Arrampicata e arte - Up-Climbing

Arrampicata e arte

La passione per il verticale è qualcosa di innato in me. Fin da piccolo ero spericolato tanto che, quando andavo al mare, andavo sempre in cerca di scogli su cui correre, su cui arrampicarmi in cerca delle emozioni che mi dava sfidare i pericoli. Fin da allora raccoglievo rametti incastrati negli scogli affascinato dalle loro forme, conchiglie ed altro del che è nata, successivamente, l’essenza delle mie opere.

L’urlo del mare Umberto Iorio, 2021. Coll.: L’artista è la natura. Una vecchia latta metallica restituita dal mare che si eleva alla sublimità dell’arte per celebrare la magnificenza della virtù, la gioia dell’etica. Il nostro mare un enorme serbatoio che con generosa spontaneità ci restituisce ogni cosa. L’autore è consapevole di quanto sia indispensabile, l’elemento mare.

Quando avevo circa sei anni mi arrampicavo in spaccata nel corridoio di casa e restavo li anche per 10 minuti pur non conoscendo l’esistenza della magnesite! La sostitutivo bagnandomi le piante dei piedi affinché aderissero alle pareti! Di lì a qualche anno presi ad arrampicarmi su pini che raggiungevano i 20 metri di altezza, sul Vesuvio – l’unica montagna che conoscessi – per raccogliere le pigne e mangiarne i frutti. Il passaggio al verticale è avvenuto, come detto in altre occasioni quando, ricevuta una cartolina dalle Dolomiti inviatami da un amico, rimasi affascinato da quelle montagne maestose così diverse dai luoghi in cui ero cresciuto.

Decisi di organizzarmi e partire alla scoperta della loro magia. Arrivato sul posto, incamminandomi verso le Cinque Torri, vidi in lontananza dei “puntini” Rossi in movimento che attirarono la mia attenzione e solo dopo alcuni minuti mi resi conto che si trattava di alpinisti le cui corde non era possibile scorgere a tale distanza. Tornai a Napoli e mi recai a Punta Campanella, ove ero solito andare a pescare e cominciai a guardare quelle placche a picco sul mare con occhi diversi. Dopo pochissimo tempo iniziai a scalare, senza corde – come mi sembravano gli alpinisti delle Dolomiti – e con scarpe di fortuna. Questa esperienza è durata per circa un anno, tra difficoltà, paure e domande sulla reale  opportunità di praticare e condividere uno sport così estremo. Nel desiderio di documentarmi mi rivolsi all’edicolante sotto casa chiedendo se esistesse una rivista specifica che potesse in qualche modo guidarmi. Dopo alcuni mesi mi chiamò e mi diede una rivista di nome Alp: sfogliandola, si apri’ davanti ai miei occhi un mondo… Di lì a breve mi recai a Sperlonga dove si trovavano i siti di arrampicata più vicini a me. Mi resi subito conto che la mia spericolata arrampicata era cosa ben diversa. Lì scoprii imbracature, moschettoni, scarpe “strane” e, soprattutto, corde!!! Entrai ben presto in contatto con amici di Roma con cui ho condiviso anni di arrampicata di alta difficoltà’ dal nord Italia al sud della Francia.

Mai più Umberto Iorio, 2020. Coll.: L’artista è la natura. Anche se il tempo consuma ogni cosa, la memoria non può essere cancellata. Nel ricordo delle vittime dell’olocausto una opera che ne rievoca lo strazio patito dalle vittime è rappresentata da una sagoma rinvenuta tra le erbacce di una vecchia tavola da ponteggio, oramai marcia. Un oggetto semplice che offre tutta la sensibilità immaginosa all’autore per elaborare una risposta all’inspiegabile accanimento dell’uomo. Il numero riportato sul pigiama a righe e di Primo Levi.

La conoscenza del nuovo mondo riguardo a chiodature ed attrezzature non mi rese comunque la vita facile. A Napoli non esistevano negozi dedicati e anche se ci fossero stati non mi sarei potuto permettere di fare acquisti, ero un giovane a malapena di 23 anni! Mi arrangiavo, quindi, come potevo. I primi ancoraggi li ho effettuati con cavetti d’acciaio e morsetti nelle clessidre, poco dopo presi a costruire chiodi con tondini di scarto edile, scalando per diversi anni su questi rudimentali ancoraggi. Per un caso fortuito venni a sapere dell’esistenza del C. A. I. di Napoli, cosa di cui non fui felice perché, entrando in contatto con i suoi membri, non trovai nessuno, se non qualche anziano escursionista ed un gruppo di speleologi, che condividesse il mio sport. Ed anche loro mi guardavano con un’ombra di diffidenza dettata probabilmente dal fatto che praticassi uno sport così estremo. Continuando a frequentare il CAI, dai racconti serali degli speleologi venni a sapere di quello che per me era un vero e proprio “caveau pieno d’oro”: l’armadietto in cui erano custoditi gli SPIT ed altre attrezzature degli speleologi! Vedendo quell’abbondanza, la prima cosa che pensai fu come potessi fissarli a Punta Campanella! Dopo qualche settimana cominciarono i miei piccoli “prelievi” che non superavano
mai il limite massimo di sei SPIT. Non potendo prelevare anche le placchette per una questione di ingombro, il problema non fu risolto. Mi misi alla ricerca di placchette rudimentali, tra queste c’erano le staffe dei vecchi motori che andavo a smontare nelle autorimesse e così, costruendo anche un piantaspit manuale incominciai a chiodare PUNTA  AMPANELLA con gli SPIT. Naturalmente, vista la difficoltà a reperire questi materiali, le chiodature erano lunghissime. A lungo andare cominciai a prelevare anche placchette, ricordo che le nascondevo nei calzettoni! Camminavo “sulle uova” per il timore che se ne sentisse il tintinnio! Ovviamente dopo non molto fui scoperto e il rimedio da parte del CAI, per scongiurare ulteriori prelievi, fu di punzonare ogni placchetta con la sigla C. A. I. NA. Poiché non ero a conoscenza di questo “Sigillo” continuai a prelevare e mi accorsi della sigla solo quando andai a chiodare.

