Arrampicare alle Lofoten, Parte 1 - Up-Climbing

Arrampicare alle Lofoten, Parte 1

L’aripelago delle Isole Lofoten, in Norvegia, sono quanto di più rappresentativo possa esserci nel nord Europa. Con montagne e pareti che si gettano nel mare, l’occhio spazia tra il blu dell’acqua ed il verde rigoglioso, puntinato qui e lì da casupole rosse. Giacomo Tagliabue ci stuzzica con questo articolo la fantasia e ci fa sognare un pò. Ecco quindi un viaggio, seppur ideale, verso il circolo polare artico. Questo è il primo due due articoli: vista la corposità del materiale fornito, abbiamo preferito dividere in due il racconto piuttosto che sacrificare delle parti.

ISOLE LOFOTEN
di Giacomo Tagliabue

L’idea di abbandonare il sole dell’Europa meridionale per il sole di mezzanotte delle Isole Lofoten non mi convinceva al 100%. Perché, a conti fatti, avendo a disposizione una settimana di permanenza sulle isole, il rischio di non vedere il sole e di mangiarsi le mani in attesa della finestra di bel tempo tutto sommato non è così remoto. Qualcuno dirà che anche in dolomiti può andare così… è vero, ma in dolomiti ci posso andare quando voglio alle Lofoten no.

Per arrivare alle Lofoten ci sono svariate possibilità, una è la combinazione di aereo, traghetto e auto/autobus/bicicletta??? (ognuno sceglierà l’opzione più vicina ai suoi standard), l’altra è quella di decidere di prendere un camper (o simile) e partire con l’idea di arrivare alle Lofoten facendo un po’ di turismo lungo il cammino. In 3 settimane scarse noi siamo riusciti a fare Amburgo Lofoten A/R con circa una settimana di permanenza sull’isola. A essere onesti per vedere un po’ meglio il resto della Norvegia (con una sosta in più in Danimarca e Svezia), mettendoci dentro anche qualche arrampicata extra lungo il tragitto, ci voleva almeno una settimana in più, ma è già andata bene così.

Quindi, a conti fatti: più di 5000km tra andata e ritorno su un bidone motorizzato che beve come una spugna, 4 compagni di viaggio (Paolo, Claudia, Matteo e il sottoscritto) e 4 casse di birra comperate ad Amburgo, sapientemente stivate in ogni meandro del camper, che ci hanno salvato dalla depressione profonda. Facendo un salto a piè pari da Amburgo allo sbarco dal traghetto sulle isole Lofoten tralascerei i dettagli sulla valigia arrivata in ritardo, le speculazioni sulla gnocca svedese e altre amenità di scarso interesse.  Attraversare tutto l’arcipelago delle Lofoten sull’asse Est Ovest lungo la E10 (una buona strada per lo standard norvegese) cuba circa 300km e 4h abbondanti di auto. Senza voler fare terrorismo, la Norvegia, nel suo complesso, ha un territorio più incasinato di quello svizzero e una rete stradale molto estesa, ma costituita prevalentemente da statali a scorrimento lento. Sovente l’attraversamento dei fiordi comporta l’uso di traghetti. Quindi 300km in 4h sono già una buona media (noi siamo riusciti a fare anche molto peggio…).

Di questi 300km la parte emersa rocciosa costituisce gran parte del territorio delle isole, un potenziale enorme. Poi si deve fare i conti con il fatto che ci si trova oltre il circolo polare artico, che piove tanto e che molte pareti non asciugano mai o sono molto muschiose/erbose e quindi per il turista verticale che non cerca il terreno d’Avventura, ma bella roccia al sole, l’area di scalata si concentra nella zona compresa tra Henningsvær e Svolvær nella zona centrale dell’arcipelago.

Di cosa ci si deve accontentare? Granito DOC con ottimo grip e grana abbastanza fine, spesso ben fessurato o con stupendi diedri e pareti con sviluppo da 50m alla bigwall (oltre i 600m) che partono a quota mare (spiagge bianche e acqua cristallina) e raggiungono quote massime attorno ai 1000m. Il paesaggio è mediamente da cartolina e se si è fortunati con il meteo, come lo siamo stati noi (6 giorni bello e 1 brutto, ma non troppo), non resta altro da fare che scalare e girare per l’arcipelago fermandosi ogni 50 metri per fare una foto. Se l’acqua fredda non disturba e le temperature esterne sono gradevoli (si arriva anche a 20°C in una bella giornata di sole) si può provare a imitare i norvegesi che si godono i loro Caraibi polari (se non hanno il costume da bagno, molto serenamente non lo usano). Un tuffo in acqua è un must assoluto. Per contro in una giornata ventosa e coperta serve un abbigliamento decisamente invernale.

Entrando nel pub degli scalatori di Henningsvær sul bancone si può leggere a caratteri cubitali: “Sport climbing is like eating at McDonalds, You know what you get”. Sul fantastico granito delle Isole Lofoten lo stile prevalente è il trad, quindi: doppia serie di friends e dadi all’imbrago. Qua e là compare qualche fix sui punti di calata o se le placche sono completamente improteggibili. In generale le soste NON sono attrezzate, ma si piazzano sempre agevolmente almeno 2 ottimi friends. Queste sono le regole del gioco, abbastanza british, ma non intransigenti alla morte.

Per orientarci e capire dove andare a scalare noi avevamo a disposizione la guida di Rockfax gentilmente prestataci da un’amica. Le info sono abbastanza chiare e il libro contiene anche qualche nota sulla storia della scalata alle Lofoten. Per quanto mi riguarda un utile strumento (non so se al momento sul mercato c’è di meglio). Infine la scala di difficoltà norvegese: la sensazione è che sia gradato il passo più difficile senza tener conto della continuità, in maniera molto simile alla scala UIAA. Rispetto a questa è a maglie un po’ più larghe, ma si può dire che non c’è un’enorme differenza tra un 6 norvegese e un VI/VI+ UIAA. Come al solito l’importante è non mettersi lì con il bilancino e al più prendersi un po’ di margine (un po’ di umiltà non fa male a nessuno). In generale direi che chi è in grado di cavarsela su un VI+ sul nostro granito può godersi le classiche di 6/6+ delle Lofoten.

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