle linee, composte come una frase perfetta o un arabesco puro. Non ho mai cercato la difficoltà fine a se stessa. Mi sono allenato per essere capace di realizzare le linee che mi attiravano, ma la loro difficoltà tecnica non è fondamentale nella mia scelta e nella soddisfazione che ne riporto realizzandole. Sono sempre rimasto nello spazio del sogno. Osservare un tracciato ideale su una foto di una bella montagna, ecco cosa mi cattura. Dopo tanti anni, resta solo questo: un’armonia, una linea retta. E poi l’amicizia. Ho avuto la fortuna nella mia carriera di alpinista di vivere delle amicizie straordinarie, che vanno al di là della morte. Molti dei miei amici sono infatti morti in montagna. Questo spazio dove vivo è abitato da queste amicizie. Da qualche parte, quando sono lassù in alto, profondamente scritta dentro di me, porto la presenza dei miei amici.
Una delle magie della montagna, è che mi rendo conto della mia età. La montagna conserva la mia giovinezza, ho mantenuto intatti i miei sogni di volare. Ricordo un tentativo alla sud del Cervino con il mio amico Nicolas, un giovane romano che studia a Lione. Per fare una prima su una parete come quella bisogna avere della motivazione fuori dal comune. Lui aveva 23 anni, io ne avevo 51, ma non ci pensavamo. E’ una cosa sorprendente come la montagna amalgami le generazioni. L’alpinismo permette questo. Il Cervino è una montagna che adoro, soprattutto dal versante italiano. Parti a piedi da Plain Maison, sopra Cervinia, cammini su un tappeto di fiori, e ti ritrovi come a quindici anni nella natura, sapendo che questa grande montagna ti aspetta, e tu hai deciso di salirla.
Quello che è cambiato col tempo, è la sensazione del mio privilegio. Sono arrivato ad un’età in cui ho conosciuto la vita ed ho perso molti amici in montagna. E tu sei ancora qui, con le tue gambe e le tue braccia che funzionano, e stai per andare in cima al Cervino. Ho avuto abbastanza incidenti, dunque so cosa significa essere in salute, in forma. Lo so molto meglio di quando ero giovane! In montagna sento oltremodo la presenza dei miei amici handicappati. Mi è stato donato molto, più di quello che avrei potuto sperare quando leggevo i libri di montagna. Oggi so che non è solo questione di cime da scalare, ma soprattutto di percorrere un cammino con gli altri. Lo vivo attraverso il mio mestiere di guida, con della gente in buona salute, ma anche, da molti anni ormai, con il rapporto con gli handicappati. Mi sono impegnato molto in questo senso, è una maniera di donare una parte di quello che ho ricevuto. Noi abbiamo destinato, con degli amici del Club Alpino Francese, delle risorse speciali per far percorrere i sentieri e conoscere lo sci ai tetraplegici. Siamo andati in cima al Monte Bianco con Didier, che è infermo di mente. Sono stato felice di dividere questo momento con mia figlia Heidi a cui piace ugualmente andare in montagna, e che ci ha accompagnato in questa occasione. Lei viene sempre a tutte le uscite con gli handicappati. Cerco sempre di rispettare le date di queste uscite, perché per me è un vero valore nella mia vita, come quando prendo il volante di un convoglio umanitario di scouts di Cluses. Non è perché non ho altro da fare, ma perché lo voglio fare.
Mia figlia Heidi vive in montagna al di fuori di ogni spirito di competizione. Adoro ciò, perché io sono sempre stato competitivo fin dentro l’anima. Ho partecipato due volte alla gara di Pierra Menta, la più grande gara di scialpinismo.. Ho preferito abbandonare le competizioni pur di arrivare quinto o quarto, perché se continuavo dovevo assolutamente vincere e non avevo il tempo per allenarmi correttamente. Partecipare solamente mi interessava meno. Heidi, lei non sogna le grandi salite, lei sogna solo di essere in montagna. Tutto lo spazio delle altezze le riempie l’anima. Mi piace stare con lei. In Nepal avevamo fatto una cima di 5.000 metri insieme, il Tsergo Ri, in scarpe da ginnastica sulla neve. Erano i suoi quindici anni. Prima di partire per quella avventura avevo messo una bustina nel suo piatto, al ristorante, con un biglietto di aereo e le parole “Hai 48 ore per prepararti lo zaino, destinazione Katmandu”.
