18 Mar Il blocchista delle Dolomiti
Intervista al re del boulder di Misurina, Diego Corte Pause.
Ogni sport ha qualche figura un po’ mistica, una figura che fa un po’ da punto di riferimento pur non avendo mai alzato la coppa del mondo. La scalata specialmente è ricca di figure del genere, che vivono la passione pur essendo degli outsider. Diego Corte Pause è sicuramente uno di questi: divide il suo tempo tra famiglia, auto giapponesi e blocchi violenti. Il suo palmares è molto più ricco di salute importanti rispetto a diversi pro, se poi contiamo il tempo che riesce a dedicarci… Come sollevato da Megos, più che il fare, nella scalata conta il come. Questo è il motivo dietro alla piacevole chiacchierata con il re indiscusso del bouldering Dolomitico: a voi, Diego!
Sfatiamo subito un mito: di cognome fai Corte Pause, ma i recuperi lunghi li fai comunque oppure no?
(Ride) Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento, stranamente, fino ad ora, avevo schivato questo logico gioco di parole. Sfatiamo subito si, sono molto scientifico anche per quanto riguarda i riposi, infatti ho sempre un cronometro sotto mano, per tenere a freno la voglia di attaccarmi. Qualche volta però, in allenento, mi sforzo di fare alcuni esercizi con delle… Corte pause, sorprendendomi ogni volta di quanto velocemente e dannatamente passino 1 o 2 minuti.
Tornando seri, facciamo un passo indietro. Come presenteresti Diego a chi non lo conosce?
Classe 1985 sono nato e cresciuto tra le montagne, a Misurina, ai piedi delle Tre cime di Lavaredo.
Dopo un infanzia piuttosto nerd da secchioncello, sono stato abbastanza sportivo, sci, bici, corsa e alcuni giochi di squadra, finché… A 16 anni, la scuola organizzava delle attività sportive pomeridiane, il mercoledì era il giorno della danza e dell’arrampicata, curata dalla Polisportiva Caprioli di San Vito di Cadore (che ringrazio molto). Le avrei volute fare entrambe ma si svolgevano allo stesso orario, così, dopo un po’ di esitazione, il mio ego ha scelto la cosa che sembrava più virile. E alla fine questa piccola scelta mi ha cambiato la vita. Nonostante tutto, spesso quando faccio stretching, mi sento comunque dire: “sei come una ballerina”.
Così piano piano è iniziata la mia lenta crescita come arrampicatore, molto lenta a dire il vero, ma la testa dura aiuta ad arrivare più lontano di quanto avresti mai creduto.
Dopo qualche anno è successo un episodio che mi ha fatto “buttar via la corda”: decisi di provare un tiro nella Falesia di Volpera a Cortina D’Ampezzo: “Ara e Tabara” una via corta e boulderosa, la provai un giorno di giugno, 2 tentativi discreti, capii che potevo farla e non vedevo l’ora di tornare a provarla… Poco dopo però mi resi conto delle mie difficoltà organizzative e riuscii a tornare solo ad ottobre, altri 2 tentativi falliti e infine chiuso con l’aiuto delle torce. In quell’occasione mi venne naturale buttarmi sul boulder, nessun problema a trovare un socio e più facile da…. Illuminare nelle uscite dopo lavoro.
E appunto gestisco assieme alla mia famiglia un negozio di coltelli, orologi a cucù, boccali da birra, e Souvenirs vari a Misurina, zona turistica. Vien da sé che i momenti liberi siano opposti a quelli delle persone comuni, lavorando tutti i fine settimana e le feste per aver libero in altri momenti, e così dedicandomi al boulder, avevo bisogno solo di alcuni materassi e… Gasolio, perché in effetti, nel cuore delle dolomiti, paradiso di alpinismo e falesia… La scelta del Boulder non è quella più logica.
Cinque anni fa la mia realizzazione più grande: la mia Piccola Vanessa, logicamente ritmi e priorità sono e stanno cambiando, ma con un po’ di organizzazione si riesce a fare quasi tutto, e così la mia piccina ha dovuto “sopportare” nottate sotto i blocchi in diversi boschi raggomitolata nel mio piumino. Nonostante tutto è lei la forte della famiglia e, tra un pupazzo di neve e una capanna di rami, mi incita a riprovare con un tifo da stadio.
Quello che mi ha sempre colpito di te è l’alto livello di forza a secco. Quanto influisce la forza in termini assoluti su una performace? Conta più essere forti o scalare tanto?
