Filosofia del "cosa vuoi che succeda" - Up-Climbing

Filosofia del “cosa vuoi che succeda”

Hanno destato un certo scalpore e interesse, le immagini (agghiaccianti) di certi modi di fare sicura, attrezzare soste o aiutare i meno esperti a prepararsi per arrampicare nella nostra Galleria degli Orrori. Alcuni comportamenti posso essere potenzialmente molto pericolosi per sé e per gli altri e talvolta non ce ne si rende conto finché non succede qualcosa. Spesso però, gli incidenti, gravi o non gravi, accadono per distrazione, noncuranza o non conoscenza delle principali norme di sicurezza. Tutti coloro che vanno a scalare, dal più esperto fino all’ultimo dei principianti hanno, dal punto di vista normativo, diritti e doveri e per capire quali essi siano, abbiamo parlato con l’Avv. Paolo Facinelli, avvocato civilista, Istruttore Regionale CAI e tecnico federale FASI.

Paolo, i nostri comportamenti quando andiamo a scalare, sono riconosciuti dalla legge in caso di incidente?

Nel nostro ordinamento giuridico vige il principio generale del neminem laedere, ovvero dell’obbligo per ciascuno di noi di non arrecare danno agli altri quale conseguenza di nostri comportamenti dolosi o colposi. Questo principio si applica anche a  quei comportamenti che poniamo in essere quando arrampichiamo o quando facciamo sicura. E da tali azioni può derivare una responsabilità civile e una responsabilità penale. Si pensi al caso delle lesioni provocate a una persona, che comportano l’obbligo per il danneggiante di risarcire monetariamente il danno provocato (responsabilità civile ex artt. 2043 e ss. c.c.) e sono punite come reato dagli artt. 582 (se volontarie) e 590 (se colpose) del codice penale.
Il codice civile e quello penale su cosa si basa per l’arrampicata?
Come ho accennato, il concetto non è proprio della sola arrampicata, ma delle nostre azioni od omissioni in generale. E’ bene infatti precisare che una nostra responsabilità può derivare sia da un’azione, ovvero dall’aver fatto ciò che non andava fatto, che da un’omissione, ovvero dal non aver fatto ciò che andava fatto. 
Per fare un esempio, se in caso di caduta del primo di cordata io assicuratore  non attivo  il freno e, per questa ragione,  il mio compagno arriva a terra e si fa male, ecco che divengo responsabile delle conseguenze civili e penali di una mia omissione.
In entrambi i casi, augurandomi di poter prescindere nel nostro discorso dal concetto di dolo, che ricorre quando  l’evento dannoso è stato voluto (nell’esempio di prima, non attivo il freno perché voglio che il primo di cordata arrivi a terra e si faccia male), la mia responsabilità deriva da un comportamento colposo, sia esso omissivo o commissivo. Il concetto giuridico fondamentale che entra in gioco è dunque quello di colpa.

Quindi la “condotta colposa” è quando agiamo in modo da provocare un “danno” ad un’altra persona? E da cosa può essere determinata?

Volendo sintetizzare, la nostra condotta è colposa quando per aver agito con negligenza e/o imprudenza e/o imperizia, ovvero senza la scrupolosa osservanza  delle “regole del gioco” e/o la diligente previsione e/o la prudente valutazione della situazione in cui stavamo operando, abbiamo creato un danno a un’altra persona.
Bisogna considerare che la scalata è una attività sportiva pericolosa per sua natura, ovvero che comporta comunque dei rischi imprevedibili e indipendenti dal nostro comportamento e dalle nostre capacità di previsione.
Sempre per fare un esempio, pensiamo al caso dello scalatore colpito da un grosso masso staccatosi dall’alto  o dello  scalatore che precipita perché la corda a cui era assicurato si è tranciata. Nel nostro esempio, se il masso fosse caduto per cause naturali o la corda si fosse tranciata perché incastrata in un’asperità della roccia, non vi sarebbe alcuna responsabilità.
Si tratterebbe di rischi insiti all’arrampicata, a cui noi arrampicatori accettiamo più o meno consapevolmente di esporci. Se invece il masso fosse  caduto perché mosso da qualcuno dall’alto o la corda si fosse  rotta  perché  logora, ecco che allora potrebbero profilarsi delle responsabilità a carico di chi ha fatto cadere il masso o del proprietario della corda, conseguente a sua negligenza e/o imprudenza e/o imperizia.     
Per fare un altro esempio, se io scalatore esperto, smanioso di scalare, trascino un neofita su un terreno roccioso  difficile e pericoloso, che richiede esperienza ed elevate capacità tecniche, e il mio compagno si fa male, potrei doverne rispondere sia civilmente che penalmente.
Uso volutamente il condizionale perché, come avrai capito, si tratta di concetti generali che vanno applicati al caso concreto, con tutte le sue particolarità e le sue sfumature.
Se una persona va a scalare, anche se accompagnata da gente più esperta, può essere perseguibile legalmente?
Direi proprio di sì. Tutti noi dobbiamo essere consapevoli di quello che stiamo facendo e, se non siamo in grado di farlo per inesperienza e/o per mancanza di conoscenza tecnica, dovremmo astenerci. Sempre per fare un esempio, se io assicuratore non so utilizzare un determinato attrezzo di assicurazione e, per negligenza e imprudenza, decido di usarlo lo stesso, ecco che potrei essere responsabile delle conseguenze dannose conseguenti al suo errato utilizzo.
E nei confronti delle terze persone, come ci si deve comportare? Se io vedo delle persone che hanno un comportamento potenzialmente pericoloso verrebbe da avvisarle, giusto?
Personalmente cerco sempre di intervenire, col giusto atteggiamento, quando mi accorgo di situazioni di pericolo e/o di potenziale pericolo. Quante volte, a costo di risultare antipatici, sarebbe utile richiamare gli altri al rispetto di regole basilari di sicurezza, come quella che impone all’assicuratore di non lasciare troppo “lasco” al compagno primo di cordata o di non distrarsi da quello che sta facendo, chiacchierando, mangiando, fumando etc.
Pensiamo al caso, non infrequente, dello scalatore che “salta” i rinvii o che non inserisce correttamente la corda nei rinvii, o che utilizza materiale logoro o, peggio ancora, di risulta. Gli esempi si potrebbero moltiplicare, e sono sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo tuttavia essere consapevoli del fatto che, intervenendo sul comportamento altrui, ci assumiamo la responsabilità  di quello che stiamo dicendo e/o facendo.
Potrebbe essere una domanda scontata ma cosa si deve fare allora per non infrangere il codice civile e penale?