In Himalaya non ho la stessa voglia di arrampicare. Al Langtang con Heidi, una mattina sono uscito, c’era una luce magnifica e una miriade di cime. Perché salirle? Le Alpi, a casa nostra, sono il nostro giardino che noi vediamo tutti i giorni, è normale avere voglia di conoscerne tutti gli angoli. Laggiù invece ci sono tante cose da fare: guardare gli yaks, incontrare la gente del posto, camminare per le strade del villaggio… Ho bisogno di sognare di una salita. Senza essere idealista, io non ho voluto tradire i miei sogni di giovinezza, andando per esempio sulle vie normali degli 8000. Ciò mi sarebbe peraltro servito con le relazioni per le società per cui lavoro. Invece le mie spedizioni mi hanno portato in ambienti poco conosciuti, ma che corrispondono maggiormente all’avventura che cercavo, sulla linea di quei momenti perfetti che ho potuto vivere sulle Alpi.
La montagna è un luogo privilegiato dove l’uomo può vivere il suo rapporto con la natura, perciò la montagna deve restare intatta il più possibile. Per questo mi sono impegnato nel movimento di Mountain Wilderness, fin dalla sua creazione nel 1986. Impegno tutte le mie energie per promuovere il rispetto e lo sviluppo in armonia degli spazi montani. E’ una riflessione globale, dalle alte cime alla vita nei villaggi, passando per la gestione dei trasporti nelle vallate di accesso. Questo progetto è in completa armonia con la mia voglia di vivere in montagna. Sono stato presidente di Mountain Wilderness Francia per 5 anni ed ho diviso il carico di lavoro con il mio amico Alexis Long. La nostra cordata proseguiva al di fuori della montagna. Da solo non avevo la forza di assumermi tutta questa responsabilità. Avevamo una incredibile sintonia di intenti e di azione, come se vedessimo, sentissimo, decidessimo le stesse cose nello stesso momento, senza parlarci. Alexis è morto già da dieci anni, abbiamo vissuto momenti rari insieme, una simbiosi naturale che capita una sola volta nella vita.
La mia vita in montagna e la mia azione sono indissociabili con la mia fede. Sono profondamente credente. Non faccio del proselitismo, concepisco che altri vogliano seguire altre strade. Non faccio parte dei “mistici – lirici” che vedono nella montagna un luogo che avvicina a Dio. E’ solamente un luogo abitato dalla bellezza del mondo e dalla luce dell’altitudine. Io credo che la mia vita non sia frutto del caso, con le sue montagne russe e i suoi passaggi al buio, tutto quello che mi è stato concesso di vivere io lo devo vivere, e non ringrazio solo la vita, ma l’autore della vita stessa, perché io credo.
Professore di filosofia o alpinista? Ho a lungo esitato. Potrei smettere di fare l’alpinista, ma solamente per qualcosa di superiore. Non specificatamente su un piano spirituale, ma può darsi su quello dell’altruismo. Una delle cose per cui io sacrifico il mio tempo in montagna. L’alpinismo mi permette di trovare uno scopo, ma non in assoluto. Vedo molto bene la montagna per i miei giorni da vecchio, sui sentieri e tra i fiori. Sarò sempre felice, con i ricordi della mia gioventù, quando a 15 anni, nel 1966, ho chiesto a mio padre di poter prendere parte a un campeggio in montagna. Sono cresciuto in una famiglia modesta, ma ho trovato nel liceo che frequentavo un gruppo di studenti che organizzavano un campeggio in montagna a Chazelet, sotto La Grave, proprio in fronte alla Meije. Noi vivevamo con i nostri piccoli mezzi in una baita su un pianoro. Sopra la cucina c’era il fieno dove dormivamo dopo essere saliti su per la scala. Furono tre settimane di sogni da monello. Mio padre mi aveva dato solamente una pellicola da 12 pose e due libri sui fiori. Con quale fervore avevo scattato qualche foto bianco e nero! Avevamo arrampicato, ma ciò allora mi interessava poco. Volevo camminare, vagabondare dappertutto. Altro che rocce di 20 o 30 metri… Avevamo passato la notte al Rifugio Chancel per salire il Dome de La Lauze, di 3.568 m. Al tempo non c’erano ancora gli impianti di risalita. Una notte, vicino ad una fontana, ho visto la cresta della Meije, tutta iridata dalla luce della luna. Ed ho capito dove volevo vivere.

Tra le innumerevoli prime salite di Patrick Gabarrou, nato nel 1951 a Evreux dans l’Eure, molte sono state tracciate su cime poco conosciute. Non sono per questo meno importanti, perché è il momento vissuto in montagna, l’amico con il quale è condiviso ad illuminare il ricordo di un’avventura. Queste vie discrete testimoniano la sua eccezionale conoscenza delle Alpi e dei Pirenei, persino nei loro angoli più remoti. Parecchie di queste hanno segnato definitivamente la storia dell’alpinismo e soprattutto dell’arrampicata su ghiaccio e misto e sono oggi diventate delle super-classiche, delle salite di riferimento o addirittura vie mitiche pochissimo o per niente ripetute. Queste salite hanno fatto di Gabarrou una leggenda vivente dell’alpinismo mondiale. 
(Traduzione dal francese di Maurizio Oviglia)

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