Quei video mi hanno “rovinato”. So che è diventato “famoso” il video della birra bevuta bloccato alla tacca del Beastmaker 2000, e in effetti è una bella performance…. bere una birra doppio malto così velocemente… Scherzi a parte, negli anni sono riuscito ad avere dei buoni livelli di forza, ma molti pensano che sia una cosa naturale, in realtà, i miei amici lo sanno bene, riesco a fare quegli esercizi un paio di mesi l’anno, durante i picchi di forma, ma il resto del tempo sono ben distante da quei massimali.
Bella domanda. La forza è senza dubbio un precursore di tutte le altre capacità, e non è mai abbastanza, l’ho inseguita per anni e mi sono sempre ritenuto più bravo che forte, col tempo poi, per necessità mi sono allenato di più scalando molto meno, aumentando la forza e perdendo un po’ di feeling e così mi sono reso conto che stavo passando dall’altra parte della barricata, e che oltre alla tecnica, determinazione mentale e tattica giocano un ruolo fondamentale.
Ora, più che i top climber mondiali mi stupiscono quelle persone che, con una forza sufficiente, tirano fuori dal cappello prestazioni straordinarie, è pura magia.
L’altra cosa che mi ha sempre ispirato è la tua totale dedizione alla scalata. Per fare un esempio a tutti quelli che leggono, narraci la storia di Afterlife… Penso che parli da sola!
Si, sono una persona molto precisa nell’allenamento, mi ci dedico molto e con precisione, con sacrifici da parte mia ma anche da parte della mia famiglia, e togliere tempo a loro è la cosa più dolorosa, per questo non riesco a mantenere questo impegno alla massima intensità per molto, mi rendo conto che facendo tutto nel modo giusto e programmando gli allenamenti riesco ad avere momenti di buona forma, non appena sbaglio qualcosa o mollo un attimo, torno ad una forma base piuttosto bassa, ma questo mi lascia il tempo di dedicarmi ad altro e mi mantiene nel giusto equilibrio.
Tornando ad Afterlife, è un blocco situato nella zona di Felbertal settore Tal des Wassers, chiamato così per i numerosi ruscelli che scendono lungo la valle, una zona tipicamente estiva, in buona quota, sempre ventilata, a tal proposito ricordo un dab involontario dove un pad si è sollevato in aria per appoggiarsi sulle mie gambe.
Avevo già salito il primo giorno ad ottobre la parte di 8a che taglia i primi 2 movimenti brutali, una partenza da 2 piccoli rovesci, non riuscivo ad alzare il sedere di 1 cm. A novembre sono tornato più in forma e la partenza non rappresentava più questo gran problema, ho deciso di procedere per gradi, prima ho continuato per un’uscita diretta più facile, attorno all’8a+/b ma subito dopo volevo fare la linea completa, che passa per dei bellissimi piatti e arrotonda il grado, sono partito diversi tentativi dove la volta precedente non mi alzavo, ma sono caduto sul facile, su prese davvero molto grandi… Game over e un gran sapore amaro in bocca.
E’ arrivata la stagione invernale al lavoro, il mio consueto calo di forma e successivamente la ripresa di allenamenti pesanti, poco dopo stavo già aumentando la qualità ma non mi sentivo in una forma epica, tuttavia quel giorno di inizio marzo, con il negozio chiuso, tanta voglia di scalare e i polpastrelli nostalgici di roccia da quel lontano giorno di novembre… Ho deciso di onorare quel giorno libero, dopotutto mi lamento sempre di scalare poco, e ora non posso anche buttare via le occasioni, così guardo la webcam del tunnel, controllo le temperature, che devono essere basse per non far sciogliere la neve e decido di partire, senza grandi aspettative.
Al parcheggio, 3 pads, un telo, zaino, pala, bastoncini… Sci e pelli. Quindi avvicinamento con gli sci d’alpinismo, in realtà la “gita” non è molto lunga, ma il peso extra fa procedere con calma. Arrivo al sasso, uso la pala per pulire l’uscita e togliere la neve da sotto il blocco, in modo da non facilitare quella dura quella partenza low.
Provo e riprovo ma non riesco a partire, dopo alcuni tentativi ritrovo l’ottimale sistemazione per il tallone, e finalmente riesco a superare quei 2 primi ostici movimenti, proseguo bene, ma trovo una presa bagnata da una colata (nascosta) e cado piuttosto frustrato, allora via di stracci e fazzoletti, ma non riesco più a partire, per di più il sole che batte sopra il blocco lascia presagire cosa sarebbe successo di lì a breve, la pressione sale ma fortunatamente la mente ha reagito nel modo giusto e dopo alcuni tentativi il culo si alza, proseguo bene fino alla fine del blocco, con le prese finali decentemente asciutte grazie al progetto di fazzoletti nastrati alla roccia, che andavano a bloccare le colate.
Avrei voluto godermi la sciata nel tornare alla macchina ma, considerando le mie gambe tutt’altro che muscolose è già tanto che i pads abbiano lasciato le ginocchia integre.
Roccia e competizioni, due mondi sempre più diversi. Qual è la tua opinione riguardo alle nuove leve di rocciatori, di competitors e riguardo alle Olimpiadi?
Le gare, nell’ultimo decennio hanno preso peculiarità che difficilmente si ritrovano sulla roccia, ma gli atleti moderni hanno un livello talmente alto in ogni capacità che riescono a trasformare velocemente il loro background da garisti diventando dei veri e propri killer da falesia/blocchi, infatti, salvo qualche eccezione, la maggior parte dei migliori atleti su roccia, sono anche garisti.
Dopotutto, negli ultimi anni si è visto crescere il numero di praticanti della nostra disciplina e in parallelo la nascita di un professionismo molto più convincente di alcuni anni fa, il tutto è stato amplificato dall inserimento dell’arrampicata nel calendario delle Olimpiadi, ora buona parte degli atleti è affiliata ad un corpo, Polizia, Finanza, Esercito.
E’ stato indubbiamente un grande trampolino di lancio per in nostro mondo “di nicchia”, l’interesse per questo sport è notevolmente aumentato, si sono consolidate le figure di allenatori, le strutture e lo sport stesso è migliorato, ho un solo appunto da fare (e so di non essere il solo): la modalità di gara in combinata, che a mio parere ha frenato la crescita dello sport, dissipando le energie degli atleti su più discipline, che a volte richiederebbero caratteristiche fisiche differenti.
Se Usain Bolt avesse dovuto correre i 3000 e allenarsi ai rigori… Sicuramente avrebbe corso i 100m con qualche decimo in più.
Fortunatamente già dal prossimo evento la velocità verrà separata, mentre l’evoluzione delle gare lead moderne non lascia una così grande differenza col boulder come avrebbe fatto 15 anni fa.
Quanto incide secondo te l’essere professionista nella scalata? Spesso i numeri dei pro non sono così estremamente diversi da altri… Mi vengono in mente nomi con Rauch, Boyoud…
Il professionismo ormai non è più una scelta di non lavorare, andando ad arrampicare arrancando per racimolare qualche soldo, al giorno d’oggi polti molti garisti o professionisti hanno stipendio pieno da un Corpo, allenatori, e disponibilità economiche “elevate” date dai più svariati e a volte discutibili sponsors: dalle macchine alle cover del telefono, ogni genere di pietanza, oltre a ciò che ha a che fare direttamente con il nostro sport: scarpe, vestiti, magnesio, corde, travi, prese.
I social hanno aiutato molto, fare dei post con prodotti per alcuni è un lavoro, anche se non necessariamente la notorietà poi corrisponde alle prestazioni.
Dall’altra parte ci sono in giro persone con tanti 8c bloc che non si contano sulle dita delle mani, che lavorano, hanno famiglia, si comprano le scarpette, ti chiedono gentilmente di non pubblicare video, ma lo fanno per scelta, perché vogliono scalare per loro stessi, senza pressioni.
In mezzo ci sono tutti gli altri, professionisti con un lavoretto part time, persone che si impegnano molto ma la vivono con leggerezza e molti di noi che si lamentano di non esser forti perché lavorano quando, probabilmente (dice ridendo), lavorano perché non sono abbastanza forti da essere professionisti…
Per concludere, ci sono delle eccezioni, ma considerando tempo e risorse a disposizione di un vero professionista… Dino Lagni (vincitore del campionato del mondo lead nel 1999 da lavoratore) al giorno d’oggi avrebbe vita dura.
Diego tu sei un climber attivo ad alti livelli ormai da molti anni: ci puoi dire cosa rappresenta il boulder per te e come è evoluto il tuo rapporto con questa disciplina nel tempo?