Questa consapevolezza non mi condiziono’piu di tanto: collocai gli spit marchiati sulle parti finale delle vie di alta difficoltà! Con il senno di poi, pur senza volerlo, il CAI ha contribuito alla chiodatura delle prime vie in Campania per cui, oggi, il mio ringraziamento va anche a loro.

Essendo l’arrampicata uno sport abbastanza solitario, che comporta un contatto forte con la natura, si sposa perfettamente con la mia visione del mondo, allora come oggi. Visto che non ho mai amato l’omologazione e gli standard comuni l’arrampicata era perfetta per i miei momenti di riflessione volti ad una costante conoscenza di me stesso.

Vecchi ripiani in legno e metallo dove essiccavano il pane inizio 900 diventano applique.

Punta Campanella è stato per me il luogo magico, la mia vera casa. È il luogo che mi ha fatto trovare me stesso già da ragazzo e, chiaramente, in cui è nata l’arrampicata in Campania. Con Punta Campanella, ancora oggi, non appena attraverso la zone di Torre Fossa dei Papi, entro in connessione. Tra profumi, ricordi e energie li mi sento al sicuro, mi sento protetto nonostante sia un posto impervio, soprattutto d’inverno, quando è consigliata l’arrampicata. Monte Faito è stato una scelta dettata dalla necessità di approcciarsi ad un livello superiore difficoltà. Dopo le esperienze, già dette, tra il nord Italia ed il sud della Francia, questo era il luogo più simile a quelle falesie. Nell’esplorare questi luoghi, infatti, mi apparve questo enorme fungo di roccia strapiombante, tutto a “buchi”, che mi riportò al pensiero le falesie di Buoux.
Chiaramente cominciai subito a chiodare questa parete. Più mi allenavo su queste rocce e più mi veniva tutto naturale: affinavo progressivamente le tecniche di scalata e questo luogo diventò, così, la mia palestra personale.

L’arte è una passione che ho avuto fin da piccolo, mi divertivo a raccogliere sulle spiagge, nei boschi o in qualunque altro luogo, rametti, pietre, pezzi di vetro e tutto ciò che stuzzicava la mia fantasia. Tutto ciò era collegato ad una forte esigenza di esplorare, scoprire, lontano da schemi prefissati. Mi fermavo sempre ad osservare i paesaggi naturali come il mare o le mie montagne e mi perdevo in immensi viaggi mentali. Nel corso degli anni, dopo avere sperimentato varie tecniche che spaziavano tra la scultura, la pittura ad olio, e la fotografia naturalistica, sono arrivato ad oggi con uno scopo molto importante per me che e’ l’ambiente, il recupero nonché riutilizzo di qualsiasi materiale da risulta ,dal legno alle pietre ,da vecchie porte, da metalli in disuso. Continuo a girare,come quando ero bambino, ma con una consapevolezza diversa, ovviamente, per le spiagge a recuperare rami ,latte e tutto ciò che posso trasformare in arte o design. La mia casa l’ho arredata per la maggior parte con materiali recuperati che ho trasformato in mobili, lampade, cornici ed opere d’arte, le parti in muratura di casa si ispirano alle rocce di punta campanella : le stesse forme e linee erose dal vento e dalla salsedine. Una grande vetrata incornicia ,infatti, punta campanella con Capri, imprimendo in me sempre più quel luogo magico ,ispirazione di tutto ciò che ho fatto nella mia vita. Le mie opere sono state esposte in molti luoghi, dal PAN di Napoli a musei locali e con le stesse ho partecipato a varie biennali di Milano.

A sinistra: Punta Campanella con Capri vista da casa dell’autore. A destra: Olio su tela, 1980.

Lo scopo è sempre il medesimo, il rispetto dell’ambiente. Da tempo ho iniziato un progetto fotografico di cui sono protagonisti gli intonaci deteriorati dei vicoli di Napoli e provincia, il progetto si chiama “INTONACI”. Credo fermamente che riuscire a trasformare il degrado in arte, sia una forma di sensibilizzazione verso l’osservatore e solleciti l’attenzione ai dettagli , alla consapevolezza che tutto può diventare qualcosa di bello ,perfino un vecchio muro. Lo stesso vale per un’altro progetto che si intitola “ l’artista è’ la natura” nel senso che non sono io l’artista ma la natura stessa, io mi limito alla ricerca ed in qualsiasi materiale o oggetto come ho già’ detto ,identifico un soggetto da cui ,senza grosse modifiche, creo un opera d’arte. C’è un mondo da recuperare ,bisogna fermare il consumismo frenetico subito, altrimenti il pianeta morirà’ a breve. Questo sarà l’ultimo scopo della mia vita, con fatica mi impegno a proporre uno stile di vita sano ,rispettoso ,ambientalista ,in un mondo in cui si conoscono solo il calcio ed il gossip.

Umberto Iorio

Condividi: