I gradi di Nicole - Up-Climbing

I gradi di Nicole

 Riprendiamo la nostra indagine nel mondo dei gradi boulder e del mondo dei boulderisti con una breve intervista con Fred Nicole, la cui carriera ne fa una delle voci più autorevoli all’interno della comunità (anche se lui sostiene che di comunità non ce n’è solo una, ma tante). Fu uno dei primi, se non il primo, a partire per località sconosciute con l’intento di scoprire e aprire nuove linee, e tuttora è un modello di riferimento per l’élite dei giovani boulderisti. I suoi problemi rimangono spesso vere e proprie sfide. Il suo Oliphant’s Dawn, nelle Rocklands, ha dovuto aspettare più di 10 anni per la prima ripetizione (ad opera di Nalle Hukkataival).
Dopo gli accenti molto critici di Bernd Zangerl, le parole di Nicole suonano meno aspre: non è una tragedia sgradare un blocco dopo avere trovato una sequenza migliore. Tuttavia, Fred Nicole ci ricorda che gradi e numeri possono interessare solo gli addetti ai lavori e che i gradi sono uno strumento, che non dovrebbe essere usato in maniera distorta per i propri conflitti personali.
Pensi che i gradi debbano essere legati a un metodo?
Non penso che i gradi debbano essere assolutamente legati a un metodo, ma quanto meno a una linea. Se per qualsiasi motivo la linea cambia (nuove prese, nuova partenza, nuova uscita, nuova linea con la stessa partenza e arrivo, etc) dovremmo dire che si tratta di una variazione o, talvolta, di un nuovo problema. Se qualcuno usa le stesse prese (stessa linea) ma trova una sequenza migliore, è totalmente appropriato cambiare il grado. Non dovrebbe essere una tragedia, né per l’apritore né per il ripetitore. È sempre stato parte del gioco, se fatto in maniera rispettosa da entrambe le parti.
A volte ci sono alcuni problemi che si possono scalare in un modo soltanto: sono queste le vere gemme, perché sono rare. Sono le linee vere e la loro ricerca è fonte di grande motivazione, più che i gradi in sé.
Che ne pensi del punto di vista di Zangerl sulle “pre-condizioni” fisiche? (Le caratteristiche morfologiche di un arrampicatore, n.d.t)
È chiaro che la difficoltà è legata a un metodo. Il metodo è legato a una certa difficoltà. Quando la tua morfologia è completamente diversa da quella dell’apritore, ci sono buone possibilità che per te il grado non sia lo stesso. Quelli che pensano che l’accuratezza dei gradi sia essenziale dovrebbero introdurre diverse categorie come negli altri sport (peso, altezza, sesso, età…)
Pensi che i climber abbiano meno rispetto gli uni per gli altri in confronto a 10 anni fa?
La competizione fra arrampicatori è sempre esistita. Sono certo che le discussioni sui primi 5c e 6a a Fontainebleau 80 anni fa fossero altrettanto piccanti. Forse è più legato all’età degli arrampicatori, che non a un periodo storico.
Secondo te, i media costruiscono un’immagine parziale dello sport, troppo incentrata sui numeri?
Sì e no. Penso sia più un problema generale della nostra società, che è guidata dal concetto di performance, e per alcuni climbers è lo stesso. Alcuni media sono interessati solo ai numeri, e sono seguiti dalle persone che condividono quell’approccio. Non mi preoccupa, finché non impongono questa visione agli altri. Altri media propongono articoli piacevoli con suggerimenti di viaggio, foto o storie interessanti su grandi ascensioni, storia, personaggi, comunità, e questi sono quelli che preferisco.
La performance è importante, ma ha bisogno di un contesto per essere comunicata e compresa. Quando tutto si riduce ai gradi e al numero di tentativi, la notizia diventa sterile e di scarso interesse per chiunque non sia un addetto ai lavori.
Quali sono secondo te i valori della comunità arrampicatoria?
Se c’è una prospettiva pregiudiziale nei media, è che noi boulderisti formiamo una singola comunità. Ogni paese ha una cultura differente: ci sono centinaia di zone di arrampicata, millioni di linee e migliaia di boulderisti. Ogni comunità è unica e ha un approccio diverso. Per alcuni è importante unificare, per me sarebbe triste, una perdita di fascino e carattere.
Com’è cambiata la “comunità” in questi anni?
Il più grande cambiamento è che negli ultimi venti anni è cresciuta davvero in fretta. Più persone nei paesi occidentali e in Asia possono permettersi di viaggiare, perciò adesso c’è un vero turismo legato al boulder, come per l’alpinismo o il surf. Cosa che comporta nuovi problemi, come un crescente impatto ambientale, seguito in genere da problemi di accesso come chiusura di alcune aree e regolamentazione.. Potrebbe essere questo il problema maggiore per il futuro della nostra attività.
Credi che un arrampicatore risenta del giudizio degli altri, quando grada un blocco? Magari tenendo il grado basso per non essere accusati di gonfiare il grado…
Ognuno dovrebbe fare ciò che sente. Per me, la scala dei radi è aperta. Il grado è frutto di un consenso, fra l’apritore e i ripetitori. E come dice Bernd, non sempre il grado più basso è quello corretto.
Quali sono le considerazioni che fai quando gradi un blocco?
Gradare un blocco o una via sono stime soggettive per definire una difficoltà globale. Si tratta di una cosa molto personale, influenzata da molti fattori diversi (stato di forma, condizioni, etc.) Mi baso sulla mia esperienza, anche se so che è praticamente impossibile ricordare come mi sentivo venti anni fa su un problema di livello simile.
In conclusione, vorrei dire che i gradi erano e sono strumenti interessanti per la nostra attività finché non vengono usati per conflitti personali (ma non facciamone un dramma, è successo sempre, non è una cosa nuova!) I gradi sono ancora utili per una pratica quotidiana e democratica. Il problema vero sembra interessare più l’élite, che vorrebbe determinare i meriti dell’uno e dell’altro. Penso sia più affascinante rendersi conto di quanta energia e determinazione questi arrampicatori investano nelle loro realizzazioni e ringraziarli tutti per il loro apporto. Il loro livello è davvero impressionante.

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