Per me l’arrampicata è stata un percorso, innanzitutto come persona, formando carattere e capacità di superare le difficoltà. All’inizio ero molto interessato alla sfida, intesa come risultato, mi mettevo agguerrito sotto un blocco fino a salirlo, via via sono maturato, e la cosa che apprezzo di più nel boulder è il processo del trasformare una situazione improbabile in una salita, capire e gestire le proprie emozioni, perfezionare ogni dettaglio, dentro e fuori, il tutto a contatto con una natura, che si spera possa restare incontaminata, per questo molto spesso la mia giornata di boulder è in totale solitudine, ho bisogno di programmare la testa nel modo giusto per poter gestire blocchi di un certo livello. Certo a volte una giornata con gli amici che urlano, i bambini che giocano, il tepore del sole e un vivere la natura in relax è il top, ma anche in quelle giornate chiudo gli occhi e sogno il cielo grigio, l’aria frizzante e la mia mente che alzandosi dal pad si anestetizza per risvegliarsi in cima al blocco, è quel momento, seduto sopra lì sopra, nel silenzio, col solo rumore del vento gelido nelle orecchie, che alimenta tutti gli sforzi e i sacrifici.
Tu abiti nel cuore delle Dolomiti, al cospetto delle tre cime. Ci racconti come ti sei avvicinato al boulder in un luogo in cui il calcare, le falesie e le vie lunghe la fanno da padrone?
Come anticipato sopra la mia è stata in buona parte una scelta di necessità, dettata dal lavoro e dalla difficoltà di uniformarmi ai ritmi della maggior parte degli arrampicatori. Inoltre ho sempre odiato il dovermi mollare su degli appigli incontestabilmente grandi.
Per quanto riguarda l’alpinismo, è una cosa che mi attira molto, ma guardandolo più come una versione più impegnativa di una gita in montagna lontano da tutto e tutti, che dalla ricerca di qualcosa di davvero impegnativo.
Un giorno, sicuramente mi convertirò, cedendo agli inviti di alcuni dei miei amici guide alpine, ma prima… Devo abituarmi a durare più di 15 movimenti.
Sappiamo che dalle tue parti hai scovato negli anni delle perle del boulder? Ce ne puoi parlare un po’?
Sopra hai anticipato che la nostra zona è più adatta alla falesia e alle vie in montagna, ma qualche perla nascosta si riesce a trovare, una zona che ho avuto il piacere di valorizzare è quella di Rinbianco, ai piedi delle Tre cime di Lavaredo, una zona estiva con un panorama mozzafiato e tutti i blocchi adagiati su di un verde prato, nella pace più totale, anche in alta stagione, alcuni blocchi duri irripetuti, pur non essendo estremi, e un progetto davvero interessante un pannello a 30 gradi con pochi movimenti davvero esplosivi, e un lancio finale molto simile a certi movimenti delle gare moderne, conservo bei ricordi delle night sessions estive dopo lavoro di quegli anni.
Durante il periodo di restrizioni dovute al Corona virus ho avuto modo di esplorare altre zone vicine a casa trovando dei sassi molto belli e divertenti ad Auronzo di Cadore, ancor più belli se consideriamo ciò che normalmente offre il tipo di roccia, inoltre sto provando a salire un progetto davvero futuristico, un’esigente fessurina obliqua con piccole tacche svase che corre lungo un incredibile pannello a 40 gradi, appoggi piccoli e mal disposti, e un’uscita su piatti perfetti.
Oltre a questi, in zona abbiamo bellissimi blocchi, tra i tanti spiccano alcune opere di Luca Canon Zardini e Martin Moser, purtroppo spesso poco pubblicizzati, e magari più isolati e scomodi dei normali standard del consumismo odierno, ma che davvero meritano una visita.
Purtroppo negli ultimi anni abbiamo visto in diverse zone blocchi locali, un abuso di spazzole di ferro, cannelli e probabilmente altri metodi che non voglio elencare, il che dissuade un po’ dallo sforzo di realizzare una guida completa, nel frattempo sarò lieto di dare informazioni e forse accompagnare chi fosse interessato.
E da ultimo: quali sono i tuoi obiettivi arrampicatori per i prossimi anni?
Questa domanda è la più difficile, in primo luogo cercare di organizzarmi per arrampicare fuori con una certa costanza, il farlo divertendomi, e magari liberare qualcuno di questi miei progetti, poi mi piacerebbe passare delle giornate sotto i blocchi con la mia famiglia, cercando di far appassionare la mia piccola.
Ovviamente le ambizioni non possono essere messe da parte ed oltre alle prime salite elencate vorrei provare ad alzare l’asticella mettendomi alla prova su qualche blocco veramente duro, ma oltre a trovare la forma adatta, fatico a selezionare un boulder che mi dia la possibilità di provarlo ad una cadenza che non sia semestrale… Ed è per questo che i primi obiettivi tornano fondamentali.
Mi sto poi dedicando alla tracciatura, di alcune strutture locali e gare e raduni giovanili, spesso i bambini hanno molto da insegnarci.
AP AM