La domanda non è affatto scontata e anche se preferirei formularla nel modo seguente: come dobbiamo comportarci per ridurre al minimo i rischi dell’arrampicata? Sappiamo infatti che l’arrampicata comporta dei rischi imprevedibili e imponderabili  che, in quanto tali, non possiamo evitare se non rinunciando a scalare. Per il resto, la sicurezza dipende dalla nostra preparazione tecnica, fisica e psicologica e dalla nostra attenzione.
Mark Twight, alpinista estremo americano, nel suo libro “Confessioni di un serial climber”, sostiene di non aver mai affrontato nulla a cui non si fosse scrupolosamente preparato. Scalare, lo sappiamo tutti, è un’attività tanto esaltante quanto difficile e pericolosa.
Cerchiamo allora di scegliere  per noi e per gli altri, terreni adatti alla nostra preparazione tecnica e fisica, evitando rischi inutili. Controlliamoci a vicenda prima di scalare, così da scongiurare i gravi rischi connessi a un nodo mal fatto o a un attrezzo mal utilizzato. Seguiamo sempre il primo di cordata a cui stiamo facendo sicura, avendo cura di non commettere errori noi e di prevenire i suoi, a costo di “rovinargli” la perfomance. Controlliamo periodicamente il materiale e rimpiazziamo ciò che è logoro o sospetto (pensiamo a un rinvio caduto dall’alto). Se la situazione lo richiede, se ci sentiamo stanchi o deconcentrati, se ci accorgiamo che il nostro compagno è in difficoltà, rinunciamo serenamente a quello che stiamo facendo. Ci sarà senz’altro un’altra occasione.
Insomma, cerchiamo sempre di essere prudenti e preparati, e di usare il buon senso di cui tutti noi disponiamo. 
Da scalatore e istruttore, cose ti è capitato di vedere in giro che ti ha lasciato stupito?

Penso di aver visto un po’ di tutto, come negli esempi che abbiamo fatto. Tutti noi possiamo sbagliare, per carità. Gli sbagli però si pagano e, a volte, portano a conseguenze davvero gravi. Cerchiamo pertanto di evitarli, prestando la massima attenzione a quello che stiamo facendo. Solo così possiamo ridurre al minimo i rischi comunque connessi all’arrampicata.
Che ruolo e responsabilità hanno in questo caso gli istruttori CAI, le Guide e anche le palestre?

Credo che il ruolo dei formatori sia fondamentale. Da loro ci si aspetta, e ci si deve aspettare, la massima professionalità e competenza. Nella mia esperienza personale al CAI, ho notato come tra allievo e istruttore si crei  una sorta di imprinting. L’allievo non si limita a fare quello che gli viene spiegato, ma soprattutto prende esempio diretto dai comportamenti dell’istruttore e ne rimane condizionato.
Da qui, a mio avviso, deriva la grande responsabilità dei formatori, ovvero quella di cercare di essere d’esempio per gli altri.

Intervista di Stefano Michelin


 
Ringraziamo l’Avv. Paolo Facinelli per il tempo e l’impegno che ci ha dedicato.
 
 

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